SU QUESTO BLOG NON SI PUBBLICANO COMMENTI ANONIMI

lunedì 30 novembre 2009

I Normanni razziatori della cultura reggina

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha sentito parlare della Fata Morgana - celebre fenomeno ottico che si riscontra nell'area dello Stretto - o di Rolando, Gano, Carlo Magno e del teatro dei pupi; elementi attinti dalle culture franco-settentrionali che poco si conciliano con il patrimonio storico-culturale reggino.
Alle radici di questo processo di trasposizione forzosa di tradizioni e costumi alieni al plurimillenario bagaglio conoscitivo nostrano, si cela l'invasione normanna della Calabria romea (per romea, il lettore intenda la corretta denominazione di quel popolo che la storiografia settecentesca, in accezione spregiativa, ha definito bizantino - i veri eredi dell'Impero Romano, a differenza di Carlo Magno, gli Ottoni, il Barbarossa e compagnia bella di sovrani germanici), ovvero il germe ancestrale delle sventure umane ed economiche della nostra regione, fonte originaria dei mali secolari che la affliggono - mafia, appaltocrazia, clientelismo ed ignoranza.
Siamo nel 1059/60: questa stirpe di predoni rinciviliti (non è un mio giudizio critico, ma un dato oggettivo, dal momento che i Normanni giunsero in Europa continentale come mercenari seminomadi, dando tuttavia prova di grande abilità nell'apprendere e far proprie leggi e culture altrui, come nel caso del diritto feudale), col beneplacito del vescovo di Roma, si appropriano del Mezzogiorno italiano, cominciando un lento e faticoso cammino di conquista della Sicilia araba. In termini di propaganda, i guerrieri venuti da Nord ameranno presentarsi come i difensori della cristianità dalla minaccia islamica; un abile strumentalizzazione del tanto abusato concetto di crociata, spesso utilizzato come palliativo volto a mascherare le reali brame di terre e ricchezza degli uomini.
I Normanni promuovono, in realtà, un graduale processo di appropriazione indebita di territori, cultura e tradizione, ai danni della popolazione greca del Meridione. Una lunga serie di atti di barbarie che - è il caso dei monasteri greco-ortodossi, altrimenti detti basiliani - rasenta i fenomeni novecenteschi di pulizia etnica. Spettava poi ai membri della famiglia Altavilla, il compito di disseminare nuove abbazie latine in Calabria e Sicilia - sul modello di S. Maria dei XII Apostoli a Bagnara, ammesso che l'originale del diploma di fondazione, se esiste, risalga davvero all'XI secolo e non sia invece un falso storico elaborato nei secoli successivi, come risulta dalla maggioranza degli esami paleografici condotti su documenti simili - in modo di diffondere artificialmente l'osservanza del rituale romano. Non a caso, molti storici moderni individuano nel consenso papale alle conquiste di Roberto il Guiscardo e del Gran Conte Ruggero, la vera causa dello scisma fra la chiesa latino-cattolica e quella greco-ortodossa (a.D. 1054).
Le suddette dinamiche - irritantemente taciute dalla manualistica scolastica - risultano esemplificate dagli stessi indirizzi di "politica culturale" degli invasori, specie dal riadattamento normanno dell'epica romea - altra forma di conquista cruenta - evidente nella rielaborazione della Canzone d'Aspromonte.
La Canzone d'Aspromonte è un poema cavalleresco in diciotto canti, incentrato sulla difesa di Risa (Reggio, in arabo) dagli attacchi saraceni fra il IX e la prima metà dell'XI secolo. La venuta dei Normanni coincise con la sostituzione dei prodi cavalieri reggini-romei, originari protagonisti del poema, con i paladini di Carlo Magno. Così, troviamo inspiegabilmente Carlo Magno ed un giovane Rolando (lo stesso di Roncisvalle e della spada Durlindana) a combattere contro Saraceni, grifi e draghi, fra le coste dello Stretto e le alture di Aspromonte. Ma la cosa veramente incredibile - oltre che sostanzialmente omessa dalla maggior parte dei libri di letteratura in uso nelle scuole superiori, pur capaci di illustrare meticolosamente le chansons de geste del ciclo carolingio - è che la Chanson d'Aspremont (titolo in franco-provenzale della versione normanna del poema) continuò per secoli a fornire materiale letterario alle successive redazioni di poemi cavallereschi, venendo a costituire una sorta di prologo alla meglio nota Chanson de Roland (Rolando, futuro eroe di Roncisvalle, riceve l'investitura proprio in Aspromonte); lo stesso discorso vale per il topos dell'amore che unisce un cavaliere cristiano ad una guerriera saracena - Ruggiero di Reggio e Gallicella nella Canzone d'Aspromonte - poi ripreso dal Tasso nella Gerusalemme Liberata.
In definitiva, i molteplici scontri fra Arabi e Romei furono rifunzionalizzati dalla propaganda normanna al fine di legittimare il proprio ruolo di conquistatori provvidenziali (cioè mandati da Dio) del Mezzogiorno d'Italia.
Non è compito dello storico quello di esaltare, ridimensionare o strumentalizzare il passato del nostro territorio, abitudini frequenti di chi ha giocato ad occultare la riscoperta delle verità dimenticate, unico e valido oggetto di una ricerca scientifica spassionata, in grado di comprendere e valorizzare il patrimonio di memorie che identifica un popolo.

