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lunedì 5 ottobre 2009

Il Leone Reggino


L'apparentemente inarrestabile processo di disgregazione dei nostri valori culturali, questo incessante smarrimento consapevole delle nostre radici, si evidenzia persino dagli esiti di una breve ed innocua indagine che ho condotto qualche giorno fa. Provate a chiedere ad un campione di studenti dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria cosa rappresenti il simbolo del proprio ateneo. La maggioranza di essi, diplomaticamente e furbescamente, risponderà semplicemente "è il simbolo della Mediterranea"; qualcun altro dirà che si tratta dell'antico emblema cittadino, poi sostituito con San Giorgio; infine, gli immancabili maestri delle arrampicate sugli specchi tenteranno di mostrare la vastità delle loro conoscenze zoologiche, sforzandosi di dimostrare che una volta i leoni abitavano la penisola italica ed erano gli animali sacri dei Reggini (che i leoni, un tempo, abitassero l'Italia o la Grecia è fuor di dubbio, ma non è questo il punto). Complimenti alle nostre scuole superiori che continuano a sfornare cotanti geni, addestrati con i quiz a crocette; e complimenti a quei soprintendenti, dirigenti scolastici e docenti vari che ancora si preoccupano di burocrazia, di POF, POR, PUFF, GULP, ECCI (salute!), e non della spaventosa inadeguatezza di preparazione (intendiamoci, non soltanto sul terreno umanistico…) degli studenti.
Ebbene, il leone reggino altro non è che una tipologia monetale che figurava sulle monete battute dalla polis di Rhegion nel corso del V secolo a.C. Cosa rappresenta? Si tratta di un attributo animale di Apollo, insieme ad Artemide divinità tutelare della città. Era stato proprio un responso dell'Oracolo di Delfi, la cui sacerdotessa locale, la Pizia, secondo le credenze religiose e divinatorie elleniche, era direttamente ispirata dal dio del sole, a guidare i coloni provenienti da Calcide ed Eretria, verso la costa italica. Ecco il responso, tramandato da Diodoro Siculo:

"Laddove l'Apsias, il più sacro dei fiumi, si getta nel mare, laddove, mentre sbarchi, una femmina si unisce ad un maschio, là fonda una città; il Dio ti concede la terra ausone".
Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XIII, 23

Secondo la tradizione, quando la spedizione greca giunse alla foce dell'Apsias (il Calopinace), i coloni videro una vite avvinghiata ad un caprifico, e lì fondarono Rhegion.
In realtà, come spesso accade nella Storia, in questo racconto non c'è nulla di miracoloso o sovrannaturale, c'è solo tanta propaganda da decifrare correttamente. In primo luogo, bisogna ritenere che il Santuario di Apollo a Delfi funzionasse come una sorta di banca-dati/agenzia-viaggio dell'antichità: il luogo sacro era visitato da numerosi marinai e commercianti che fornivano informazioni geografiche ed etnografiche sui luoghi oltremare; così quando una città greca decideva di fondare una nuova colonia (si tratta di un termine improprio in quanto le colonie greche, le apoikiai, non funzionavano come quelle moderne, cioè come dei centri subordinati e sfruttati dalla madrepatria, ma si trattava sostanzialmente di città libere, sin dalla loro fondazione) e si rivolgeva all'Oracolo di Delfi, mettendosi sotto la protezione della divinità, otteneva soprattutto delucidazioni sulle località ottimali per il nuovo insediamento, sui popoli che le abitavano, sulle rotte marittime da seguire. Toccava poi agli scrittori greci fingere che si trattasse di zone selvagge e disabitate; in realtà, spesso e volentieri i nuovi arrivati si sbarazzavano cruentamente delle popolazioni indigene, talvolta esiliandole sui monti o, è il caso dei Corinzi fondatori di Siracusa, facendone degli schiavi pubblici.
I Reggini, si appropriarono dei principali luoghi di approdo e delle vie di comunicazione interne, seppure gli indigeni locali, Siculi o Morgeti (ed altre etnie appartenenti genericamente alla stirpe italica-ausonia), relegati sui monti, continuarono a vivere nel nostro territorio, intrecciando rapporti eterogenei con i greci di Rhegion e Lokroi: alcuni divennero schiavi, altri braccianti, i maschi di alcune comunità libere potevano essere assoldati come truppa mercenaria nelle campagne militari.
La stessa Reggio doveva preesistere, in qualità di insediamento abitativo, all'arrivo dei Greci. Lo dimostra l'etimologia italica del termine, dal ceppo "rex", nel senso di "città regale/città dei re". Il celebre tragediografo Eschilo, che aveva tentato di ricondurre il termine Rhegion al verbo greco "divellere", nel senso di una "rottura", un evento sismico che aveva provocato la frattura fra le odierne Calabria e Sicilia, o aveva preso un grosso abbaglio, oppure faceva propaganda anche lui.
Sono sopravvissute inoltre, e fatte proprie dai Reggini, le tradizioni relative ad alcuni re divinizzati o eroizzati come Iokastos, mitico figlio di Eolo, vero e proprio fondatore della città, il cui sepolcro, ancora in età storica, si trovava presso il luogo dello sbarco del contingente dei coloni, il Pallantion o Punta Calamizzi. Non affannatevi a trovare il Pallantion quando andrete a fare shopping sul Corso, cari amici! Questo promontorio che sorgeva all'incirca nell'area della Stazione Centrale è sprofondato in mare nel 1563, in seguito ai lavori di deviazione del corso del fiume Calopinace, dall'area originaria del Tempietto a dove sfocia adesso. Complimenti agli ingegneri dell'epoca.
Quanta storia dietro una semplice iconografia! E sappiate che potrei andare avanti ancora a lungo… Queste, cari lettori, non sono che alcuni frammenti delle nostre plurimillenarie radici. Val davvero la pena ignorarle così palesemente?

1 commento:

  1. Una città può passare
    attraverso catastrofi
    e medioevi,
    vedere stirpi diverse
    succedersi nelle sue case,
    veder cambiare le sue case
    pietra su pietra,
    ma deve, al momento giusto,
    sotto forme diverse,
    ritrovare i suoi dei.
    (Italo Calvino, Gli dei della città, 1975)


    Non ho perso la speranza che un giorno Reggio possa ritovare i suoi Dei...

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