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venerdì 30 ottobre 2009

Il mestiere del pendolare

Esiste una nutrita componente di opinione pubblica che vede nella prossima realizzazione del Ponte sullo Stretto una sorta di risoluzione provvidenziale ai disagi dei pendolari. Una prospettiva ingenua ma comprensibile. Il reggino che viaggia per motivi di studio o lavoro, si trova sovente invischiato in un'odissea giornaliera (con tutto il rispetto per l'eroe omerico, che almeno si trovava a lottare contro ciclopi e sirene, evitando di azzuffarsi con orari sballati e scogli per le strade) fra arterie stradali oppresse da cantieri secolari ed inestinguibili, collegamenti ferroviari perennemente soggetti a ritardi o a deprecabili condizioni sanitarie delle infrastrutture.
Viaggiare per routine, nella nostra provincia, rappresenta ormai l'anticamera dell'invecchiamento precoce. Chiedete ai pendolari che ogni giorno si recano a Catanzaro, l'unico capoluogo regionale d'Italia raggiungibile con sangue e sudore, affrontando un'implacabile sveglia mattutina che gareggia col più mattiniero dei galli, per poi affogare fra rallentamenti, soppressioni improvvise dei servizi, situazioni di ordine pubblico disperate e chissà quanto altro di sconvolgente; troverete miriadi di esposti alle autorità competenti e nessuna miglioria.
Se l'Area Metropolitana dello Stretto dovrebbe costituire una florida realtà, così non è per le migliaia di pendolari - chi scrive lo è da più di cinque anni - costretti a solcare il canale fra la quasi totale impossibilità logistica a recarsi agli imbarcaderi, fra carreggiate fatiscenti, semafori e sensi unici violati dai soliti idioti partoriti da fretta e madri sempre gravide, pericoli di caduta massi, per poi trovarsi a sgomitare stipati, all'interno dell'unico aliscafo attivo agli orari di punta.
L'ottimizzazione dei collegamenti è una conquista imprescindibile per la crescita economica di un territorio. Chiedete agli antichi Romani costruttori di strade ancora oggi praticate: dalla riduzione di spazi e distanze geografiche dipende lo sviluppo consapevole di una regione. E' necessario che la popolazione residente apra gli occhi e cominci a protestare contro l'appaltocrazia, i soprusi e l'indifferenza, al fine di riaffermare e tutelare il nostro diritto di prosperare.
Ci sono lavori urgenti da effettuare sulla Statale? Benissimo. Esigiamo che un cantiere sia operativo giorno e notte, con gli opportuni straordinari retribuiti, a patto di consegnare il lavoro ultimato alla scadenza del contratto, altrimenti si paghi la penale. Così funzionano le strategie di razionalizzazione del settore in uno stato veramente moderno e civile.
Trenitalia e le aziende private di trasporto terrestre e marittimo si coordinino sulla base delle esigenze degli utenti che pagano sostanziose tasse, abbonamenti e biglietti vari; che tutti comincino a prevenire ed eventualmente attrezzarsi per le situazioni di emergenza.
E' chiaro poi che ogni cittadino debba acquisire una spiccata coscienza civica, affinché siano osservate le regole basilari della convivenza e dei comportamenti consoni a preservare la dignità dell'essere umano - non sporcare, non guastare, non violare, rispettare se si pretende rispetto.
La situazione dei pendolari è grave, urgente, complessa. Perciò è opportuno che ciascuno di noi cominci a rivolgere lo sguardo qualche metro oltre il proprio comodo deretano, per iniziare, insieme a cooperare per un avvenire migliore.