In foto, introduzione del codice franco-provenzale della Chanson d'Aspremont

mercoledì 25 novembre 2009

Il Principio della Deviazione

Sessantacinque minuti – da casello a casello – per coprire la distanza di circa trenta chilometri, esistente fra lo svincolo di Reggio Calabria/Via Lia e quello di Scilla.
Qualora qualcuno di voi se lo stesse chiedendo – no, non viaggiavo a piedi; sono stato semplicemente uno spettatore entusiasta del Principio della Deviazione, un fenomeno fisico-matematico in cui ci si imbatte spesso, specie servendosi del sistema di comunicazione stradale reggino e calabrese.
In base a tale principio, scoperto e collaudato dall'avv. Giacomo Mancini, durante un lungo periodo di studi, fra il 1962 e il 1974, il numero di deviazioni è costruito sul quadrato degli automobilisti: quindi, ogni dieci vetture che imboccano la Salerno-Reggio Calabria, ci saranno almeno cento tratti soggetti a cantieri a lungo termine. Recentemente, è possibile visionare gli effetti del Principio della Deviazione persino sulle strade statali, specie durante la stagione invernale, seppur – in termini matematici – occorra calcolare la variante del meteo, insieme a quella del numero dei viaggiatori; si tenga inoltre conto che, al fine di mostrare agli appassionati la validità perenne del fenomeno in questione, le autorità competenti hanno preferito mantenere la vecchia S.S. 18 a costo di prolungati e costosi interventi di razionalizzazione, piuttosto che progettare un rapido ma noioso percorso a gallerie.
Il Principio della Deviazione ha inoltre consentito ad altri, eminenti scienziati, seguaci del Mancini, di formulare nuovi teoremi sulla cosiddetta soggettività del tempo. In sostanza, sulle strade calabresi il rapporto spazio-tempo risulta direttamente proporzionale al ritardo accumulato nella chiusura dei cantieri. Se il cantiere “x” deve ultimare i lavori di manutenzione su un tratto A-B entro trenta giorni, dopo due mesi, un pendolare percorrerà il suddetto tratto nel doppio del tempo solitamente impiegato.
Su queste carreggiate – proclamate, ragionevolmente, patrimonio storico-culturale locale, in quanto esibiscono fosse, mulattiere e curve a gomito risalenti al XX secolo – in cui svaniscono magicamente i consueti sistemi di misurazione delle grandezze fisiche, si sprecano persino le indagini di carattere sociologico, dal momento che è stato quantificato un tasso del 90 %, relativo agli automobilisti identificati da una concezione libera, personale ed anti-dogmatica del codice stradale. La maggioranza dei calabresi si ribella all'immobilismo delle regole e di quel mostro di barbarie, denominata coscienza civica. Il rispetto della legge fa ormai parte di un passato preistorico, figlio di una società idolatra e colpevole di disconoscere le grandi conquiste del Terzo Millennio: Individualismo Sfrenato, Ignoranza, Apparenza e Anarchia.
Perché dunque lamentarsi di una situazione che alimenta così tanto il progresso della ricerca scientifica? Dobbiamo tutti inchinarci dinanzi al nostro illuminato sistema di gestione stradale, anche perché – chi, come me, viaggia solitamente attraverso i nostri incantati luoghi, lo sa – esso rappresenta una risposta vincente agli allarmanti indici di natalità, alla base dei problemi demografici europei. Se, infatti, nel resto del continente domina la crescita zero, da noi, le madri degli idioti – l'idiota è il prototipo dell'autista moderno, il cui segno particolare è l'insofferenza al rosso semaforico – sono sempre in dolce attesa, preservando la conservazione della razza umana.

domenica 22 novembre 2009

I vasi calcidesi reggini

Risale alla scorsa settimana, la notizia del recupero di un importante reperto archeologico – un superbo vaso calcidese risalente al VI sec. a.C. - sottratto per lunghi anni alla fruizione pubblica da un'orrenda piaga, che non smette di dilaniare il Meridione: il trafugamento e il contrabbando di opere d'arte che potrebbero enormemente contribuire al progresso della ricerca storica sul nostro passato. Un sentito ringraziamento va alla sezione Tutela del Patrimonio Culturale calabrese dell'Arma dei Carabinieri, nella persona del suo comandante Raffaele Giovinazzo, per il servizio reso alla comunità scientifica e tutti coloro che operano nel settore della valorizzazione dei beni culturali del territorio reggino.
I vasi a figure nere detti calcidesi rappresentano una peculiare categoria di prodotti artigianali di pregevole fattura, per lo più databili alla seconda metà del VI sec. a.C.; la denominazione calcidese – coniata dallo studioso A. Kirchoff nel 1863 – rimanda alla grafia delle iscrizioni presenti sui manufatti, redatta, per l'appunto, nello specifico alfabeto utilizzato a Calcide di Eubea, in Grecia, città da cui partì – alla fine dell'VIII sec. a.C. - il contingente di coloni destinato a fondare, fra le tante poleis di Occidente come Zancle (Messina), Cuma, Leontini, Naxos o Katane (Catania), la nostra Reggio.
Molto probabilmente, Reggio e l'Area dello Stretto dovettero costituire i principali centri di produzione dei prodotti vascolari in questione, così come sembrano ormai dimostrare le convincenti argomentazioni di studiosi del calibro di G.Vallet e M. Iozzo, seppure – come sostiene l'attuale Soprintendente Bonomi- non vi sia ancora certezza assoluta sull'origine geografica degli ateliers. Bisognerà dunque attendere la scoperta di qualche nuova anfora, che magari presenti il marchio “Made in Rhegion”, prima di riconoscere all'unanimità la fabbricazione reggina dei vasi calcidesi, senza incorrere nelle accuse di campanilismo che vengono spesso lanciate a storici o archeologi locali, incapaci di ignorare alcuni elementi incontrovertibili, così come sono soliti fare i sostenitori dell'origine euboica o (addirittura!) etrusca dei manufatti.
A favore dell'ipotesi relativa alla produzione reggina dei prodotti vascolari, giocano anzitutto delle osservazioni di carattere epigrafico. Le iscrizioni sui vasi presentano spesso delle grafie peculiari, che rimandano agli usi scrittori dell'antica Rhegion o, comunque, all'ambito siceliota: è il caso del vau – reso con tre tratti disposti ad angolo retto – una variante sconosciuta nella penisola greca, ma attestata nella città dello Stretto (nella fattispecie, da una dedica depositata ad Olimpia da Micito, cittadino di Rhegion); anche il tracciato della lettera alpha rimanda al contesto siceliota ed occidentale.
La distribuzione delle ceramiche calcidesi coincide, per il 98%, con i siti dislocati sulle sponde del Mediterraneo Occidentale, il che dovrebbe confutare le teorie di tutti coloro che si pronunciano a favore di un'origine “greco-orientale” dei vasi calcidesi.
Un'altra, rilevante, prova in supporto all'origine reggina, riguarda le illustrazioni presenti sui manufatti: spesso, gli artisti incisori raffigurano scene attinte dalle versioni letterarie magno-greche dei vari cicli mitici o eroici; è il caso della scena che raffigura la lotta fra Eracle e Gerione, basata su un poema scritto da Stesicoro – autore nativo di Metauros, cioè l'odierna Gioia Tauro – Gerioneide.
In definitiva, varie condizioni inducono a considerare questi prodigiosi reperti – alcuni dei quali esposti a Londra, Berlino o Parigi – come autentiche testimonianze della facies culturale reggina. Una città, patria di Ibico, Teagene, Ippi, nonché degli scultori Clearco e Pitagora, il cui grandioso passato merita adeguati progetti di comprensione e valorizzazione del proprio patrimonio culturale.

