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lunedì 28 settembre 2009

I Bronzi: un'ipotesi vincente?

Perché sono nudi? I Bronzi sono raffigurati nudi perché gli antichi scultori greci solevano rappresentare le divinità, gli eroi o gli atleti, privi di indumenti, secondo una concezione sacrale ed estetica del corpo umano che doveva cogliere il culmine della bellezza nella raffigurazione artistica. Scusate l'attacco diretto, cari amici, ma voi non immaginate quante volte, in occasione delle visite guidate che ho condotto al Museo Nazionale della Magna Grecia, mi è stata rivolta questa domanda stupida. La gente ha l'occasione, rara, di trovarsi di fronte due esemplari originali, in bronzo e non in copia marmorea romana, greci di V secolo a.C. e cosa fa? Si mette a guardare i loro attributi. Come se fosse una cosa strana vedere due corpi nudi nel mondo di oggi, dove basta guardare una pubblicità di abbronzanti in fascia protetta per assistere a ben altre "vetrine" ed esposizioni volgari delle nudità umane. Gli unici a non chiedersi il perché degli apparati riproduttivi al vento dei Bronzi, con mio sommo gaudio, sono stati, l'anno scorso, gli alunni di terza classe della Scuola Elementare "V. Morello" di Bagnara Calabra, onore a loro e alle loro insegnanti, che, più saggiamente, si sono concentrati sull'identità dei Guerrieri di Riace.
L'apparentemente banale domanda dei bimbi introduce il tema centrale di questo articolo: chi rappresentano i Bronzi? In passato si sono accatastate ipotesi su ipotesi, formulazioni attendibili si sono alternate a bestialità indecenti: Ulisse e Diomede, Tideo e Anfiarao, Castore e Polluce, ed ancora svariati nomi di divinità, eroi ed atleti. Devo dire che non è spuntato ancora nessun ingegnere elettronico (Felice Vinci, autore di "Omero nel Baltico", ormai famoso negli ambienti scientifici per essere l'unico "studioso" capace di confutarsi da solo…) ad identificare, in un best-seller, i Bronzi con Thor e Odino, Gianni e Pinotto o le gemelle Kessler; ma non sono mancate certamente le ricostruzioni assurde.
Recentemente, è stata avanzata un'altra, affascinante ipotesi ricostruttiva, avente il pregio di un meticoloso supporto in termini di attestazioni letterarie ed iconografiche del passato: i Guerrieri di Riace sarebbero, nella fattispecie, Eteocle e Polinice, protagonisti del ciclo eroico dei Sette contro Tebe. In base a questa teoria, elaborata dall'archeologo reggino Prof. Daniele Castrizio, i due personaggi richiamerebbero la versione magnogreca del celebre mito immortalato da Eschilo e Sofocle, composta da Stesicoro (poeta nativo di Metauros, antica Gioia Tauro, che abbiamo avuto già modo di citare in occasione dell'articolo dedicato al passaggio di Oreste nella Costa Viola), in cui i due fratelli, mentre stanno per affrontarsi in un duello all'ultimo sangue, vengono divisi dalla madre Giocasta, che si frappone fra di essi, mostrando loro il seno da cui entrambi si erano nutriti. In sostanza, i Bronzi farebbero parte di un gruppo scultoreo di cui sarebbe andata perduta la statua della madre Giocasta, oltre alle armi (elmi corinzi, scudi oplitici e lance) brandite da Eteocle e Polinice.
La scena drammatica, tratta dalla versione di Stesicoro a cui abbiamo fatto riferimento, si trova illustrata su alcuni sarcofagi attici che, effettivamente, raffigurano due guerrieri somigliantissimi ai Bronzi. Un passo di Taziano, inoltre, sembra far luce persino sull'identità dello scultore che aveva realizzato il gruppo di statue, il reggino Pitagora (nato a Samo, in Asia Minore e giunto, verso il 496-94 a.C., a Reggio, ove fu discepolo di Clearco).

« Infatti non è difficile che il fratricidio sia tenuto in onore presso di voi, che, vedendo le statue di Polinice e di Eteocle, non distruggete il ricordo di quell’infamia, seppellendole con il loro autore Pitagora » Taziano, Adversos Graecos, 34.

