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lunedì 31 agosto 2009

Il Serro di Tavola e il territorio di Bagnara nel periodo greco-classico

Il fortino di Serro di Tavola si trova alla sommità del costolone montagnoso che congiunge i Piani alla Corona alle alture aspromontane, in una posizione strategica nel quadro del sistema di collegamento viario interno fra la polis di Reggio e la sua chora, il territorio, compreso fra il Palizzi e il Petrace, su cui la città dello Stretto esercitava la sua giurisdizione. Si tratta di un phrourion, una piazzaforte realizzata nell'ultimo ventennio del VI secolo a.C., successivamente adibita (nei primi decenni del secolo successivo) a "fattoria fortificata", con ambienti destinati al ricovero di animali e all'accumulo di prodotti agricoli o legname.
Raggiungere il sito richiede una certa dose di tempo e pazienza, attraverso le tortuose curve che portano al Cippo Garibaldi e a Gambarie di Aspromonte, ma la vista che si gode dall'area del manufatto ripaga il visitatore del lungo tragitto automobilistico: la visione paradisiaca dello Stretto sullo sfondo, da una posizione che domina la sottostante vallata dello Sfalassà, sono caratteristiche che fanno del Serro di Tavola una delle località più suggestive dell'intera provincia di Reggio Calabria; non a caso, diversi gruppi escursionistici locali inseriscono fra le loro appassionanti passeggiate montane, i sentieri che dal Cippo Garibaldi conducono alle rovine greche, non lontano da Santa Cristina d'Aspromonte.
Il ruolo del fortino consisteva essenzialmente nel controllo delle strade interne, al fine di prevenire incursioni da parte dei barbari Siculi dalle montagne, così come di Locresi e Medmei di Metauros (Gioia Tauro) e Rosarno, ovvero gli altri Greci che confinavano coi Reggini. La presenza di stalle e magazzini all'interno delle mura doveva garantire inoltre la custodia delle merci, che potevano successivamente essere trasportate sino alla costa, sfruttando la possibilità di ridiscendere il corso del torrente Sfalassà, giungendo infine presso l'odierna Bagnara.
La menzione della cittadina tirrenica in qualità di probabile luogo di approdo e centro di smistamento dei prodotti dell'entroterra, nel periodo greco-classico in questione, introduce un dibattuto problema storiografico, apparentemente ancora insoluto. Tutti coloro che si sono occupati del passato più remoto di Bagnara sono divisi fra quelli che attribuiscono maggiore arcaicità al sito, dichiarandolo antecedente alla venuta dei Normanni nell'XI secolo, mentre altri ritengono che, prima della venuta di Roberto e Ruggero di Altavilla nel Sud Italia, l'insediamento sia privo di storia.
La verità, per così dire, sta in mezzo. In altri termini, la storia di Bagnara, e cioè di un centro abbaziale, dotato di un territorio e confini specifici, trasformatosi poi nell'odierno comprensorio comunale che tutti conosciamo, inizia indubbiamente con la fondazione normanna. Rimane tuttavia altrettanto inconfutabile che il luogo su cui sorse l'Abbazia di S. Maria e i XII Apostoli esisteva già da millenni, a meno che qualcuno non riesca a provare scientificamente che Ruggero di Altavilla si sia portato quel pezzo di Costa Viola dalla Puglia, dalla Normandia o da ovunque provenisse quell'accozzaglia di predoni rinciviliti dai giochi di potere dei pontefici romani.
Scherzi a parte, se il territorio su cui sorge oggigiorno Bagnara esisteva già da parecchio, sarà quindi ragionevole, dal momento che non mancano le testimonianze documentarie in proposito (e sono tante, dai ritrovamenti archeologici alle nuove identificazioni topografiche), inserirlo all'interno delle dinamiche storiche, geografiche, economiche e culturali della Calabria antica, senza il timore di infrangere alcun presupposto di attendibilità, al riparo dalle accuse di campanilismo. Consentitemi infine di ringraziare i numerosi lettori che mi scrivono per posta elettronica o mi fermano per strada, chiedendomi delucidazioni o approfondimenti, suggerendomi talvolta degli spunti per sviluppare nuovi articoli: la vostra attenzione è il segno tangibile dell'utilità della valorizzazione e della divulgazione della nostra Storia.

lunedì 24 agosto 2009

I luoghi insoliti del nostro territorio: le mura della Collina degli Angeli di Reggio