In foto, un esemplare di ceramica “calcidese” a figure nere.

venerdì 20 novembre 2009

Continuavano a chiamarle bufale

La colossale bufala della profezia Maya- relativa alla supposta fine del mondo del 21/12/2012 – si arricchisce di nuove sfumature, grazie soprattutto all'infaticabile opera di disinformazione, divulgata soprattutto per mezzo di scadenti formats di approfondimento come Voyager, in onda ogni settimana sulle reti pubbliche. Un gigantesco rivenditore autorizzato – per almeno i tre quarti dei contenuti – di panzane, che mi tocca addirittura ringraziare, se non altro perché consente a chi scrive di fare un gran figura da critico, a furia di smontare le innumerevoli serie di balordaggini che sventola ogni sette giorni.
L'ultimo servizio dedicato dagli autori di Voyager alla questione-apocalisse, riguarda un presunto parallelismo che lega l'ormai celebre profezia Maya a delle molteplici previsioni divinatorie, risalenti rispettivamente agli antichi Egizi, alle culture paleo-americane, ma soprattutto a Nostradamus e Malachìa. Popoli eterogenei, che avrebbero concordemente individuato nel 2012 i segni nefasti di una possibile fine dei tempi.
Le prove? Nessuna, poiché, astutamente, la voce narrante del servizio – dopo aver “sganciato” la “scoperta” sensazionale – provvede poi ad orientare l'attenzione degli spettatori sui presunti allineamenti astrali delle Piramidi e sulla lettura di alcune quartine di Nostradamus e dei motti di Malachìa. Si tratta di una strategia ingegnosa, spesso utilizzata nel mondo dell'informazione, specie dai rotocalchi di cronaca: basta esordire con la notizia-bomba – non importa se infondata- destinata a rimanere impressa nella memoria del pubblico, per poi soffermarsi su particolari irrilevanti, ma in grado di appagare la curiosità del pubblico.
Una tecnica di comunicazione mediatica ormai capillarmente diffusa, capace di sviare dalle questioni oggettive ed urgenti la sempre più malleabile società del gossip e della televisione-spazzatura. Così, milioni di telespettatori passano dal soggiorno alla stanza da letto, fermamente convinti dell'esistenza di una sorta di rivelazione profetica comune, che ha contraddistinto il divenire storico dell'uomo. Niente di più assurdo ed anti-storico.
Tornando a Voyager, il colpo ad effetto della scorsa puntata è stato Malachìa (un nome di per se “parlante”, che significa messaggero di Dio), il fantomatico autore della Profezia dei Papi, un elenco di 112 motti latini, che descriverebbero le peculiarità di altrettanti papi, da Celestino II ad un tale Petrus Romanus, identificato con il futuro successore di Benedetto XVI; una volta trascorso l'ultimo pontificato – stando alle recenti teorie promanate da stravaganti assertori della moda del 2012 – l'Apocalisse piomberebbe sugli esseri umani.
Un corpus di profezie che viene falsamente fatto risalire al XII secolo, in realtà pubblicato per la prima volta a Venezia nel 1591 dal benedettino Arnaldo Wyon nel primo volume del suo Lignum vitae, ornamentum et decus Ecclesiae. Ciò spiega come mai, le frasi latine che si riferiscono ai pontefici più datati – da Celestino II a Gregorio XIV – risultino più attendibili rispetto alla seconda parte delle previsioni; in sostanza, l'autore non ha fatto altro che descrivere brevemente – post-eventum – le fisionomie storiche di personaggi già vissuti.
Per il resto dei motti, vale lo stesso trucchetto utilizzato dagli esegeti-ciarlatani per strumentalizzare le quartine di Nostradamus: ciascuno - sulla base della propria estrazione geografica, culturale, ideologica - può ricavare quello che vuole. Ad esempio, il motto riferito a Giovanni Paolo II – De labore Solis, cioè del lavoro del sole – viene spiegato in base all'origine orientale – il sole sorge ad est- del defunto Wojtyla (Polonia), oppure con sua la frenetica attività diplomatica, capace di promuovere il messaggio cattolico in tutto il globo, dove non tramonta il sole.
Il lettore più accorto si renderà certamente conto che si tratta esclusivamente di congetture e formulazioni attendibili quanto gli asini volanti. E' questa la promozione culturale della quale bisognano disperatamente i giovani? Di certo, persino quei programmi che, sulla carta, dovrebbero rappresentare la fascia "colta" dei palinsesti, sono, di fatto, indistinguibili dalla massa informe dei rifiuti, i prodotti-simbolo offerti dalla discarica ambulante della televisione.