Pitagora è annoverato fra i più grandi scultori dell'antichità, insieme a Policleto, Mirone o Fidia, celebre soprattutto per l'estremo realismo, nella cura dei dettagli anatomici e descrittivi (evidenti nei Bronzi, basti pensare ai particolari delle vene, dei capelli o della stessa raffigurazione realistica degli accessori, dal porpax, il bracciale con cui veniva imbracciato lo scudo o la kynê, il casco di cuoio con paranuca indossato sotto l'elmo corinzio dalla statua B, anticamente il simbolo distintivo di comando degli strateghi) nella realizzazione delle sue opere. Se l'ipotesi del Castrizio coglie nel segno, i Bronzi di Riace sarebbero dei guerrieri eroizzati facenti parte di un gruppo scultoreo, custodito in Grecia, ad Argo, e realizzato da un'artista di cittadinanza reggina, miracolosamente ritrovati e rientrati a Reggio, la patria del loro scultore.
Ovviamente, i pannelli informativi presenti nelle stanze del Museo che ospitano i Bronzi non fanno ancora alcun cenno all'ipotesi Castrizio, pur dilungandosi sulle fasi del restauro e sulle illustrazioni delle altre ricostruzioni più datate (Rolley, Hollowey, Ridgway, Stucchi ecc.) e, solo le guide aggiornate sono in grado di informare il pubblico sulle acquisizioni più recenti in merito.
A proposito, auguro al nuovo sovrintendente la coscienziosità necessaria per prendere una decisione definitiva in merito alla questione della chiusura del Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria. Il rischio, di cui ho già avuto modo di avvertire i lettori, è di rimanere per un lunghissimo periodo (si parla di circa due anni) senza Bronzi. Ma qual è il problema? Abbiamo sopravvissuto per tutta la stagione invernale praticamente privi di collegamenti stradali, ferroviari ed aerei, cosa mai potrà farci la mancanza del Museo? Vorrà dire che i turisti si contenteranno di farsi ore ed ore di macchina fra strade dissestate e frane permanenti per poi venire a vedere le nostre belle facce floride, che tanto ricordano le nudità delle statue greche quando stiamo a rigirarci i pollici: almeno, avremo qualcosa di davvero spettacolare da offrire a quei pochi folli che vorranno avventurarsi in riva allo Stretto!


Nella foto, i Bronzi di Riace e, al centro, un sarcofago attico illustrato con l'episodio stesicoreo di Eteocle, Polinice e Giocasta.