lunedì 19 ottobre 2009

Reggio e la Scuola Pitagorica

L'investitura di Reggio a città d'arte e cultura è un fenomeno dalle radici plurimillenarie. Nella nostra città e nel nostro territorio operarono il primo storico di Occidente, Ippi, il primo grammatico, Teagene, e ancora poeti e scultori del calibro di Ibico, Clearco e Pitagora. Oggi parleremo di un altro Pitagora e delle più innovative delle sue idee.
Sin dalla primissima diffusione (fine del VI secolo a.C.) delle complesse dottrine mistico-esoteriche, propugnate dal filosofo originario di Samo (poi cittadino di Crotone e Metaponto), in Magna Grecia, Reggio rappresentò uno dei centri propulsori del Pitagorismo.
Risulta oggigiorno difficile elaborare una sintesi esaustiva di una corrente di pensiero assai complessa ed eterogenea. Banalizzando, si può dire che i Pitagorici costituivano una sorta di elite, operante in tutti i settori del sapere umano: scienza, politica, costume e religione. Credevano nell'immortalità dell'anima e nella sua trasmigrazione in altri corpi, dopo la morte biologica. Conducevano una vita austera e, in politica, affermavano il principio del più degno: erano i migliori per virtù ed ingegno ad occuparsi della conduzione degli affari pubblici.
La concezione pitagorica del moto armonico dei pianeti precorreva, in parte, l'eliocentrismo di Copernico, Keplero e Galilei, così come l'intuizione circa la sfericità della Terra.
Si tratta di conoscenze e divagazioni scientifiche che furono successivamente smarrite dalla cultura medievale. Senza addentrarci troppo nell'annosa e dibattutissima questione, ricordiamo che, nei secoli a venire, si scelse di credere e divulgare le teorie di Claudio Tolomeo (II sec. d.C.): un autore vantaggioso per almeno due motivi: non contraddiceva le Sacre Scritture, ma soprattutto era il più incompetente e credulone degli astronomi dell'antichità. Così, la Terra rimase per circa un millennio immobile al centro dell'universo, con tutti i corpi celesti a volteggiarle intorno.
Verso la metà del V sec. a.C., i Pitagorici vennero esiliati dalle principali poleis magno-greche, e Reggio divenne il loro luogo di asilo preferenziale, il più importante dei loro sinodi. Oggi, chiunque abbia voglia di ammirare un frammento originale in bronzo che raffigura, presumibilmente, il volto di Pitagora di Samo, può tranquillamente recarsi al Museo Nazionale della Magna Grecia, prima della sua biennale chiusura del 1 Novembre 2009.
Quanto a noi, vorrei concludere questo nostro ennesimo appuntamento settimanale con l'approfondimento della nostra Storia con l'affermazione di una dei principi cardine del Pitagorismo: l'ignoranza è la più bieca delle colpe.