lunedì 16 novembre 2009

Il supermarket della Storia

Se la Storia, oggigiorno, riesce a fare mercato - dal punto di vista editoriale o cinematografico - il merito è soprattutto di tutti quei prodotti - films, romanzi o spettacoli teatrali - capaci di coinvolgere il pubblico col fascino di battaglie epiche, assedi e marce avventurose.
In realtà, la qualità del materiale risulta spesso scadente, specie per l'insufficiente aderenza alla realtà oggettiva degli eventi trattati. Le grandi produzioni editoriali e cinematografiche - dal Codice Da Vinci al recentissimo e deludente Barbarossa - puntano soprattutto sull'ignoranza del lettore/spettatore, nonché sulle irrefrenabili smanie di torbidi intrecci erotici degli spettatori, ormai assuefatti al made in gossip dei programmi televisivi contemporanei. Così, un effeminato quanto mai improbabile Brad Pitt/Achille riesce ad entrare indisturbato all'interno delle mura di Troia, nell'ultima pellicola dedicata alla saga di Troia, rea di profanare la dignità del poema omerico. Così, Dan Brown riesce a convincere milioni di lettori che i Merovingi discendono nientemeno che da Gesù e Maria Maddalena. Peccato che il battesimo del sovrano merovingio Clodoveo, A.D. 496, documenti la conversione al cristianesimo di una dinastia precedentemente PAGANA; altro che linea di sangue del Re dei Re. Romanzo fantasioso? No, una furbata clamorosa, dal momento che l'autore, nell'edizione inglese, fonda le sue pretese di attendibilità storica sulle ricerche di tre ciarlatani (gli autori del best seller Alla ricerca del Graal, la cui facilità di confutazione ha avuto il merito di affermare migliaia di storici di professione), esperti di antichità quanto io lo sono di ingegneria nucleare.
Frattanto - e mi riferisco alla parte reggina del pubblico - dimentichiamo di vivere in un territorio dalle plurimillenarie tradizioni, così ricco di miti, leggende e prestigio da versare in un deplorevole stato di abbandono. Accorriamo numerosissimi ad ammirare Raz Degan e la compagna di Taricone (come si chiama?) in un lungometraggio che della fisionomia storica del Barbarossa conserva il solo attributo della peluria, ma poi ignoriamo il prodigioso repertorio di memorie che ci appartiene.
Gradite assedi e battaglie sul modello di Alexander o de Il Signore degli Anelli? Sappiate allora che Reggio, in passato, era letteralmente inespugnabile; la nostra città costituiva un avamposto fortificato - sono parole del geografo Strabone, non mie - nei confronti della Sicilia e della penisola italica. Se veniva conquistata Reggio, allora un esercito poteva agevolmente giungere a Palermo, Siracusa o Napoli: Dionigi, Pirro, Annibale, Alarico, gli Arabi e persino Garibaldi, sperimentarono questa valenza proverbiale.
Le tracce del nostro passato sono colme di battaglie epiche, assedi e duelli; ma nessuno lo sa e, frattanto il pubblico continua a comprare milioni di copie di Moccia e Dan Brown, lasciando i nostri talentuosi autori ai confini del semi-anonimato. Il manoscritto perduto greco-bizantino della Canzone di Aspromonte ha fatto da prologo alle chansons de geste (Rolando, Gano, Carlo Magno e compagnia bella di pupi) che ancora oggi si studiano a scuola; un poema cavalleresco che, in sostanza, è la spettacolarizzazione letteraria degli annosi scontri per la conquista di Reggio fra Saraceni e Romei. La Rhegion greca resistette undici mesi all'assedio di Dionigi il Siracusano, per poi respingere ancora Pirro, Annibale, Spartaco e Alarico.
Dobbiamo forse attendere l'ingaggio milionario di un attore belloccio per valorizzare tutto ciò? Oppure la pubblicazione di un romanzo storico sulla presunta parentela fra Garibaldi e i Bronzi di Riace? Un musical di Cocciante sulla tarantella? Eppure, di strumenti informativi ottimali per la divulgazione della nostra Storia se ne stanno producendo in gran numero, negli ultimi tempi, persino su Internet, basti pensare alla Storia di Reggio Calabria su Wikipedia (curata dal mio amico Saverio Autellitano)
insieme alle numerose redazioni di blogs e quotidiani telematici - come Costaviolaonline.it - sensibili all'argomento. Eppure, nonostante tutto, comincio a pensare che se non si coinvolgeranno veline balletti e paparazzi, continueremo ad ingrassare le tasche dei venditori di fumo senza arrosto, continuando ad ignorare la valorizzazione delle nostre radici storiche e culturali.