La riscoperta e la valorizzazione dei luoghi più misteriosi ed evocativi del nostro territorio risulta oggigiorno indispensabile al turista e alla sempre più ristretta cerchia di appassionati di antichità e leggende nostrane, visto che saremo privati del Museo Nazionale della Magna Grecia per circa un anno e mezzo, per via dei lavori di ristrutturazione, già in corso. Ovviamente non si è mobilitato ancora nessuno per impedire questo sopruso. Per noi, addetti del mestiere, non si tratta di una sorpresa: se si fosse trattato di feste della birra, parmigiane, sagre della patata, spogliarelliste o saggi di danza, saremmo tutti qui a firmare petizioni e a prendercela con tutti; ma ormai l'arte e la cultura si identificano nella nuovo identikit del Reggino medio, "panza, tavola e presenza".
Tuttavia, quei due-tre turisti che, a partire dall'Ottobre 2009, giungeranno a Reggio, Scilla o Bagnara, non potendo ammirare i Bronzi o il Kouros, dovranno pur visitare qualche luogo interessante, magari dopo una lauta cena a base di suppressata e pasta con la scuzzetta. Dunque perché non recarsi, a Reggio Calabria, in via Collina degli Angeli, non distante dal Santuario di Sant'Antonio, ad ammirare i resti delle mura ellenistiche dell'antica polis?
Si tratta di alcuni frammenti della cinta muraria in mattoni crudi, realizzata nel IV sec. a.C., dopo la rifondazione del 356. Nonostante l'altisonante denominazione di "Parco Archeologico", in realtà il manufatto è segnalato da un solo cartello e, per raggiungerlo, occorre insinuarsi in una stradina in salita posta fra due condomini, uno dei quali è dotato di un superbo cancello automatico che si addossa su un muro vecchio di duemilaquattrocento anni, resistente a tutti i grandi terremoti ma non alla stupidità dei residenti. Nella stessa area è stata rinvenuta, alcuni decenni or sono, un'edicoletta votiva, una Vittoria alata originariamente posta sopra le mura, presentante l'iscrizione greca "TRIS NIKA", cioè tre volte vittoria, in ricordo dell'eroica resistenza dei Reggini ai tentativi di conquista di Pirro e Annibale (due volte); gli attacchi dei celebri condottieri, documentati dalle fonti storiografiche, furono presumibilmente sferrati in quel preciso settore.
Il forte impatto emotivo che questo miracolo di sopravvivenza del nostro passato suscita nell'osservatore, costituisce la motivazione più valida per cui, nonostante l'effettiva lontananza del sito dai centri ricreativi e commerciali del Corso Garibaldi e del Lungomare Falcomatà, vale la pena regalarsi un'escursione alla Collina degli Angeli. L'atmosfera cupa e gli echi lontani di battaglie sanguinose che legano i brandelli delle mura reggine ad alcuni momenti culminanti della storia antica, destano, persino nelle personalità maggiormente lucide e razionali, un inquietante senso di stupore, insieme alla spiacevole sensazione di sentirsi mozzare il fiato. Non a caso, gli abitanti del quartiere riferiscono di udire urla agghiaccianti e clangori metallici, localizzate nell'area delle mura. Personalmente, non sono abituato a dare credibilità a ciò che non si può accertare con le armi della scienza, ma ritengo che la diffusione di tali leggende metropolitane potrebbe giocare un ruolo positivo nell'ottica della conoscenza e della valorizzazione di un bene culturale così affascinante. D'altronde, il Museo Nazionale della Magna Grecia, dall'Ottobre 2009, rimarrà chiuso al pubblico, soprattutto perché non siamo capaci di far sentire le nostre voci di protesta, se non quando si tratta di balletti, gossip ed abitudini mangerecce; tanto vale approfittare dell'opportunità di apprezzare uno di quei luoghi insoliti ed alternativi di cui fortunatamente il nostro territorio è ricco.

