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lunedì 17 agosto 2009

Il Paradosso della "grecizzazione di ritorno" nel Reggino

La strumentalizzazione politica della Storia sembra ben riuscire, nel caso delle tradizioni relative al territorio reggino, ad adombrare delle colossali menzogne, funzionali alle aspirazioni egemoniche dei vincitori: Romani, Normanni, Angioini ed Aragonesi, Piemontesi (detti essenzialmente Italiani dopo il 1861). Oggi prenderemo in considerazione una delle più assurde mistificazioni che riguardano il nostro panorama culturale, la questione legata all'utilizzo della lingua greca, da parte dei Reggini, nel corso dei tempi.
Non è un mistero che, a partire dalla venuta dei Greci presso Reggio, Locri, Medma, Metauros, Caulonia ed Ipponion, nell'estremità della penisola (l'Italìa delle fonti antiche) si parlasse la lingua di Omero, con le consuete varianti dialettali, ionica e dorica.
L'avvento dei Romani, a partire dal III secolo a.C., segna indubbiamente l'incontro delle popolazioni elleniche dell'antico Bruttium (uno squallido nome barbaro che deriva dai Bretti o Bruttii, stirpe di origine eterogenea, per la maggior parte proveniente dall'odierna Campania, mercenari emancipati, dichiarati da qualche storico "politico" da due soldi come il "popolo originario della Calabria") con la lingua latina, anche se ciò non dovette comportare l'utilizzo, a livello quotidiano, della lingua dei nuovi dominatori, come attestano, nel complesso, i numerosi rinvenimenti epigrafici, relativi alla provincia di Reggio Calabria e alla Sicilia..
La fine dell'impero romano di Occidente prelude all'azione militare di Giustiniano e alla gestione politica dell'Italia meridionale da parte dei Bizantini (altra nomenclatura idiota, dal momento che i "Bizantini", ovvero i Romei di Oriente, di lingua e burocrazia greca, non erano altri che gli unici e legittimi discendenti degli Imperatori Romani, da Augusto in poi), dopo la breve parentesi di dominio dei Barbari.
E' qui che la "storiografia politica" compie il miracolo, con l'illuminante ipotesi della cosiddetta "grecizzazione di ritorno": in pratica, i Reggini e gli altri Greci del Mezzogiorno, magicamente, avrebbero smesso di parlare greco durante i secoli caratterizzati dal dominio di Roma, per "ri-imparare", altrettanto magicamente, il greco-bizantino, dopo la riconquista della penisola italiana di Giustiniano. Senza addentrarci troppo nella questione, basti sapere ai lettori che il greco, nell'antichità, era la lingua della cultura e delle comunicazioni; facendo un paragone azzardato, lo si potrebbe accostare all'inglese di oggi. Gli stessi colti Romani, quando dovevano scrivere o proferire qualcosa di importante, si esprimevano in greco: Cicerone, Giulio Cesare, Seneca erano perfettamente bilingui. Il distacco fra la lingua latina e quella greca, fra Occidente e Oriente, si accentua solo con l'era delle invasioni barbariche e l'impoverimento culturale della classe dirigente occidentale, per colmarsi poi nel XV secolo, dopo la presa ottomana di Costantinopoli e l'emigrazione di intellettuali bizantini come Emanuele Crisolara, primo magister di greco a Firenze.
Un discorso che non vale per noi Reggini, che abbiamo continuato a parlare greco, con buona pace degli storici politicanti, per tutta la durata dell'impero e anche oltre, persino oltre agli eccidi dei Normanni dell'XI secolo; l'area grecanica della Bovesia è una superba testimonianza di questa continuità. I Normanni conquistatori, pupilli dei papi desiderosi di sottomettere al rito latino le popolazioni greche dell'estremo Sud (invito i lettori ad approfondire le vicende dolenti dei monasteri basiliani saccheggiati e distrutti dai Normanni in Calabria e Sicilia), furono il braccio armato di una lunga serie di violenze ed estromissioni, giustificate dalle ambizioni dei pontefici e culminate nel paradosso ideologico della grecizzazione di ritorno: comincia dunque a far comodo la prospettiva dei Bizantini esattori di tasse, sloggiati dai Normanni in nome del Santo Padre, che imposero forzosamente l'utilizzo del greco ai Reggini, dopo la caduta dell'impero romano di Occidente e il lungo periodo di quiescenza durante il quale, misteriosamente, la popolazione locale aveva "scordato" la propria lingua tradizionale. Aggiungete a questa teoria comoda e funzionale alla logica dei vincitori lo scarso valore professionale di qualche storico di estrema tendenza clericale, pronto ad appoggiare le favolette raccontate da chi intende mantenere le redini del potere culturale, ed il gioco è fatto.
Oggigiorno, la scientificità della ricerca storica consente di smascherare le interpretazioni faziose e fuorvianti del nostro passato. Al pubblico non resta altro che rivendicare il diritto-dovere di sapere, ringraziando sempiternamente i progressi del razionalismo e dell'istruzione, figli di una stagione illuminista che non smette di combattere contro l'oscurantismo.

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