in foto, ricostruzione di un antico scontro fra Reggini e Siracusani

mercoledì 11 novembre 2009

Il 2012 e il trionfo delle bufale apocalittiche

Le ansie millenaristiche - ossia i timori di una prossima fine del mondo, spesso elaborati in forma di profezia - hanno spesso condizionato, nel corso della Storia, gli individui meno colti e creduloni. Molti pretesero di individuare in Silvestro II - al secolo Gerberto di Aurillac (950-1003 c.ca), il papa dell'anno Mille - l'Anticristo descritto dall'Apocalisse giovannea, solo perché si trattava di un uomo dottissimo ed integerrimo - ne sapeva persino di cultura araba - in un'epoca caratterizzata dalla frequente inadeguatezza dei pontefici, per lo più ignoranti e pervertiti da competizione (molti di essi conducevano vite dissolute, con figli e concubine al seguito che, talvolta, ingerivano negli affari dello Stato della Chiesa, come l'ex prostituta Marozia, amante di Sergio III e madre di papa Giovanni XI).
Il mondo continuava tuttavia ad esistere, in barba al moltiplicarsi di profezie e maldicenze, sia dopo l'anno Mille, sia allo scoccare di ulteriori date, indicate come tappe finali del destino dell'umanità: il 1300, il 1500, il Concilio di Trento, la Rivoluzione Francese e il 1999. Periodicamente, nelle città comparivano folte processioni di flagellanti, uomini e donne penitenti soliti procedere all'auto-tortura, al fine di espiare i propri peccati nell'attesa della prossima fine del mondo.
Le banche-dati da cui attingere o adattare vecchie e nuove profezie erano, di norma, il libro di Daniele, Isaia e - soprattutto - l'Apocalisse, il celebre testo neotestamentario prodotto da una setta ebraico-cristiana nella prima metà del II secolo d.C. e falsamente attribuito all'apostolo Giovanni. Un'opera letteraria che trova significativi termini di paragone con testi apocrifi ebraici del passato, anch'essi basati sulla descrizione personale e visionaria della probabile ed imminente fine dei tempi.
L'ampliamento delle conoscenze culturali coincise con la divulgazione delle teorie di nuovi, sedicenti "profeti" come Malachia, Gioacchino da Fiore, Mamma Shipton o il celeberrimo Nostradamus. Si tratta di autori a dir poco inattendibili, che godono tuttora di grande popolarità presso i posteri, grazie soprattutto all'infaticabile opera di divulgazione dei soliti scrittori ciarlatani, pronti a strumentalizzare per fini editoriali l'avida sete di misteri e verità occulte, proprie di ampie fasce di pubblico; lo stesso pubblico che ha finanziato l'arricchimento di un romanziere mediocre come Dan Brown.
Il trucco consisteva spesso nel comporre -è il caso delle quartine di Nostradamus - dei versi astrusi, al limite dell'incomprensibile, colmi di sventure ed avvenimenti infausti che potevano sconvolgere la mente di un uomo del '500 (scismi religiosi, morti di papi e imperatori, pestilenze ed invasioni turche); il lettore, leggendo questi versi, sulla base della propria estrazione culturale, sociale, geografica, può sostanzialmente ricavare ciò che vuole, specie se disconosce il contesto storico e la personalità di Nostradamus.
Ecco che, persino io, posso riuscire a ricavare una profezia post-eventum da una quartina di Nostradamus, inerente l'attacco aereo al Word Trade Center dell'11 settembre 2001:

Cinque e quaranta gradi il cielo brucerà
il fuoco si avvicinerà alla grande città nuova,
in un istante la larga fiamma farà un balzo,
quando si vorrà far prova dei Normanni
. [Centurie, VI, 97]


La città nuova (New York) si trova fra il 40° e il 45° parallelo; l'attacco avviene, in un istante, dal cielo che brucerà in un istante (i velivoli dirottati dai terroristi colpirono all'improvviso i due grattacieli). Quanto all'ultima frase - quando si vorrà far prova dei Normanni - posso benissimo arrampicarmi sugli specchi, spiegando il riferimento astruso agli Uomini del Nord nel senso di un mezzo di pressione psicologica (quando si vorrà far prova) volto ad impaurire, con l'arma del terrorismo, la società capitalistica nord-occidentale. Su illazioni come questa si fondano effettivamente le fortune editoriali dei moderni interpreti dell'astronomo francese.
Oggi, il pubblico è alla mercé della "profezia dei Maya", che prevede una "data di scadenza", per il nostro pianeta, fissata al 21/12/2012, sulla base dei calcoli astronomici effettuati dall'antico popolo americano. Se solo si prestasse attenzione agli studiosi di mestiere - e non ai buontemponi in cerca di successo mediatico e materiale, avvalorati dalle attenzioni che gli rivolgono programmi televisivi mediocri e speculatori hollywoodiani- si comprenderebbe immediatamente la colossale bufala di cui si tratta.
I Maya utilizzarono infatti diversi tipi di calendario; quello in questione, il Lungo Computo, si basava su una concezione ciclica del tempo, laddove la fine dell'ultima era coincide col 21/12/2012. Una data che rappresenta, tuttavia, nient'altro che la fine di un ciclo e l'inizio di uno nuovo; la stessa cosa è successa ai popoli occidentali con l'anno Mille o col Duemila. Non c'è alcuna profezia: si tratta di un banale calcolo cronologico. Per il resto - gli allineamenti planetari, le comete o le collisioni varie con corpi celesti che si leggono su Internet - basta recarsi presso un comune osservatorio spaziale per rendersi conto dell'assoluta falsità delle suddette teorie.
Insomma, il mondo, probabilmente, non finirà nel 2012, così come non è finito nel 1000 o nel 1300. Possiamo tuttavia prevenire le REALI catastrofi verificabili, iniziando ad avere più rispetto nei confronti dell'ambiente in cui viviamo, adottando una visione ecologicamente sostenibile del rapporto fra progresso e pianeta; anche perché - credere in queste balordaggini - è una grave offesa alla presunta superiorità intellettuale degli esseri umani sul mondo circostante.