mercoledì 23 settembre 2009

Dell'utilità della Storia

A cosa serve, nel mondo iper-tecnologizzato del terzo millennio, conoscere la Storia? A nulla - risponderebbe di getto - la maggioranza dei lettori. Specie in un Meridione così arretrato, così povero, così bistrattato dai media. Apparentemente è una domanda retorica. Così, chi come me ha trascorso gli ultimi cinque anni della sua vita a sgobbare sui libri e versare cospicui importi di tasse universitarie alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Messina, è condannato, quantomeno nell'opinione pubblica, ad una vita vuota, inutile, magari in qualità di professore svogliato presso un liceo periferico, intento a sciorinare versi di Leopardi e a descrivere sbarchi in Normandia a selve di alunni caproni, latitanti nella loro stessa ignoranza.
Come se la Calabria non disponesse di una fonte inesauribile di beni culturali ancora da valorizzare, come se la nostra terra non necessitasse disperatamente di figure professionali capaci di gestire e incanalare le migliaia di turisti che l'amenità dei luoghi, il buon cibo, i ritmi di vita non ancora interamente incalzati dalla mentalità accumulatrice anglossassone, richiama ancora oggi nel nostro territorio, nonostante l'assoluta inadeguatezza di strutture, infrastrutture e modi di pensare. Ma forse la maggioranza dei lettori che, più sopra, ha risposto nulla, crede ancora nelle favole delle industrie al Sud. Amici miei, qui mancano le risorse minerarie, manca un entroterra fertile, mancano la maggioranza delle condizioni iniziali favorevoli per la realizzazione di un boom industriale. Che lo vogliate o no, la nostra prosperità è legata essenzialmente ad una coscienziosa gestione dell'apparato turistico.
Ma lasciamo perdere i discorsi prettamente economici e torniamo al concetto principale di questo articolo, l'utilità della Storia. Il pubblico è vittima di una mistificazione, è prigioniero di un'idea sbagliata di Storia, che purtroppo predomina incontrastata persino sui banchi di scuola. Si tende spesso a considerare questa disciplina come una vuota accozzaglia di date e fatti, quando non è inquinata dalle strumentalizzazioni politiche, oppure dalle pretese dei buontemponi provvidenzialisti che, scavando nel passato, tentano invano di prevedere il futuro.
La Storia non è altro una scienza e il suo campo di studi è il cambiamento dell'uomo; in quanto scienza consta di metodo, di ragionamento, di dimostrazione, al pari dell'ingegneria, dell'architettura della biologia molecolare. Il mestiere dello storico assomiglia a quello dell'attore: uno storico decente deve capirne un po' di tutte le discipline, dalla botanica alla giurisprudenza, alla letteratura, deve parlare le lingue antiche e quelle moderne, deve avere doti dialettiche e meditative; così come un bravo attore deve sapersi calare nel personaggio, lo storico deve riuscire a ricostruire la fisionomia complessiva di un'ora, di un giorno, di un'epoca, come se la stesse rivivendo, abbandonando preconcetti e contaminazioni col proprio tempo. Per tali ragioni, la Storia è una scienza che assomiglia molto, pur non identificandosi con essa, all'arte.
Chiunque riesca a sviluppare e valorizzare queste doti finisce per essere padrone di un bagaglio culturale che lo porta ad essere particolarmente ricettivo nei confronti del mondo che lo circonda: lo storico degno di questo nome raramente viene buggerato dalle forme di propaganda, è un animale critico, ha una visione aperta e disincantata della vita.
Lo storicismo viene oggi osteggiato come un demone sul patibolo del sistema scolastico, dell'informazione e, ahimè, del mondo universitario. Quali sono i motivi di tale accanimento? Voi capite bene che - formare centinaia di migliaia di ingegneri, economisti, biologi, dottori in scienze della comunicazione (chiedo scusa, ma non capisco che diavolo di figure professionali formi il corso di laurea in scienze della comunicazione, quello che, per altro, ogni anno a Messina fa il record di iscrizioni)- significa circondarsi di automi che raramente riflettono sulle conseguenze profonde di uno slogan, di una legge, di un mutamento di costume, di un voto. Non è un caso che i regimi totalitari del XX secolo si siano distinti per un netto oscurantismo ai danni delle facoltà umanistiche: per chi sta nella stanza dei bottoni il pericolo più grande è costituito da chi pensa, da chi mette in dubbio, da chi diffida, da chi paragona, in altre parole da chi utilizza il metodo storico.
Questa è, banalizzando, una delle cause dell'inspiegabile ostruzionismo che mi trovo a dover subire in uno stato che, da solo, detiene oltre il 90% dei beni culturali planetari. Io me ne sono già fatto una ragione. In fondo, ho studiato Storia. E voi cosa aspettate a risvegliarvi? Amici di Maria de Filippi? Il Grande Fratello? Beppe Grillo? Berlusconi o Franceschini? Non siete stufi di essere indottrinati, indotti a fare proprie le idee di chi sta sopra di voi? Ai posteri l'ardua sentenza.

