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lunedì 21 settembre 2009

I rapporti fra Reggio e l'Atene di Pericle

Cos'hanno in comune l'Atene di Pericle, culla della democrazia, e la nostra Reggio? Le due poleis firmano, intorno al 457 a.C., un trattato di symmachia, un'alleanza politica e militare in chiave offensiva e difensiva. La città di Pericle era allora all'apice del suo potere: gestiva un vero e proprio "impero", controllando la lega navale (la celebre Lega delio-attica) finalizzata alla tutela del Mar Egeo dal pericolo persiano, imponendo tributi in uomini, armi e denaro agli stati che ne erano membri; tentava, senza successo, di inserirsi nelle lotte di successione al trono in Egitto; fondava colonie di popolamento in Occidente, specie nell'odierna Calabria, a Turi, ove giungerà, fra gli altri, lo storico Erodoto. Il tutto con la giustificazione formale della salvaguardia della pace e della libertà: in sostanza, gli Ateniesi miravano ad acquisire terre, potere e prestigio, monopolizzando rotte commerciali e mercati granari. Si tratta di quei "nobili motivi" che spesso celano le reali brame di potere degli uomini, spesso propagandati nel corso della Storia da illustri civiltà, persino ai nostri giorni.
Atene ambiva sostanzialmente all'acquisizione dei mercati granari siciliani; così strinse alleanze con alcune città isolane, greche e non, con il duplice fine di crearsi delle basi di appoggio per una futura spedizione militare in Occidente e, contestualmente, di isolare la polis più potente del luogo, Siracusa.
Ma perché Reggio? La città dello Stretto, in antichità, costituiva un importantissimo nodo strategico per conquistare e mantenere la Sicilia, specie perché chiunque detenesse il controllo delle rotte marittime passanti per lo Stretto, poteva ben sperare di usufruire delle teste di ponte e dei canali di approvvigionamento necessari per ultimare una così ambiziosa impresa. Nel 427 a.C., la situazione appare finalmente proficua per un intervento diretto di Atene in Sicilia: Leontini (odierna Lentini), città alleata degli Ateniesi, e Siracusa entrano in guerra fra loro; si creano due coalizioni, l'una capeggiata da Siracusa, l'altra da Atene, che comprende i Reggini.
Buona parte delle operazioni militari del 426-425 vengono condotte sul versante delle isole Eolie, Messina e Capo Spartivento: gli Ateniesi, insieme ai Reggini, tentano così di conquistare le piazzeforti che garantiscono il pieno controllo navale dello Stretto. Il Capo Spartivento, zona caratterizzata dalla scarsità di luoghi di approdo e particolarmente esposta all'azione dei venti, era già stato al centro di numerose guerre fra Reggini e Locresi, essendo il confine fra le due città confinanti costituito dal fiume Alece, presso Palizzi. Nella fattispecie, numerose scorrerie ateniesi e reggine tenteranno di prendere definitivamente le rade di Stracia e i fortini del fiume Kaikinos (presso Brancaleone); quantomeno, non si trattava di affondare navi cariche di scorie nucleari!
Atene giustifica il suo intervento in guerra con la scusa di ovviare al sacro ruolo di alleati, per di più a favore di città del medesimo ceppo etnico (ioniche come Atene), ma lo storico Tucidide, ateniese, che ci tramanda la narrazione di quel conflitto, non ha dubbi sul progetto effettivo dei suoi concittadini: la conquista della Sicilia.
Ben presto (424 a.C.), tuttavia, i cittadini siciliani si accorgono delle reali intenzioni degli Ateniesi e decidono di interrompere le ostilità e, in futuro, di evitare di ricorrere ad aiuti esterni. Nove anni dopo, in occasione della celeberrima, seconda spedizione in Sicilia, quella destinata a finire nel sangue delle cave di pietra siracusane, gli Ateniesi giungeranno in riva allo Stretto con un contingente forte di duecento triremi, una cifra all'epoca impressionante, chiedendo ai Reggini di comportarsi un'altra volta come fedeli alleati ed aprire le porte della città alle migliaia di opliti impiegati per la conquista dell'isola; stavolta, i Reggini non abboccano alla diplomazia e ai "nobili ideali" e, per tutta risposta, proibiscono agli alleati l'ingresso in città, concedendo soltanto l'approdo alle navi presso il Santuario di Artemide, presso Punta Calamizzi (un promontorio che sorgeva presso l'attuale Stazione Centrale e l'antico corso del Calopinace che sfociava nell'aria dell'odierno Tempietto, sprofondato nel 1563 dopo i folli lavori di deviazione del fiume cittadino per la costruzione del Castel Nuovo), ed allestendo un mercato fuori le mura, speculando così dei bisogni di approvvigionamento di un numerosissimo contingente .
Nonostante l'imponente esercito di cui dispongono, gli Ateniesi subiranno la loro più grande catastrofe a Siracusa, due anni più tardi; una sconfitta dalla quale non riusciranno più a riprendersi, descritta mirabilmente da Tucidide (VII, 87, 5):

Risultò questa , l'impresa militare ellenica più imponente di questa guerra e, a me sembra, di tutte le guerre elleniche della tradizione: la più gloriosa per i vincitori, la più fatale per i vinti.

Per noi, discendenti dei Reggini, è solo un altro ruolo decisivo che si incastona nelle pagine di una Grande Storia che abbiamo colpevolmente dimenticato.



Nella foto, una ricostruzione della battaglia fra Reggini e Ateniesi, opposti ai Locresi, sul versante del Capo Spartivento.

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