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lunedì 14 settembre 2009

Il mito di Gaziano, allegoria della vita nello Stretto

Un amore impossibile e l'inscindibile unione fra i monti e il mare: è tutto ciò che riassume il mito di Gaziano, una novella mitologica tramandata oralmente, di generazione in generazione, nel territorio di Bagnara. Gaziano era un giovane pastore che custodiva il gregge paterno sulle alture collinari aspromontane. Un giorno, mentre dormiva sotto l'ombra di un albero, fu attratto dal canto fascinoso di una sirena e addormentatosi, in sogno vide emergere dalle onde del prospiciente mare una ragazza dall'aspetto regale ed affascinante. La visione lo attrasse talmente che, abbandonato il gregge, scese per i pendii del colle, soffermandosi sul lido in cerca della bella ragazza ammirata in sogno; qui, il canto malizioso delle sirene lo trattenne nell'ansia tormentosa di rivedere quel volto che aveva incantato il suo cuore. In un meriggio d'estate, mentre riposava sugli scogli, la visione incantatrice si ripresentò e, mentre cercava di rivolgere la parola quella si dileguò fra le onde. Da quel giorno, senza interruzioni Gaziano deponeva una rosa sul luogo delle visioni, come omaggio alla fanciulla dei suoi sogni. Pazzo d'amore, decise allora di costruire una zattera per tentare di rintracciare la bella fanciulla, ma spinto dalle correnti marine andò ad approdare a Stromboli. Di là, atterrito dai boati del vulcano e da una pioggia rossastra di polvere, continuò a navigare verso le isole vicine. Nella sua affannosa ricerca giunse nei meandri della grotta di Eolo, alla cui scuola apprese l'arte di ben navigare e, dopo aver servito per sette anni il re dei venti, fu da questi indirizzato verso la reggia virtuosa di una maga, alla quale svelò il dramma segreto del suo amore. Dalla maga, Gaziano venne a sapere che la donna che cercava faceva parte delle ninfe della dea Teti regina del mare. Dopo estenuanti prove, riuscì a sfuggire e trovando un vento favorevole, ritornò sul lido donde era partito. Il giovane pastore, per propiziarsi il favore di Teti, offrì alla dea un sacrificio invocando la grazia di rivedere la fanciulla dei suoi sogni. Fatto il sacrificio, egli vide uscire da una grande conchiglia la bella fanciulla che dal petto in su mostrava la sua fascinosa bellezza. Raggiante di gioia, iniziò un dialogo d'amore che non trovò riscontro. Fu allora che Gaziano, disperato d'amore e tormentato da agghiacciante pazzia, proruppe in lacrime amare e, sdraiatosi in quel luogo, divenne un torrente le cui lacrime fluirono verso le onde dei mare. (il torrente Catian/Catiano=Gaziano sgorga oggigiorno presso Bagnara, nel quartiere di Marinella)

Esiste una verità profonda, racchiusa nel mito? Il termine greco mithos significa essenzialmente "racconto", nel senso di una narrazione che esprime delle realtà esistenziali valide per il gruppo umano che la tramanda. In fondo, il mito di Gaziano non è che una romantica rievocazione del tradizionale modus vivendi che identifica da millenni gli abitanti dello Stretto, la cui sussistenza è legata ad un entroterra aspro ed impervio, immediatamente schiacciato sulle coste alte e frastagliate, in cui il controllo delle anguste arterie viarie di collegamento fra il mare e i monti risultava, e risulta ancora oggi, economicamente cruciale ed esteticamente suggestivo (chi può vantare i nostri tramonti o i nostri panorami?).
Un incontro-scontro, quello fra fiori e flutti, su cui si basa la nostra economia turistica da millenni: la pece aspromontana, nota agli autori greci e latini, necessaria per la costruzione o la riparazione delle imbarcazioni presso i cantieri di Gioia, Taureana, Bagnara, Scilla, Porticello, sino a Catona e Pellaro, le antiche stazioni navali del territorio reggino; il rinomato vino dolciastro locale, prodotto delle tipiche viticolture "a rasola" (le coltivazioni a gradoni, per intenderci) ed esportato in Anatolia, Egitto e Palestina; legname, formaggi, lana e seta, trasportati attraverso i letti delle fiumare in secca e commercializzati presso i sottostanti luoghi di approdo. Queste le tracce di consuetudini millenarie, esemplificate dalla struggente allegoria del mito di Gaziano, nonché da un ulteriore, romantico, paradosso, celebre per la sua unicità: quello dello sciatore che, a Gambarie, scivola rapido sulle pendici aspromontane innevate, scorgendo sullo sfondo i riflessi dorati delle acque dello Stretto.

nella foto "Il Mito di Gaziano", realizzato dall'artista bagnarese Giuseppina Ocello

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