mercoledì 14 ottobre 2009

Una riflessione sul caso Venditti


Ho avuto modo di seguire sia il penoso servizio televisivo andato in onda il 13 ottobre sulle Iene, sia l'intervista radiofonica rilasciata da Antonello Venditti a Gianni Baccellieri ed andata in onda su Radio Touring. Il cantautore romano continua a portare avanti una penosa difesa ad oltranza riguardo le ormai note parole che ha pronunciato sulla Calabria.
L'artista intende scusarsi per le modalità espressive ma non, si badi bene, per il concetto in sé, in quella che - parole sue - voleva essere una dichiarazione d'amore alla nostra regione. Un approccio sentimentale, certamente scadente, nei modi e nei termini utilizzati; e, di fatto, Venditti ha fatto la fine dello spasimante respinto. A suo dire, quelle parole apparentemente ingiuriose non erano che una forma di denuncia, da parte di una personalità appassionata ai problemi cronici della nostra terra, per altro espresse attraverso una canzone-preghiera, "Stella".
Premetto che, personalmente, ho creduto sempre poco alle pretese di impegno sociale degli artisti. Ritengo infatti - e torno a precisare che si tratta di un'opinione soggettiva - che le supposte "denunce" da parte di personaggi che guadagnano moltissimo rispetto alla maggioranza silenziosa dei lavoratori, immensi sino alle caviglie negli acquitrini della routine, non siano altro che astuti stratagemmi per guadagnare consenso e quindi successo economico; se esistono le eccezioni, e mi auguro davvero che ci siano, sono conferme alla regola.
Il caso Venditti deve costituire, comunque vada, un'occasione per riflettere sull'immenso potere mediatico e propagandistico, oggigiorno in mano agli artisti. La società moderna venera cantanti, ballerini o comici come idoli tribali, specie quando si ergono a giudici ed incitatori dei mali che affliggono la società. E' chiaro che qualsiasi loro cenno influenza le azioni e le riflessioni del pubblico. Perciò questo immenso potere deve essere necessariamente gestito in maniera responsabile: se non c'è uno sfruttamento consapevole e coerente di questa specie di carisma, diventa inutile lamentarsi delle critiche quando ci si imbatte in un'uscita poco elegante o in una irrimediabile gaffe.
Caro Venditti, tale è il lato negativo del tuo lavoro e del tuo impegno sociale. Devi assumerti le responsabilità di quello che dici e, soprattutto, di come lo dici. Altrimenti dovresti lagnarti per tutti i dischi che hai venduto quando parlavi di lotta di classe, del sessantotto ecc.; e, se non sbaglio, non è la prima accusa di incoerenza che ricevi e, qualche sassaiola, l'hai buscata anche tu, negli anni Settanta, e proprio da quei movimenti di protesta di cui ti ostini a dichiararti paladino. In un altro mondo, un padre di famiglia che manda avanti la baracca con mille euro al mese avrebbe più credibilità di te davanti alle masse quando parla di problemi sociali; ma "questo è quel mondo, onde cotanto ragionammo insieme?" - domanderebbe Leopardi. Si è proprio questo.
Ma torniamo alla tua "denuncia", caro Antonello. Non riesco ancora a comprendere come un giovane calabrese possa trovare speranza e conforto nelle tue frasi disfattiste, né quale oscuro invito a rimboccarsi le maniche si nasconda dietro la tua dichiarata assenza di cultura e di arte in Calabria. A me sembra piuttosto la storiella del generale che esorta i soldati ad avere paura della battaglia o, ancora meglio, quella del medico che spaventa i suoi pazienti enfatizzando i sintomi delle patologie.
Personalmente, nessuna ulteriore arrampicata sugli specchi mi convincerà ad attribuire alle parole di Venditti un senso diverso da quella che probabilmente era l'intenzione reale dell'artista: ingraziarsi il pubblico siciliano attraverso uno squallido miscuglio di luoghi comuni e logiche campanilistiche, volte a sfruttare le tradizionali rivalità fra le due regioni. Un discorso più incline ad un derby calcistico che ad un concerto, giudicato divertente soltanto quella signora imbecille che rideva sonoramente alle battute di Venditti, comodamente sbracata nelle prime file.
Questo è il mio pensiero. Non mi sembra ci sia molto materiale per montare un caso ad personam, come il cantautore continua a sostenere, accusando la redazione di Strill.it. Per tali ragioni, è opportuno chiudere qui le polemiche. Io rimango della mia idea. Per me, Venditti è soltanto una persona che probabilmente sopravvaluta le sue reali capacità di comprensione dei problemi oggettivi del Meridione e delle modalità ottimali per la loro risoluzione. Ma un invito ai miei lettori vorrei comunque lanciarlo: diffidate sempre da queste tipologie di "artisti".

