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martedì 3 novembre 2009

Cronaca dell'ultima visita al Museo

Lo scorso primo novembre 2009 il Museo Nazionale della Magna Grecia ha chiuso i battenti per un periodo di almeno due anni, per via degli ormai noti lavori di ristrutturazione (il bello è che il Ministero competente sapeva di queste "misure precauzionali" da almeno sei anni, un arco temporaneo utile, se tempestivamente comunicato, per costruire almeno altre due nuove sedi…), privando la città di Reggio Calabria e i suoi operatori turistici e commerciali delle centinaia di migliaia di visitatori stagionali che solevano recarsi ad ammirare i nostri prodigiosi reperti archeologici, sfidando la lontananza geografica e i pessimi collegamenti viari.
Chi, come me, è inguaribilmente affetto dalla "sindrome del Museo di Reggio" - e cioè di un legame morboso con le testimonianze materiali della nostra plurimillenaria Storia - non si è lasciato sfuggire l'occasione di vedere per l'ultima volta, il Kouros, il Filosofo, la testa di Basilea e tutti gli altri prodigiosi reperti che rischiano inesorabilmente di piombare nel dimenticatoio se non verranno prese delle decisioni ragionevoli in proposito.
Così, la scorsa settimana decido di recarmi al Museo, approfittando di un impegno contingente; è una grigia mattina senza velleità. Il tempo materiale occorrente per presentare in biglietteria l'attestazione di studente della Facoltà di Lettere e Filosofia ed ecco che centodieci turisti (il paziente computo è mio) entrano, pagando il biglietto, accompagnati da una guida locale. Non c'è male come utenza per un mercoledì mattina di pioggia; un'utenza che la città perderà miserevolmente nei prossimi anni. Poco male: tanto, ogni sabato mangeremo comunque le frittole, mentre guardiamo Maria De Filippi.
Sono circa le dieci e mi dirigo verso il secondo piano, che ospita i reperti provenienti dagli scavi archeologici reggini, insieme a quelli di Medma (Rosarno), Metauros (Gioia Tauro), Castellace, Ipponio (Vibo Valentia) ed altri centri ellenici dell'entroterra. Dispongo di molto tempo da perdere, perciò mi convinco ad esaminare la qualità dei pannelli informativi che dovrebbero, in linea teorica, illustrare uno straccio di contesto storico entro cui inscrivere la provenienza del materiale; e qui comincia il film comico.
Pannello informativo sulla polis di Rhegion: si legge a chiare lettere che non è possibile ricostruire con certezza l'entità territoriale della città nello Stretto nel periodo greco. Peccato che diversi e recentissimi studi abbiano ormai individuato il confine preciso del territorio reggino sul lato ionico, il fiume Alece/Palizzi, con tanto di postazioni di controllo per le sentinelle sulle alture circostanti, oltre ai resti di una guarnigione stabile di frontiera. Sul versante settentrionale-tirrenico, la situazione viene dipinta in modo ancor più confuso, dato che non si identifica il phrourion di Serro di Tavola (comune di Sant'Eufemia di Aspromonte) come fortificazione di matrice reggina, né si fa cenno alcuno alle recenti pubblicazioni relative all'interruzione della documentazione archeologica di Metauros (l'abbandono del centro, all'inizio del V sec. a.C. documenta infatti la conquista dell'emporio da parte reggina). Perché i pannelli non sono aggiornati alle recenti acquisizioni scientifiche? Mistero. Ma continua a venirmi da ridere.
Vi risparmio la segnalazione di tutti gli errori, le incongruenze e gli anacronismi evidenti che si leggono sui pannelli informativi esposti al Museo per non dilungarmi troppo. Sono le undici e scendo le scale che portano alla Sala di Archeologia Subacquea, ove si trovano i reperti della nave di Porticello (Filosofo, testa di Basilea e altri frammenti del carico rinvenuto) e, soprattutto, i Bronzi di Riace. Ovviamente, anche qui, non trovo segni di aggiornamento per quanto riguarda le ipotesi ricostruttive legate all'origine delle statue, illustrate dai pannelli. Mi ritrovo solo, se si eccettua il sorvegliante di sala intento nella lettura del giornale, nella grande sala climatizzata ove i due Guerrieri scrutano imperiosamente nel vuoto circostante. Sarà la milionesima volta che vado a fare visita a questi capolavori, eppure non riesco a smettere du subire il loro influsso magnetico ed evocativo. D'improvviso arriva il primo gruppo di turisti che ho incontrato in biglietteria, accompagnati dalla guida. Decido di aggregarmi al seguito per ascoltare l'arringa dell'esperta.
Mentre i visitatori pendono dalle sue labbra, la giovane comincia ad illustrare, per sommi capi, l'ipotesi del Prof. Moreno. Evidentemente la guida non ricorda bene quella ricostruzione perché nel suo discorso si sofferma, inquietantemente, su particolari idioti quali la presunta differenza di "bellezza" fra i due guerrieri. In sostanza, la Statua A è più "giovane e bella" della B, ergo i due capolavori furono partoriti da due mani diverse; la Statua B dovrebbe prendere il Viagra. I miei lettori sanno già - eventualmente li rimando al mio intervento "I bronzi. Un'ipotesi vincente?" di qualche settimana fa - che, ultimamente, sono state formulate teorie ben più valide e supportate dalle fonti. Perché non informare i turisti sulle nuove ipotesi? Altro mistero. E non ho ancora smesso di ridere. Anche perché la chiusura del Museo ostacolerà, per non dire annullerà, i futuri progetti di ricerca. Ma questo non è un grosso problema, anche perché il pubblico non è informato sui progetti recenti, figuriamoci su quelli futuri. Il problema sarà dei ricercatori.
La guida turistica decide infine di chiudere in bellezza: la testa del Filosofo - i miei lettori sanno che si tratta presumibilmente di una raffigurazione di Pitagora di Samo - diventa un ritratto di un'atleta olimpico; ma come? con la barba lunghissima, segno di saggezza? l'espressione pensosa? i lineamenti realistici del volto? L'idiozia sale alle stelle.
Mi auguro che la chiusura forzata del Museo impedisca a tali sprovveduti prestati dalla generazione "meno so - più faccio notizia", che purtroppo rubano il lavoro a molti giovani laureati e competenti in materia, di proliferare nell'ancora vergine terreno della valorizzazione dei beni culturali. Frattanto centodieci persone escono dalla nostra città ancora più confusi di prima in merito al nostro patrimonio culturale. Centodieci persone, entrate in poco più di dieci minuti, si disperdono fra il Lungomare Falcomatà e il Corso Garibaldi; ne incontro parecchi, in fila per il gelato, la 'nduja, i giocattoli, i vestiti, souvenirs di tutti i tipi. Gli operatori commerciali ridono sotto i baffi. Ancora per poco. Il Museo è chiuso e la pacchia è finita. Adesso, aspettiamo che vengano altre camionate di turisti, nei prossimi mesi. Non so perché, ma mi viene ancora da ridere. Amaramente.

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