lunedì 9 novembre 2009

C'era una volta il Muro della vergogna


In occasione del primo ventennale della caduta del Muro di Berlino, mi sembra opportuno sospendere per una settimana il consueto appuntamento con la valorizzazione storica del territorio reggino per dare ascolto agli echi di un avvenimento epocale, che considero la vera e propria chiosa del XX secolo.

C'era una volta il Muro della vergogna. Non servono sciocche coloriture partitiche per svelare la natura reale di un obbrobrio. Troppo spesso un ideale politico nasconde la negazione dei diritti umani.
E' il maggio del 1945 e la guerra è finita, mentre una semidistrutta Berlino viene divisa in quattro zone di occupazione; ognuna di esse rappresenta un alleato vincitore della Germania nazista: inglesi, statunitensi, francesi e sovietici presidiano le strade dell'ex capitale del Reich.
Passano pochi mesi e l'intera Europa si è già frantumata nei due blocchi imposti dalla cruda logica della Guerra Fredda. Mentre sull'Ovest piovono i milioni di dollari del Piano Marshall, il Patto Atlantico e l'influenza americana, oltre la cortina di ferro del Reno i carri armati di Stalin e le elezioni-farsa sanciscono la nuova carta geopolitica di un continente spezzato in due. La linea di demarcazione fra i due blocchi - quello occidentale e quello sovietico- coincide coi confini delle due Germanie, ciascuna delle quali sceglie di ignorare l'esistenza dell'altra. Inglesi, francesi e statunitensi danno vita a Berlino Ovest, la vetrina dell'Occidente Capitalistico situata centinaia di chilometri all'interno della Germania dell'Est; grandi palazzi ed infrastrutture all'avanguardia stridono con le drammatiche condizioni di vita imposte dal giogo comunista, mentre ovunque si ergono, inquietanti, i posti di blocco per bloccare gli accessi nella zona occidentale. Eppure, le fughe da un settore all'altro di Berlino sono frequenti: centinaia di cittadini scelgono di lasciarsi alle spalle l'oppressione politica del regime, le onnipresenti intimidazioni della polizia di partito, - la STASI - allettati dalle migliori prospettive di vita che offre la Germania Federale.
Siamo nel 1961 e, mentre Chruščëv e Kennedy si sfidano a colpi di mezzi di pressione psicologica, il governo della Germania dell'Est decide di costruire un lungo muro di cinta, in modo da isolare Berlino Ovest dal resto della DDR. Dal punto di vista politico, quella del segretario Ulbricht è una mossa geniale, poiché il muro impedisce le fughe, pur non bloccando del tutto la via di comunicazione con Berlino Ovest. La giustificazione ufficiale consiste nell'interdire le attività ostili e militariste della Germania Occidentale; non è che uno sciocco pretesto, ma il Muro della vergogna ora lacera la grande città.
La Grande Storia spesso non tiene in considerazione la quotidianità. Un'accozzaglia di eventi, date e poche righe, incapaci di esprimere il dramma reale di amori, amicizie, familiari, divisi da quel monumento alla barbarie. Gente comune, spesso estranea da ideali e utopie, dai giochi meschini della politica, vive per ventinove anni con l'incubo di sentinelle, fucili e filo spinato. Ventinove anni in cui - si apprende da commoventi testimonianze - i tifosi dell'Hertha tentavano di interpretare i boati della folla allo stadio, in modo da capire se la loro squadra del cuore avesse segnato. Lo stadio dell'Hertha giaceva dall'altra parte del Muro.
Correva l'anno 1990. Gorbacev, tentando di rinvigorire il miraggio comunista sbiadito da decenni di sangue e repressioni - glastnot (trasparenza), perestrojka e varie promesse di liberalizzazione e pluralismo politico - finisce col diffondere la speranza in tutta l'Europa dell'Est. L'Ungheria riapre le frontiere dopo più di quaranta anni e i tedeschi della DDR cominciano ad affluire numerosi verso l'Austria, oltre la cortina di ferro del Patto di Varsavia. A Berlino si moltiplicano manifestazioni e disordini. La direzione del partito comunista deve fronteggiare ancora una volta la folla inferocita che chiede libertà e democrazia; ma questa volta è destinata a soccombere e non basteranno le minacce dei carri armati.
Il Muro è destinato a cadere per caso, da quella che sembrava una futile contingenza. La sera del 9 novembre 1990, Günter Schabowsky, portavoce del governo, dichiara inconsapevolmente che stava per essere varata una nuova legge sui permessi di viaggio; i visti necessari per recarsi in Germania Ovest sarebbero stati rilasciati immediatamente e, direttamente alla frontiera.
Non è assolutamente vero, ma ai berlinesi basta la sola diffusione della notizia per affollare la zona del Muro, chiedendo a gran voce la consegna dei visti. Le guardie di frontiera sono incapaci di fronteggiare migliaia di persone; la situazione degenera e, saggiamente, si decide di aprire i cancelli. Così, il Muro viene presto raso al suolo e Berlino torna ad essere una città serena - dopo ventinove anni.
Due innamorati si baciano, fratelli e amici si abbracciano, tutti cantano e brindano come se non fosse mai esistita una barriera imponente di cemento a separarli. Il Muro della vergogna è crollato, eppure, fra le pagine della memoria storica, il suo spettro infesta ancora le coscienze dei posteri, ad imperituro ricordo della stupidità degli esseri umani.