lunedì 21 settembre 2009

I rapporti fra Reggio e l'Atene di Pericle

Cos'hanno in comune l'Atene di Pericle, culla della democrazia, e la nostra Reggio? Le due poleis firmano, intorno al 457 a.C., un trattato di symmachia, un'alleanza politica e militare in chiave offensiva e difensiva. La città di Pericle era allora all'apice del suo potere: gestiva un vero e proprio "impero", controllando la lega navale (la celebre Lega delio-attica) finalizzata alla tutela del Mar Egeo dal pericolo persiano, imponendo tributi in uomini, armi e denaro agli stati che ne erano membri; tentava, senza successo, di inserirsi nelle lotte di successione al trono in Egitto; fondava colonie di popolamento in Occidente, specie nell'odierna Calabria, a Turi, ove giungerà, fra gli altri, lo storico Erodoto. Il tutto con la giustificazione formale della salvaguardia della pace e della libertà: in sostanza, gli Ateniesi miravano ad acquisire terre, potere e prestigio, monopolizzando rotte commerciali e mercati granari. Si tratta di quei "nobili motivi" che spesso celano le reali brame di potere degli uomini, spesso propagandati nel corso della Storia da illustri civiltà, persino ai nostri giorni.
Atene ambiva sostanzialmente all'acquisizione dei mercati granari siciliani; così strinse alleanze con alcune città isolane, greche e non, con il duplice fine di crearsi delle basi di appoggio per una futura spedizione militare in Occidente e, contestualmente, di isolare la polis più potente del luogo, Siracusa.
Ma perché Reggio? La città dello Stretto, in antichità, costituiva un importantissimo nodo strategico per conquistare e mantenere la Sicilia, specie perché chiunque detenesse il controllo delle rotte marittime passanti per lo Stretto, poteva ben sperare di usufruire delle teste di ponte e dei canali di approvvigionamento necessari per ultimare una così ambiziosa impresa. Nel 427 a.C., la situazione appare finalmente proficua per un intervento diretto di Atene in Sicilia: Leontini (odierna Lentini), città alleata degli Ateniesi, e Siracusa entrano in guerra fra loro; si creano due coalizioni, l'una capeggiata da Siracusa, l'altra da Atene, che comprende i Reggini.
Buona parte delle operazioni militari del 426-425 vengono condotte sul versante delle isole Eolie, Messina e Capo Spartivento: gli Ateniesi, insieme ai Reggini, tentano così di conquistare le piazzeforti che garantiscono il pieno controllo navale dello Stretto. Il Capo Spartivento, zona caratterizzata dalla scarsità di luoghi di approdo e particolarmente esposta all'azione dei venti, era già stato al centro di numerose guerre fra Reggini e Locresi, essendo il confine fra le due città confinanti costituito dal fiume Alece, presso Palizzi. Nella fattispecie, numerose scorrerie ateniesi e reggine tenteranno di prendere definitivamente le rade di Stracia e i fortini del fiume Kaikinos (presso Brancaleone); quantomeno, non si trattava di affondare navi cariche di scorie nucleari!
Atene giustifica il suo intervento in guerra con la scusa di ovviare al sacro ruolo di alleati, per di più a favore di città del medesimo ceppo etnico (ioniche come Atene), ma lo storico Tucidide, ateniese, che ci tramanda la narrazione di quel conflitto, non ha dubbi sul progetto effettivo dei suoi concittadini: la conquista della Sicilia.
Ben presto (424 a.C.), tuttavia, i cittadini siciliani si accorgono delle reali intenzioni degli Ateniesi e decidono di interrompere le ostilità e, in futuro, di evitare di ricorrere ad aiuti esterni. Nove anni dopo, in occasione della celeberrima, seconda spedizione in Sicilia, quella destinata a finire nel sangue delle cave di pietra siracusane, gli Ateniesi giungeranno in riva allo Stretto con un contingente forte di duecento triremi, una cifra all'epoca impressionante, chiedendo ai Reggini di comportarsi un'altra volta come fedeli alleati ed aprire le porte della città alle migliaia di opliti impiegati per la conquista dell'isola; stavolta, i Reggini non abboccano alla diplomazia e ai "nobili ideali" e, per tutta risposta, proibiscono agli alleati l'ingresso in città, concedendo soltanto l'approdo alle navi presso il Santuario di Artemide, presso Punta Calamizzi (un promontorio che sorgeva presso l'attuale Stazione Centrale e l'antico corso del Calopinace che sfociava nell'aria dell'odierno Tempietto, sprofondato nel 1563 dopo i folli lavori di deviazione del fiume cittadino per la costruzione del Castel Nuovo), ed allestendo un mercato fuori le mura, speculando così dei bisogni di approvvigionamento di un numerosissimo contingente .
Nonostante l'imponente esercito di cui dispongono, gli Ateniesi subiranno la loro più grande catastrofe a Siracusa, due anni più tardi; una sconfitta dalla quale non riusciranno più a riprendersi, descritta mirabilmente da Tucidide (VII, 87, 5):

Risultò questa , l'impresa militare ellenica più imponente di questa guerra e, a me sembra, di tutte le guerre elleniche della tradizione: la più gloriosa per i vincitori, la più fatale per i vinti.

Per noi, discendenti dei Reggini, è solo un altro ruolo decisivo che si incastona nelle pagine di una Grande Storia che abbiamo colpevolmente dimenticato.



