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venerdì 20 novembre 2009

Continuavano a chiamarle bufale

La colossale bufala della profezia Maya- relativa alla supposta fine del mondo del 21/12/2012 – si arricchisce di nuove sfumature, grazie soprattutto all'infaticabile opera di disinformazione, divulgata soprattutto per mezzo di scadenti formats di approfondimento come Voyager, in onda ogni settimana sulle reti pubbliche. Un gigantesco rivenditore autorizzato – per almeno i tre quarti dei contenuti – di panzane, che mi tocca addirittura ringraziare, se non altro perché consente a chi scrive di fare un gran figura da critico, a furia di smontare le innumerevoli serie di balordaggini che sventola ogni sette giorni.
L'ultimo servizio dedicato dagli autori di Voyager alla questione-apocalisse, riguarda un presunto parallelismo che lega l'ormai celebre profezia Maya a delle molteplici previsioni divinatorie, risalenti rispettivamente agli antichi Egizi, alle culture paleo-americane, ma soprattutto a Nostradamus e Malachìa. Popoli eterogenei, che avrebbero concordemente individuato nel 2012 i segni nefasti di una possibile fine dei tempi.
Le prove? Nessuna, poiché, astutamente, la voce narrante del servizio – dopo aver “sganciato” la “scoperta” sensazionale – provvede poi ad orientare l'attenzione degli spettatori sui presunti allineamenti astrali delle Piramidi e sulla lettura di alcune quartine di Nostradamus e dei motti di Malachìa. Si tratta di una strategia ingegnosa, spesso utilizzata nel mondo dell'informazione, specie dai rotocalchi di cronaca: basta esordire con la notizia-bomba – non importa se infondata- destinata a rimanere impressa nella memoria del pubblico, per poi soffermarsi su particolari irrilevanti, ma in grado di appagare la curiosità del pubblico.
Una tecnica di comunicazione mediatica ormai capillarmente diffusa, capace di sviare dalle questioni oggettive ed urgenti la sempre più malleabile società del gossip e della televisione-spazzatura. Così, milioni di telespettatori passano dal soggiorno alla stanza da letto, fermamente convinti dell'esistenza di una sorta di rivelazione profetica comune, che ha contraddistinto il divenire storico dell'uomo. Niente di più assurdo ed anti-storico.
Tornando a Voyager, il colpo ad effetto della scorsa puntata è stato Malachìa (un nome di per se “parlante”, che significa messaggero di Dio), il fantomatico autore della Profezia dei Papi, un elenco di 112 motti latini, che descriverebbero le peculiarità di altrettanti papi, da Celestino II ad un tale Petrus Romanus, identificato con il futuro successore di Benedetto XVI; una volta trascorso l'ultimo pontificato – stando alle recenti teorie promanate da stravaganti assertori della moda del 2012 – l'Apocalisse piomberebbe sugli esseri umani.
Un corpus di profezie che viene falsamente fatto risalire al XII secolo, in realtà pubblicato per la prima volta a Venezia nel 1591 dal benedettino Arnaldo Wyon nel primo volume del suo Lignum vitae, ornamentum et decus Ecclesiae. Ciò spiega come mai, le frasi latine che si riferiscono ai pontefici più datati – da Celestino II a Gregorio XIV – risultino più attendibili rispetto alla seconda parte delle previsioni; in sostanza, l'autore non ha fatto altro che descrivere brevemente – post-eventum – le fisionomie storiche di personaggi già vissuti.
Per il resto dei motti, vale lo stesso trucchetto utilizzato dagli esegeti-ciarlatani per strumentalizzare le quartine di Nostradamus: ciascuno - sulla base della propria estrazione geografica, culturale, ideologica - può ricavare quello che vuole. Ad esempio, il motto riferito a Giovanni Paolo II – De labore Solis, cioè del lavoro del sole – viene spiegato in base all'origine orientale – il sole sorge ad est- del defunto Wojtyla (Polonia), oppure con sua la frenetica attività diplomatica, capace di promuovere il messaggio cattolico in tutto il globo, dove non tramonta il sole.
Il lettore più accorto si renderà certamente conto che si tratta esclusivamente di congetture e formulazioni attendibili quanto gli asini volanti. E' questa la promozione culturale della quale bisognano disperatamente i giovani? Di certo, persino quei programmi che, sulla carta, dovrebbero rappresentare la fascia "colta" dei palinsesti, sono, di fatto, indistinguibili dalla massa informe dei rifiuti, i prodotti-simbolo offerti dalla discarica ambulante della televisione.

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