domenica 11 ottobre 2009

Su Venditti e la nascita dell'alfabeto latino


Come molti miei conterranei ho appreso dalla stampa delle ingiuriose dichiarazioni rilasciate, nel corso di un concerto tenuto in Sicilia qualche tempo fa, da Antonello Venditti, per brevità chiamato artista (e cito il titolo di un recente album del suo amico De Gregori) circa l'assenza di arte e cultura in Calabria; il suddetto artista ha inoltre sarcasticamente invocato il Padre Eterno, reo, a suo dire, di aver "creato" la nostra regione.
Il pubblico meridionale ha reagito, ragionevolmente, con sdegno a queste parole. Molte personalità della politica, della cultura e dello spettacolo, insieme a migliaia di calabresi, continuano a scagliarsi contro Venditti, minacciando o organizzando boicottaggi con oggetto i prossimi tours e il materiale discografico del cantautore romano.
Il paradosso è che, due anni or sono, in occasione del concerto tenuto da Venditti il 19 Agosto 2007 a Reggio Calabria, egli stesso aveva affermato di "sentirsi onorato" di esibirsi nella splendida cornice del Lungomare Falcomatà. Si trattava probabilmente delle solite, convenzionali, frasi di circostanza, pronunciate da un classico artista ex-sessantottino, deluso dal fallimento dell'obiettivo principale della sua generazione di fenomeni: cambiare il mondo.
Il mondo non è cambiato; tutt'altro. Chissà che Venditti non giudichi la Calabria colpevole di ciò. Opinione soggettiva e, come tale, rispettabilissima, seppur non si possa sottrarre allo scherno e alla confutazione. In fondo non sono che artisti: cantano, ballano e pontificano perché masse prive di capacità critiche li ascoltano come profeti del Terzo Millennio. E' in parte colpa di tali "artisti" se i terreni della propaganda politica si stanno spostando dalle tribune elettorali alle platee del Grande Fratello o di qualche altro talent show.
Ma torniamo al cantautore romano. Personalmente, ritengo opportuno non replicare alle esternazioni del Sig. Venditti, se non altro perché credo che, in questa vicenda, sia stato proprio lui il peggiore carnefice di se stesso. Chiunque esprima tali balordaggini si imbarca spesso in quella penosa situazione in cui ogni scalzacane fa la figura del grande oratore a confutare (mi viene voglia di utilizzare il termine dialettale "stuppare", nel senso di "far rimanere senza parole", in questa frase…) le posizioni del suo interlocutore. D'altra parte, non ci vuole poi molto, nel caso dell'autore di "In questo mondo di ladri".
Il sig. Venditti preferirà dunque ad un'altra vagonata di critiche e insulti, una simpatica storiella sulla nascita dell'alfabeto latino. E' opinione comune fra gli studiosi sostenere che i caratteri utilizzati nell'Antica Roma (tutt'oggi criterio grafico per la maggior parte degli scriventi) siano una via di mezzo fra il sistema alfabetico etrusco e quello greco-arcaico. I Latini (e quindi i Romani) avevano avuto modo di apprendere la scrittura greco-arcaica dalla vicina polis di Cuma; i Cumani utilizzavano, a loro volta, una peculiare tipologia scrittoria, l'alfabeto calcidese, adottato da tutte le città greche fondate da genti provenienti da Calcide di Eubea (nella penisola ellenica), così come Reggio e Zancle (Messina).
In altri termini, il sistema di scrittura latino deriva da quello etrusco e da quello greco-calcidese. Se il lettore mi consentirà di esprimermi con sillogismi impropri e linguaggi offensivi degni del miglior Venditti, direi quasi che, sotto sotto, stà à vedè che li Romani - in base alla proprietà transitiva - se so 'mparati a scrive grazie ai Reggini. Il problema, caro Antonello, è l'esatto opposto. Non mancano arte e cultura qui in Calabria. Semmai il dilemma è valorizzare e divulgare decentemente il nostro inesauribile serbatoio di memorie. E ricorda, se la società nel suo complesso, non solo calabrese, ma anche romana, milanese - io direi "italiana" - è ridotta ai minimi termini, grandi responsabilità spettano proprio agli "artisti" come te, che troppo spesso confondono un modesto palcoscenico per il più illustre dei pulpiti.

