SU QUESTO BLOG NON SI PUBBLICANO COMMENTI ANONIMI

mercoledì 23 settembre 2009

Dell'utilità della Storia

A cosa serve, nel mondo iper-tecnologizzato del terzo millennio, conoscere la Storia? A nulla - risponderebbe di getto - la maggioranza dei lettori. Specie in un Meridione così arretrato, così povero, così bistrattato dai media. Apparentemente è una domanda retorica. Così, chi come me ha trascorso gli ultimi cinque anni della sua vita a sgobbare sui libri e versare cospicui importi di tasse universitarie alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Messina, è condannato, quantomeno nell'opinione pubblica, ad una vita vuota, inutile, magari in qualità di professore svogliato presso un liceo periferico, intento a sciorinare versi di Leopardi e a descrivere sbarchi in Normandia a selve di alunni caproni, latitanti nella loro stessa ignoranza.
Come se la Calabria non disponesse di una fonte inesauribile di beni culturali ancora da valorizzare, come se la nostra terra non necessitasse disperatamente di figure professionali capaci di gestire e incanalare le migliaia di turisti che l'amenità dei luoghi, il buon cibo, i ritmi di vita non ancora interamente incalzati dalla mentalità accumulatrice anglossassone, richiama ancora oggi nel nostro territorio, nonostante l'assoluta inadeguatezza di strutture, infrastrutture e modi di pensare. Ma forse la maggioranza dei lettori che, più sopra, ha risposto nulla, crede ancora nelle favole delle industrie al Sud. Amici miei, qui mancano le risorse minerarie, manca un entroterra fertile, mancano la maggioranza delle condizioni iniziali favorevoli per la realizzazione di un boom industriale. Che lo vogliate o no, la nostra prosperità è legata essenzialmente ad una coscienziosa gestione dell'apparato turistico.
Ma lasciamo perdere i discorsi prettamente economici e torniamo al concetto principale di questo articolo, l'utilità della Storia. Il pubblico è vittima di una mistificazione, è prigioniero di un'idea sbagliata di Storia, che purtroppo predomina incontrastata persino sui banchi di scuola. Si tende spesso a considerare questa disciplina come una vuota accozzaglia di date e fatti, quando non è inquinata dalle strumentalizzazioni politiche, oppure dalle pretese dei buontemponi provvidenzialisti che, scavando nel passato, tentano invano di prevedere il futuro.
La Storia non è altro una scienza e il suo campo di studi è il cambiamento dell'uomo; in quanto scienza consta di metodo, di ragionamento, di dimostrazione, al pari dell'ingegneria, dell'architettura della biologia molecolare. Il mestiere dello storico assomiglia a quello dell'attore: uno storico decente deve capirne un po' di tutte le discipline, dalla botanica alla giurisprudenza, alla letteratura, deve parlare le lingue antiche e quelle moderne, deve avere doti dialettiche e meditative; così come un bravo attore deve sapersi calare nel personaggio, lo storico deve riuscire a ricostruire la fisionomia complessiva di un'ora, di un giorno, di un'epoca, come se la stesse rivivendo, abbandonando preconcetti e contaminazioni col proprio tempo. Per tali ragioni, la Storia è una scienza che assomiglia molto, pur non identificandosi con essa, all'arte.
Chiunque riesca a sviluppare e valorizzare queste doti finisce per essere padrone di un bagaglio culturale che lo porta ad essere particolarmente ricettivo nei confronti del mondo che lo circonda: lo storico degno di questo nome raramente viene buggerato dalle forme di propaganda, è un animale critico, ha una visione aperta e disincantata della vita.
Lo storicismo viene oggi osteggiato come un demone sul patibolo del sistema scolastico, dell'informazione e, ahimè, del mondo universitario. Quali sono i motivi di tale accanimento? Voi capite bene che - formare centinaia di migliaia di ingegneri, economisti, biologi, dottori in scienze della comunicazione (chiedo scusa, ma non capisco che diavolo di figure professionali formi il corso di laurea in scienze della comunicazione, quello che, per altro, ogni anno a Messina fa il record di iscrizioni)- significa circondarsi di automi che raramente riflettono sulle conseguenze profonde di uno slogan, di una legge, di un mutamento di costume, di un voto. Non è un caso che i regimi totalitari del XX secolo si siano distinti per un netto oscurantismo ai danni delle facoltà umanistiche: per chi sta nella stanza dei bottoni il pericolo più grande è costituito da chi pensa, da chi mette in dubbio, da chi diffida, da chi paragona, in altre parole da chi utilizza il metodo storico.
Questa è, banalizzando, una delle cause dell'inspiegabile ostruzionismo che mi trovo a dover subire in uno stato che, da solo, detiene oltre il 90% dei beni culturali planetari. Io me ne sono già fatto una ragione. In fondo, ho studiato Storia. E voi cosa aspettate a risvegliarvi? Amici di Maria de Filippi? Il Grande Fratello? Beppe Grillo? Berlusconi o Franceschini? Non siete stufi di essere indottrinati, indotti a fare proprie le idee di chi sta sopra di voi? Ai posteri l'ardua sentenza.

Nessun commento:

Posta un commento