martedì 3 novembre 2009

Il Crocifisso e la decisione della Corte Europea

Basta guardare un telegiornale per rendersi conto del livello scadentissimo in cui versano parte dell'opinione pubblica e della classe politica dirigente.
Mi riferisco alla decisione - destinata a fare scalpore - della Corte Europea, legata alla rimozione dei crocefissi dalle aule scolastiche. Un atto di barbarie, ancora più paradossale perché si lega ai luoghi di diffusione del sapere: nuove forme di oscurantismo che approdano nelle aule scolastiche.
Qui non si tratta di radici culturali o storiche. Non c'è nulla di più labile del concetto di "radice", specie quando applicato ad un'entità spaziale estesa ed eterogenea - quale l'Europa intera - o lassi di tempo plurimillenari. Non è questo, a mio parere, il punto. La Storia è un'indagine scientifica basata sulla comprensione del continuo ed incessabile cambiamento della vita, non una categoria immutabile di principi arbitrari. Si può comprendere dalla diversità, a patto di non svuotare del senso originario un'idea, specie se tale idea è legata ad un fattore così soggettivo ed intimista come la religione.
E' chiaro che questa decisione attribuisce al crocifisso un valore identificativo di carattere etnico, ma non religioso, davvero troppo lontano dall'originario messaggio salvifico di Amore della cristologia. Così, le onnipresenti strumentalizzazioni hanno trasformato una rivelazione d'amore universale nell'ennesimo focolare di contrasto fra gli esseri umani; in altri termini, ci si muove sempre sul terreno paludoso dell'intolleranza: il crocifisso non è più il ricordo del sacrificio di Cristo per redimere l'umanità, ma una bandiera macchiata da lordure politiche.
In secondo luogo, se proprio dobbiamo parlare di smarrimento di "radici", allora diciamo che abbiamo dimenticato soprattutto la lezione illuminista di Voltaire e Benedetto Croce: il diverso si comprende, non si giustizia. Questo vale per il crocifisso, e per ogni manifestazione, materiale o ideologica di fede o cultura. Come si può, all'interno di un'istituzione scolastica - che sulla carta deve educare, condividere, comprendere - percepire il crocifisso come "fastidioso per gli appartenenti ad altre confessioni religiose o per gli atei" ? Ma stiamo scherzando? Non deve l'istruzione aprire al dialogo? Sono queste le forme di integrazione alle quali aspira la società moderna? Questa è la cultura che arricchisce?
Dipendesse da me, io metterei, accanto al crocifisso, la mezzaluna islamica, il Buddha, la Stella di Davide, ed ogni altro simbolo religioso che aiuti a comprendere che, in fondo, l'importante non è la divisione in schiere armate, quanto la comunanza dei principi morali e caritativi, le sole radici che abbiamo effettivamente perduto. L'indagine storico-comparativa sulle religioni, dall'animismo ai grandi monoteismi, se divulgata in maniera metodica, aiuterebbe davvero gli studenti a smascherare le strumentalizzazioni che spesso si celano dietro un titolo-bomba o una sentenza capziosa. Ma questa è un'utopia. Perché il crescente allontanamento della società moderna dalla cultura riesce spesso a trasformare persino la religione in un terreno di scontro politico, perché le masse non riescono più a decifrare la sostanza delle cose.
Oggi, l'oscurantismo ha cambiato denominazione e forma, assumendo la fisionomia inquisitoria dei giudici della Corte Europea. Non rimane altro da fare che rendercene conto. E magari vergognarci di chi, istituzionalmente, rappresenta il popolo europeo.