lunedì 5 ottobre 2009

Il Leone Reggino


L'apparentemente inarrestabile processo di disgregazione dei nostri valori culturali, questo incessante smarrimento consapevole delle nostre radici, si evidenzia persino dagli esiti di una breve ed innocua indagine che ho condotto qualche giorno fa. Provate a chiedere ad un campione di studenti dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria cosa rappresenti il simbolo del proprio ateneo. La maggioranza di essi, diplomaticamente e furbescamente, risponderà semplicemente "è il simbolo della Mediterranea"; qualcun altro dirà che si tratta dell'antico emblema cittadino, poi sostituito con San Giorgio; infine, gli immancabili maestri delle arrampicate sugli specchi tenteranno di mostrare la vastità delle loro conoscenze zoologiche, sforzandosi di dimostrare che una volta i leoni abitavano la penisola italica ed erano gli animali sacri dei Reggini (che i leoni, un tempo, abitassero l'Italia o la Grecia è fuor di dubbio, ma non è questo il punto). Complimenti alle nostre scuole superiori che continuano a sfornare cotanti geni, addestrati con i quiz a crocette; e complimenti a quei soprintendenti, dirigenti scolastici e docenti vari che ancora si preoccupano di burocrazia, di POF, POR, PUFF, GULP, ECCI (salute!), e non della spaventosa inadeguatezza di preparazione (intendiamoci, non soltanto sul terreno umanistico…) degli studenti.
Ebbene, il leone reggino altro non è che una tipologia monetale che figurava sulle monete battute dalla polis di Rhegion nel corso del V secolo a.C. Cosa rappresenta? Si tratta di un attributo animale di Apollo, insieme ad Artemide divinità tutelare della città. Era stato proprio un responso dell'Oracolo di Delfi, la cui sacerdotessa locale, la Pizia, secondo le credenze religiose e divinatorie elleniche, era direttamente ispirata dal dio del sole, a guidare i coloni provenienti da Calcide ed Eretria, verso la costa italica. Ecco il responso, tramandato da Diodoro Siculo:

"Laddove l'Apsias, il più sacro dei fiumi, si getta nel mare, laddove, mentre sbarchi, una femmina si unisce ad un maschio, là fonda una città; il Dio ti concede la terra ausone".
Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XIII, 23

Secondo la tradizione, quando la spedizione greca giunse alla foce dell'Apsias (il Calopinace), i coloni videro una vite avvinghiata ad un caprifico, e lì fondarono Rhegion.
In realtà, come spesso accade nella Storia, in questo racconto non c'è nulla di miracoloso o sovrannaturale, c'è solo tanta propaganda da decifrare correttamente. In primo luogo, bisogna ritenere che il Santuario di Apollo a Delfi funzionasse come una sorta di banca-dati/agenzia-viaggio dell'antichità: il luogo sacro era visitato da numerosi marinai e commercianti che fornivano informazioni geografiche ed etnografiche sui luoghi oltremare; così quando una città greca decideva di fondare una nuova colonia (si tratta di un termine improprio in quanto le colonie greche, le apoikiai, non funzionavano come quelle moderne, cioè come dei centri subordinati e sfruttati dalla madrepatria, ma si trattava sostanzialmente di città libere, sin dalla loro fondazione) e si rivolgeva all'Oracolo di Delfi, mettendosi sotto la protezione della divinità, otteneva soprattutto delucidazioni sulle località ottimali per il nuovo insediamento, sui popoli che le abitavano, sulle rotte marittime da seguire. Toccava poi agli scrittori greci fingere che si trattasse di zone selvagge e disabitate; in realtà, spesso e volentieri i nuovi arrivati si sbarazzavano cruentamente delle popolazioni indigene, talvolta esiliandole sui monti o, è il caso dei Corinzi fondatori di Siracusa, facendone degli schiavi pubblici.
I Reggini, si appropriarono dei principali luoghi di approdo e delle vie di comunicazione interne, seppure gli indigeni locali, Siculi o Morgeti (ed altre etnie appartenenti genericamente alla stirpe italica-ausonia), relegati sui monti, continuarono a vivere nel nostro territorio, intrecciando rapporti eterogenei con i greci di Rhegion e Lokroi: alcuni divennero schiavi, altri braccianti, i maschi di alcune comunità libere potevano essere assoldati come truppa mercenaria nelle campagne militari.
La stessa Reggio doveva preesistere, in qualità di insediamento abitativo, all'arrivo dei Greci. Lo dimostra l'etimologia italica del termine, dal ceppo "rex", nel senso di "città regale/città dei re". Il celebre tragediografo Eschilo, che aveva tentato di ricondurre il termine Rhegion al verbo greco "divellere", nel senso di una "rottura", un evento sismico che aveva provocato la frattura fra le odierne Calabria e Sicilia, o aveva preso un grosso abbaglio, oppure faceva propaganda anche lui.
Sono sopravvissute inoltre, e fatte proprie dai Reggini, le tradizioni relative ad alcuni re divinizzati o eroizzati come Iokastos, mitico figlio di Eolo, vero e proprio fondatore della città, il cui sepolcro, ancora in età storica, si trovava presso il luogo dello sbarco del contingente dei coloni, il Pallantion o Punta Calamizzi. Non affannatevi a trovare il Pallantion quando andrete a fare shopping sul Corso, cari amici! Questo promontorio che sorgeva all'incirca nell'area della Stazione Centrale è sprofondato in mare nel 1563, in seguito ai lavori di deviazione del corso del fiume Calopinace, dall'area originaria del Tempietto a dove sfocia adesso. Complimenti agli ingegneri dell'epoca.
Quanta storia dietro una semplice iconografia! E sappiate che potrei andare avanti ancora a lungo… Queste, cari lettori, non sono che alcuni frammenti delle nostre plurimillenarie radici. Val davvero la pena ignorarle così palesemente?