Nella foto, una ricostruzione della battaglia fra Reggini e Ateniesi, opposti ai Locresi, sul versante del Capo Spartivento.

lunedì 14 settembre 2009

Il mito di Gaziano, allegoria della vita nello Stretto

Un amore impossibile e l'inscindibile unione fra i monti e il mare: è tutto ciò che riassume il mito di Gaziano, una novella mitologica tramandata oralmente, di generazione in generazione, nel territorio di Bagnara. Gaziano era un giovane pastore che custodiva il gregge paterno sulle alture collinari aspromontane. Un giorno, mentre dormiva sotto l'ombra di un albero, fu attratto dal canto fascinoso di una sirena e addormentatosi, in sogno vide emergere dalle onde del prospiciente mare una ragazza dall'aspetto regale ed affascinante. La visione lo attrasse talmente che, abbandonato il gregge, scese per i pendii del colle, soffermandosi sul lido in cerca della bella ragazza ammirata in sogno; qui, il canto malizioso delle sirene lo trattenne nell'ansia tormentosa di rivedere quel volto che aveva incantato il suo cuore. In un meriggio d'estate, mentre riposava sugli scogli, la visione incantatrice si ripresentò e, mentre cercava di rivolgere la parola quella si dileguò fra le onde. Da quel giorno, senza interruzioni Gaziano deponeva una rosa sul luogo delle visioni, come omaggio alla fanciulla dei suoi sogni. Pazzo d'amore, decise allora di costruire una zattera per tentare di rintracciare la bella fanciulla, ma spinto dalle correnti marine andò ad approdare a Stromboli. Di là, atterrito dai boati del vulcano e da una pioggia rossastra di polvere, continuò a navigare verso le isole vicine. Nella sua affannosa ricerca giunse nei meandri della grotta di Eolo, alla cui scuola apprese l'arte di ben navigare e, dopo aver servito per sette anni il re dei venti, fu da questi indirizzato verso la reggia virtuosa di una maga, alla quale svelò il dramma segreto del suo amore. Dalla maga, Gaziano venne a sapere che la donna che cercava faceva parte delle ninfe della dea Teti regina del mare. Dopo estenuanti prove, riuscì a sfuggire e trovando un vento favorevole, ritornò sul lido donde era partito. Il giovane pastore, per propiziarsi il favore di Teti, offrì alla dea un sacrificio invocando la grazia di rivedere la fanciulla dei suoi sogni. Fatto il sacrificio, egli vide uscire da una grande conchiglia la bella fanciulla che dal petto in su mostrava la sua fascinosa bellezza. Raggiante di gioia, iniziò un dialogo d'amore che non trovò riscontro. Fu allora che Gaziano, disperato d'amore e tormentato da agghiacciante pazzia, proruppe in lacrime amare e, sdraiatosi in quel luogo, divenne un torrente le cui lacrime fluirono verso le onde dei mare. (il torrente Catian/Catiano=Gaziano sgorga oggigiorno presso Bagnara, nel quartiere di Marinella)

Esiste una verità profonda, racchiusa nel mito? Il termine greco mithos significa essenzialmente "racconto", nel senso di una narrazione che esprime delle realtà esistenziali valide per il gruppo umano che la tramanda. In fondo, il mito di Gaziano non è che una romantica rievocazione del tradizionale modus vivendi che identifica da millenni gli abitanti dello Stretto, la cui sussistenza è legata ad un entroterra aspro ed impervio, immediatamente schiacciato sulle coste alte e frastagliate, in cui il controllo delle anguste arterie viarie di collegamento fra il mare e i monti risultava, e risulta ancora oggi, economicamente cruciale ed esteticamente suggestivo (chi può vantare i nostri tramonti o i nostri panorami?).
Un incontro-scontro, quello fra fiori e flutti, su cui si basa la nostra economia turistica da millenni: la pece aspromontana, nota agli autori greci e latini, necessaria per la costruzione o la riparazione delle imbarcazioni presso i cantieri di Gioia, Taureana, Bagnara, Scilla, Porticello, sino a Catona e Pellaro, le antiche stazioni navali del territorio reggino; il rinomato vino dolciastro locale, prodotto delle tipiche viticolture "a rasola" (le coltivazioni a gradoni, per intenderci) ed esportato in Anatolia, Egitto e Palestina; legname, formaggi, lana e seta, trasportati attraverso i letti delle fiumare in secca e commercializzati presso i sottostanti luoghi di approdo. Queste le tracce di consuetudini millenarie, esemplificate dalla struggente allegoria del mito di Gaziano, nonché da un ulteriore, romantico, paradosso, celebre per la sua unicità: quello dello sciatore che, a Gambarie, scivola rapido sulle pendici aspromontane innevate, scorgendo sullo sfondo i riflessi dorati delle acque dello Stretto.

