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domenica 22 novembre 2009

I vasi calcidesi reggini

Risale alla scorsa settimana, la notizia del recupero di un importante reperto archeologico – un superbo vaso calcidese risalente al VI sec. a.C. - sottratto per lunghi anni alla fruizione pubblica da un'orrenda piaga, che non smette di dilaniare il Meridione: il trafugamento e il contrabbando di opere d'arte che potrebbero enormemente contribuire al progresso della ricerca storica sul nostro passato. Un sentito ringraziamento va alla sezione Tutela del Patrimonio Culturale calabrese dell'Arma dei Carabinieri, nella persona del suo comandante Raffaele Giovinazzo, per il servizio reso alla comunità scientifica e tutti coloro che operano nel settore della valorizzazione dei beni culturali del territorio reggino.
I vasi a figure nere detti calcidesi rappresentano una peculiare categoria di prodotti artigianali di pregevole fattura, per lo più databili alla seconda metà del VI sec. a.C.; la denominazione calcidese – coniata dallo studioso A. Kirchoff nel 1863 – rimanda alla grafia delle iscrizioni presenti sui manufatti, redatta, per l'appunto, nello specifico alfabeto utilizzato a Calcide di Eubea, in Grecia, città da cui partì – alla fine dell'VIII sec. a.C. - il contingente di coloni destinato a fondare, fra le tante poleis di Occidente come Zancle (Messina), Cuma, Leontini, Naxos o Katane (Catania), la nostra Reggio.
Molto probabilmente, Reggio e l'Area dello Stretto dovettero costituire i principali centri di produzione dei prodotti vascolari in questione, così come sembrano ormai dimostrare le convincenti argomentazioni di studiosi del calibro di G.Vallet e M. Iozzo, seppure – come sostiene l'attuale Soprintendente Bonomi- non vi sia ancora certezza assoluta sull'origine geografica degli ateliers. Bisognerà dunque attendere la scoperta di qualche nuova anfora, che magari presenti il marchio “Made in Rhegion”, prima di riconoscere all'unanimità la fabbricazione reggina dei vasi calcidesi, senza incorrere nelle accuse di campanilismo che vengono spesso lanciate a storici o archeologi locali, incapaci di ignorare alcuni elementi incontrovertibili, così come sono soliti fare i sostenitori dell'origine euboica o (addirittura!) etrusca dei manufatti.
A favore dell'ipotesi relativa alla produzione reggina dei prodotti vascolari, giocano anzitutto delle osservazioni di carattere epigrafico. Le iscrizioni sui vasi presentano spesso delle grafie peculiari, che rimandano agli usi scrittori dell'antica Rhegion o, comunque, all'ambito siceliota: è il caso del vau – reso con tre tratti disposti ad angolo retto – una variante sconosciuta nella penisola greca, ma attestata nella città dello Stretto (nella fattispecie, da una dedica depositata ad Olimpia da Micito, cittadino di Rhegion); anche il tracciato della lettera alpha rimanda al contesto siceliota ed occidentale.
La distribuzione delle ceramiche calcidesi coincide, per il 98%, con i siti dislocati sulle sponde del Mediterraneo Occidentale, il che dovrebbe confutare le teorie di tutti coloro che si pronunciano a favore di un'origine “greco-orientale” dei vasi calcidesi.
Un'altra, rilevante, prova in supporto all'origine reggina, riguarda le illustrazioni presenti sui manufatti: spesso, gli artisti incisori raffigurano scene attinte dalle versioni letterarie magno-greche dei vari cicli mitici o eroici; è il caso della scena che raffigura la lotta fra Eracle e Gerione, basata su un poema scritto da Stesicoro – autore nativo di Metauros, cioè l'odierna Gioia Tauro – Gerioneide.
In definitiva, varie condizioni inducono a considerare questi prodigiosi reperti – alcuni dei quali esposti a Londra, Berlino o Parigi – come autentiche testimonianze della facies culturale reggina. Una città, patria di Ibico, Teagene, Ippi, nonché degli scultori Clearco e Pitagora, il cui grandioso passato merita adeguati progetti di comprensione e valorizzazione del proprio patrimonio culturale.

In foto, un esemplare di ceramica “calcidese” a figure nere.

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