venerdì 2 ottobre 2009

Ancora sui Bronzi, in questa valle di lacrime

Cari lettori, mi sembra opportuno, in questi giorni di pioggia e fango caduti sul suolo e sulla cultura dello Stretto, sospendere i miei articoli di approfondimento storico per levare una nuova voce di protesta. Chi scrive ha avuto modo di segnalare a più riprese e con adeguata tempistica i pericoli legati ad una chiusura biennale del Museo Nazionale della Magna Grecia, le ingenti perdite economiche che la città e la provincia di Reggio Calabria avrebbero subito. Il risultato è stato un cumulo di indifferenza, come capita spesso nel nostro territorio per tutte quelle problematiche che non riguardano balletti, spogliarelliste, gossip, sagre mangerecce e talent show.
Questo clima generalizzato di ignoranza e strafottenza verso l'avvenire, nostro e dei nostri figli, è un fattore che certamente svilisce e disillude persino il più ingenuo degli ottimisti. Per questo, all'indomani della decisione di inviare i Bronzi a Roma, ufficialmente per via di un "check-up" (così è stato definito) noto solo a pochi eletti, molte personalità da sempre impegnate sul terreno della valorizzazione e della divulgazione delle nostre radici storiche hanno deciso di chiudere blogs, riviste cartacee o telematiche, e in generale di recidere qualsiasi contatto con il grande pubblico, rinunciando a quel progetto di cooperazione consapevole che costituiva la speranza più rosea per chi, come me che sono il più misero degli svalutatissimi e disinteressati ricercatori, credeva davvero nel futuro sviluppo del settore culturale e turistico locale.
Si tratta di una scelta che, personalmente, non sento di disapprovare. L'esperienza ed una certa pratica della società infetta in cui vivo mi hanno perfettamente convinto che sgolarsi per affermare valori sacrosanti, denunciare soprusi e mistificazioni che, seppur riguardando un ambito bistrattato dai molti come la ricerca storica, spiegano in parte le ragioni delle nostre croniche carenze politiche, economiche e culturali, non serve assolutamente a nulla.
Credo più che mai nell'inutilità di smascherare le strumentalizzazioni di qualche idiota ansioso di dimostrare che il trasferimento dei Bronzi sia un affare di destra o di sinistra. In realtà, cari amici, i Guerrieri di Riace possono diventare una questione politica nel momento stesso in cui si esula dal dato reale ed indiscutibile: le statue greche costituiscono una delle più grandi risorse economiche del nostro territorio. Il loro eventuale spostamento coinciderà con un grave colpo per gli interessi culturali, economici e turistici della città e della provincia di Reggio Calabria. Tradotto nei termini che la totalità di voi preferisce, vorrà dire che non verrà nessuno ai vostri balletti, che nessuno comprerà i vostri gelati o pernotterà nei vostri alberghi, che nessuno verrà a degustare le vostre frittole o a cospargersi di essenza al bergamotto. Potrete organizzare eventi