Cronaca dell'ultima visita al Museo

Lo scorso primo novembre 2009 il Museo Nazionale della Magna Grecia ha chiuso i battenti per un periodo di almeno due anni, per via degli ormai noti lavori di ristrutturazione (il bello è che il Ministero competente sapeva di queste "misure precauzionali" da almeno sei anni, un arco temporaneo utile, se tempestivamente comunicato, per costruire almeno altre due nuove sedi…), privando la città di Reggio Calabria e i suoi operatori turistici e commerciali delle centinaia di migliaia di visitatori stagionali che solevano recarsi ad ammirare i nostri prodigiosi reperti archeologici, sfidando la lontananza geografica e i pessimi collegamenti viari.
Chi, come me, è inguaribilmente affetto dalla "sindrome del Museo di Reggio" - e cioè di un legame morboso con le testimonianze materiali della nostra plurimillenaria Storia - non si è lasciato sfuggire l'occasione di vedere per l'ultima volta, il Kouros, il Filosofo, la testa di Basilea e tutti gli altri prodigiosi reperti che rischiano inesorabilmente di piombare nel dimenticatoio se non verranno prese delle decisioni ragionevoli in proposito.
Così, la scorsa settimana decido di recarmi al Museo, approfittando di un impegno contingente; è una grigia mattina senza velleità. Il tempo materiale occorrente per presentare in biglietteria l'attestazione di studente della Facoltà di Lettere e Filosofia ed ecco che centodieci turisti (il paziente computo è mio) entrano, pagando il biglietto, accompagnati da una guida locale. Non c'è male come utenza per un mercoledì mattina di pioggia; un'utenza che la città perderà miserevolmente nei prossimi anni. Poco male: tanto, ogni sabato mangeremo comunque le frittole, mentre guardiamo Maria De Filippi.
Sono circa le dieci e mi dirigo verso il secondo piano, che ospita i reperti provenienti dagli scavi archeologici reggini, insieme a quelli di Medma (Rosarno), Metauros (Gioia Tauro), Castellace, Ipponio (Vibo Valentia) ed altri centri ellenici dell'entroterra. Dispongo di molto tempo da perdere, perciò mi convinco ad esaminare la qualità dei pannelli informativi che dovrebbero, in linea teorica, illustrare uno straccio di contesto storico entro cui inscrivere la provenienza del materiale; e qui comincia il film comico.
Pannello informativo sulla polis di Rhegion: si legge a chiare lettere che non è possibile ricostruire con certezza l'entità territoriale della città nello Stretto nel periodo greco. Peccato che diversi e recentissimi studi abbiano ormai individuato il confine preciso del territorio reggino sul lato ionico, il fiume Alece/Palizzi, con tanto di postazioni di controllo per le sentinelle sulle alture circostanti, oltre ai resti di una guarnigione stabile di frontiera. Sul versante settentrionale-tirrenico, la situazione viene dipinta in modo ancor più confuso, dato che non si identifica il phrourion di Serro di Tavola (comune di Sant'Eufemia di Aspromonte) come fortificazione di matrice reggina, né si fa cenno alcuno alle recenti pubblicazioni relative all'interruzione della documentazione archeologica di Metauros (l'abbandono del centro, all'inizio del V sec. a.C. documenta infatti la conquista dell'emporio da parte reggina). Perché i pannelli non sono aggiornati alle recenti acquisizioni scientifiche? Mistero. Ma continua a venirmi da ridere.
Vi risparmio la segnalazione di tutti gli errori, le incongruenze e gli anacronismi evidenti che si leggono sui pannelli informativi esposti al Museo per non dilungarmi troppo. Sono le undici e scendo le scale che portano alla Sala di Archeologia Subacquea, ove si trovano i reperti della nave di Porticello (Filosofo, testa di Basilea e altri frammenti del carico rinvenuto) e, soprattutto, i Bronzi di Riace. Ovviamente, anche qui, non trovo segni di aggiornamento per quanto riguarda le ipotesi ricostruttive legate all'origine delle statue, illustrate dai pannelli. Mi ritrovo solo, se si eccettua il sorvegliante di sala intento nella lettura del giornale, nella grande sala climatizzata ove i due Guerrieri scrutano imperiosamente nel vuoto circostante. Sarà la milionesima volta che vado a fare visita a questi capolavori, eppure non riesco a smettere du subire il loro influsso magnetico ed evocativo. D'improvviso arriva il primo gruppo di turisti che ho incontrato in biglietteria, accompagnati dalla guida. Decido di aggregarmi al seguito per ascoltare l'arringa dell'esperta.
Mentre i visitatori pendono dalle sue labbra, la giovane comincia ad illustrare, per sommi capi, l'ipotesi del Prof. Moreno. Evidentemente la guida non ricorda bene quella ricostruzione perché nel suo discorso si sofferma, inquietantemente, su particolari idioti quali la presunta differenza di "bellezza" fra i due guerrieri. In sostanza, la Statua A è più "giovane e bella" della B, ergo i due capolavori furono partoriti da due mani diverse; la Statua B dovrebbe prendere il Viagra. I miei lettori sanno già - eventualmente li rimando al mio intervento "I bronzi. Un'ipotesi vincente?" di qualche settimana fa - che, ultimamente, sono state formulate teorie ben più valide e supportate dalle fonti. Perché non informare i turisti sulle nuove ipotesi? Altro mistero. E non ho ancora smesso di ridere. Anche perché la chiusura del Museo ostacolerà, per non dire annullerà, i futuri progetti di ricerca. Ma questo non è un grosso problema, anche perché il pubblico non è informato sui progetti recenti, figuriamoci su quelli futuri. Il problema sarà dei ricercatori.
La guida turistica decide infine di chiudere in bellezza: la testa del Filosofo - i miei lettori sanno che si tratta presumibilmente di una raffigurazione di Pitagora di Samo - diventa un ritratto di un'atleta olimpico; ma come? con la barba lunghissima, segno di saggezza? l'espressione pensosa? i lineamenti realistici del volto? L'idiozia sale alle stelle.
Mi auguro che la chiusura forzata del Museo impedisca a tali sprovveduti prestati dalla generazione "meno so - più faccio notizia", che purtroppo rubano il lavoro a molti giovani laureati e competenti in materia, di proliferare nell'ancora vergine terreno della valorizzazione dei beni culturali. Frattanto centodieci persone escono dalla nostra città ancora più confusi di prima in merito al nostro patrimonio culturale. Centodieci persone, entrate in poco più di dieci minuti, si disperdono fra il Lungomare Falcomatà e il Corso Garibaldi; ne incontro parecchi, in fila per il gelato, la 'nduja, i giocattoli, i vestiti, souvenirs di tutti i tipi. Gli operatori commerciali ridono sotto i baffi. Ancora per poco. Il Museo è chiuso e la pacchia è finita. Adesso, aspettiamo che vengano altre camionate di turisti, nei prossimi mesi. Non so perché, ma mi viene ancora da ridere. Amaramente.