nella foto "Il Mito di Gaziano", realizzato dall'artista bagnarese Giuseppina Ocello

lunedì 7 settembre 2009

La verità su Omero e lo Stretto

Qualche tempo fa ho avuto modo di apprendere, grazie ad un noto programma televisivo in onda sulla rete pubblica, le disgraziate teorie di un emerito incompetente che pretendeva di identificare i luoghi dell'Odissea (e dell'Iliade) presso i pur sempre incantevoli fiordi della penisola Scandinava. Siamo alle solite: ingegneri malriusciti col pallino del successo editoriale che, emuli del paradosso di Dan Brown - "chi la spara più grossa, vende libri e si arricchisce"- non si preoccupano di scrivere e sostenere delle baggianate colossali; il problema è che poi il pubblico, pericolosamente disinformato, le recita a memoria come se fossero olio colato, con tanti saluti alla divulgazione e ad un proficuo processo conoscitivo del nostro passato. Chiedete ad un campione di cattolici praticanti che abbiano letto "Il Codice da Vinci" se Gesù Cristo era sposato ed attendete la risposta: vi assicuro che rimarrete sorpresi (l'indagine è stata già effettuata da un altro noto programma televisivo, per questo mi permetto di citarla).
I luoghi descritti nell'Odissea -Scheria, Ogigia, Scilla e Cariddi e tutti gli altri- furono inizialmente ambientati intorno alla penisola greca, nel mar Egeo. La ripresa dei lunghi viaggi marittimi di esplorazione, nel corso dell'VIII secolo a.C., coincise con un processo di ri-ambientazione delle località, cantate da aedi e rapsodi della madrepatria, nel selvaggio e lontano Occidente tirrenico: così, per esorcizzare i timori di correnti marine e di popoli inospitali, i marinai greci ambientarono miti, leggende e celebri episodi letterari fra la Sicilia e l'Italia Meridionale.
I navigatori provenienti da Calcide ed Eretria, due città situate l'una di fronte all'altra presso l'isola greca di Eubea, non soltanto localizzarono fra il Capo Peloro e la costa calabra le dimore di Scilla e Cariddi, ma, ricreando gli scenari e l'atmosfera delle loro patrie, fonderanno le poleis di Rhegion e Zancle (Messina), separate da un incantevole stretto che così tanto ricordava i lidi di partenza. Lo stesso Colombo, molti secoli dopo, avrebbe tentato di descrivere gli animali sconosciuti del Nuovo Mondo paragonandoli alla fauna della penisola iberica: l'ignoto spaventa di meno se viene ricondotto a cose e luoghi familiari.
Alla fine del V secolo a.C., lo storico ateniese Tucidide era già al corrente della suddetta ri-ambientazione, smentendo così categoricamente le idiozie di qualche ignorante scrittore a tempo perso dei nostri giorni. Scrittore a tempo perso che, per altro, fondava le sue argomentazioni persino sulle affinità toponomastiche fra le località menzionate da Omero e alcuni odierni paesi della regione Scandinava: così Troij ricordava Troia; peccato che il toponimo omerico corretto della mitica città sia Ilio e non Troia.
Ma lasciamo che siano le parole dell'antico storico greco a chiudere in bellezza questo articolo, sperando che i lettori più attenti non cadano nelle grossolane idiozie di qualche altro cacciatore di gloria mediatica, pronto a farsi pubblicità alle spalle della conoscenza.

" Questo Stretto è costituito dal braccio di mare che separa Reggio da Messene, dove la distanza fra la Sicilia e il continente è più breve; è questa la cosiddetta Cariddi; dove la tradizione segna il passaggio di Odisseo. Data l'angustia del canale, poiché vi si confondono le acque di due mari, il Mare Tirreno e il Mare Siciliano, e poiché vi si formano correnti, è facile spiegarsi come sia nata la fama che il tratto sia pericoloso. "
Tucidide, La Guerra del Peloponneso, IV, 24,5


(nella foto, confronto fra immagini satellitari, fra Calcide-Eretria, in Grecia, e lo Stretto di Messina)