grandiosi, notti bianche, sagre delle melanzane o spettacoli caraibici, ma state certi che qualunque visitatore che si arrischierà a sbarcare presso le nostre sfortunate latitudini chiederà dei Bronzi di Riace. E' andata così, in questi anni di apparente miglioramento della ricettività turistica locale, qualsiasi evento non è stato altro che un contorno gradevole ma marginale, sullo sfondo della misteriosa attrazione che i due Guerrieri esercitano sulle folle (visionate pure le recenti statistiche relative all'affluenza al Museo e poi mi darete ragione). Questa, a meno che un bronzo non faccia il saluto romano e l'altro alzi il pugno chiuso, è la questione reale ed incontrovertibile e, come tale, è aliena da qualsiasi lordura politica.
Eppure parlarne non serve a nulla. Forse una nuova petizione e migliaia di firme alla fine bloccheranno il trasferimento dei Bronzi a Roma (a proposito, ma la nuova soprintendente non ha spiegato il perché di questo "check up" improvviso, né quale misterioso morbo affligge le statue…), ma basterà meno di un attimo per ritornare sulla questione. Esempio: i Bronzi monopolizzano, ragionevolmente, il dibattito, eppure ancora nessuno si è chiesto che fine faranno il Kouros, la Testa di Basileia o il Filosofo di Porticello mentre il Museo sarà chiuso.
Tutta fatica sprecata. Parole disperse. Eppure io credo ancora nella forza dell'esempio. Un esempio ed uno sforzo indirizzato soprattutto ai bimbi. Quei bimbi delle elementari che invece di guardare le nudità dei Bronzi si informavano minuziosamente sulla loro identità. Quei bimbi ancora troppo giovani per essere risucchiati dal vortice di consumismo che regna sovrano fra gli adolescenti, ancora troppo ingenui per rendersi conto del qualunquismo e del servilismo dei propri genitori, non ancora sufficientemente smaliziati per comprendere le contraddizioni della terra che li ha partoriti. Per tali ragioni, cari lettori, io ho deciso di continuare a scrivere, a valorizzare e a divulgare. Nel mio piccolo, è chiaro, perché non voglio attribuirmi eroismi che spettano a ben altre fisionomie di esseri umani. Lo faccio soprattutto per i bimbi, e per quei pochi che mi leggeranno. Perché loro possono cambiare le cose; o forse mi piace solo sperare che sia così.

giovedì 1 ottobre 2009

Adottami!

Ciao, sono un meticcio di taglia media, di circa nove mesi, color caffellatte.
Qualche stronzo mi ha abbandonato sul ciglio della strada e sono scampato miracolosamente ad una morte orribile. Ho bisogno di trovare una famiglia seria (basta figli di puttana) col quale condividere il mio amore e la mia gioia di vivere.
Mi trovo a Bagnara Calabra (RC), presso lo stabilimento della Calabria Pesca Srl, al Km 5.600 della S.S. 112, in direzione Sant'Eufemia di Aspromonte, presso il Bivio Solano.
Se siete interessati a darmi una casa e tanto affetto chiamate ai seguenti numeri telefonici:
0966 337040 - 347104o935 oppure scrivete a calpesca@tin.it - nata82@tiscali.it