lunedì 17 agosto 2009

Il Paradosso della "grecizzazione di ritorno" nel Reggino

La strumentalizzazione politica della Storia sembra ben riuscire, nel caso delle tradizioni relative al territorio reggino, ad adombrare delle colossali menzogne, funzionali alle aspirazioni egemoniche dei vincitori: Romani, Normanni, Angioini ed Aragonesi, Piemontesi (detti essenzialmente Italiani dopo il 1861). Oggi prenderemo in considerazione una delle più assurde mistificazioni che riguardano il nostro panorama culturale, la questione legata all'utilizzo della lingua greca, da parte dei Reggini, nel corso dei tempi.
Non è un mistero che, a partire dalla venuta dei Greci presso Reggio, Locri, Medma, Metauros, Caulonia ed Ipponion, nell'estremità della penisola (l'Italìa delle fonti antiche) si parlasse la lingua di Omero, con le consuete varianti dialettali, ionica e dorica.
L'avvento dei Romani, a partire dal III secolo a.C., segna indubbiamente l'incontro delle popolazioni elleniche dell'antico Bruttium (uno squallido nome barbaro che deriva dai Bretti o Bruttii, stirpe di origine eterogenea, per la maggior parte proveniente dall'odierna Campania, mercenari emancipati, dichiarati da qualche storico "politico" da due soldi come il "popolo originario della Calabria") con la lingua latina, anche se ciò non dovette comportare l'utilizzo, a livello quotidiano, della lingua dei nuovi dominatori, come attestano, nel complesso, i numerosi rinvenimenti epigrafici, relativi alla provincia di Reggio Calabria e alla Sicilia..
La fine dell'impero romano di Occidente prelude all'azione militare di Giustiniano e alla gestione politica dell'Italia meridionale da parte dei Bizantini (altra nomenclatura idiota, dal momento che i "Bizantini", ovvero i Romei di Oriente, di lingua e burocrazia greca, non erano altri che gli unici e legittimi discendenti degli Imperatori Romani, da Augusto in poi), dopo la breve parentesi di dominio dei Barbari.
E' qui che la "storiografia politica" compie il miracolo, con l'illuminante ipotesi della cosiddetta "grecizzazione di ritorno": in pratica, i Reggini e gli altri Greci del Mezzogiorno, magicamente, avrebbero smesso di parlare greco durante i secoli caratterizzati dal dominio di Roma, per "ri-imparare", altrettanto magicamente, il greco-bizantino, dopo la riconquista della penisola italiana di Giustiniano. Senza addentrarci troppo nella questione, basti sapere ai lettori che il greco, nell'antichità, era la lingua della cultura e delle comunicazioni; facendo un paragone azzardato, lo si potrebbe accostare all'inglese di oggi. Gli stessi colti Romani, quando dovevano scrivere o proferire qualcosa di importante, si esprimevano in greco: Cicerone, Giulio Cesare, Seneca erano perfettamente bilingui. Il distacco fra la lingua latina e quella greca, fra Occidente e Oriente, si accentua solo con l'era delle invasioni barbariche e l'impoverimento culturale della classe dirigente occidentale, per colmarsi poi nel XV secolo, dopo la presa ottomana di Costantinopoli e l'emigrazione di intellettuali bizantini come Emanuele Crisolara, primo magister di greco a Firenze.
Un discorso che non vale per noi Reggini, che abbiamo continuato a parlare greco, con buona pace degli storici politicanti, per tutta la durata dell'impero e anche oltre, persino oltre agli eccidi dei Normanni dell'XI secolo; l'area grecanica della Bovesia è una superba testimonianza di questa continuità. I Normanni conquistatori, pupilli dei papi desiderosi di sottomettere al rito latino le popolazioni greche dell'estremo Sud (invito i lettori ad approfondire le vicende dolenti dei monasteri basiliani saccheggiati e distrutti dai Normanni in Calabria e Sicilia), furono il braccio armato di una lunga serie di violenze ed estromissioni, giustificate dalle ambizioni dei pontefici e culminate nel paradosso ideologico della grecizzazione di ritorno: comincia dunque a far comodo la prospettiva dei Bizantini esattori di tasse, sloggiati dai Normanni in nome del Santo Padre, che imposero forzosamente l'utilizzo del greco ai Reggini, dopo la caduta dell'impero romano di Occidente e il lungo periodo di quiescenza durante il quale, misteriosamente, la popolazione locale aveva "scordato" la propria lingua tradizionale. Aggiungete a questa teoria comoda e funzionale alla logica dei vincitori lo scarso valore professionale di qualche storico di estrema tendenza clericale, pronto ad appoggiare le favolette raccontate da chi intende mantenere le redini del potere culturale, ed il gioco è fatto.
Oggigiorno, la scientificità della ricerca storica consente di smascherare le interpretazioni faziose e fuorvianti del nostro passato. Al pubblico non resta altro che rivendicare il diritto-dovere di sapere, ringraziando sempiternamente i progressi del razionalismo e dell'istruzione, figli di una stagione illuminista che non smette di combattere contro l'oscurantismo.

lunedì 10 agosto 2009

L'Antica Rocca di Scilla

"…segue poi il promontorio Scylleaum, in posizione elevata, che forma una penisola con un piccolo istmo a cui si può approdare da tutte e due le parti. Anassilao, tiranno di Rhegion, lo fortificò contro i Tirreni, facendone una stazione navale; impedì così che i pirati attraversassero lo Stretto…”
Così scrive il geografo Strabone riguardo la rocca di Scilla. Già da diversi secoli, i marinai calcidesi, provenienti dall'Eubea della penisola greca e fondatori di Reggio e Messina, avevano localizzato presso le incantevoli rupi della cittadina del Tirreno, la dimora della mostruosa Scylla, che divora gli inermi compagni di Ulisse nel celebre canto di Omero.
Sul promontorio, un tempo dominato dal monastero di San Pancrazio ed oggi dal Castello Ruffo, sorgeva dunque una stazione navale, edificata dal tiranno reggino Anassila nei primi decenni del V sec. a.C. Con tale termine, i Greci intendevano essenzialmente un luogo di approdo, ove poter attraccare ed, eventualmente, effettuare interventi di riparazione sulle imbarcazioni. Una stazione navale serviva soprattutto come punto nevralgico di controllo delle rotte marittime, l'obiettivo principale della politica di Anassila che, difatti, si imporrà come signore assoluto dello Stretto, dopo aver conquistato Zancle/Messina.
Dobbiamo quindi immaginare ancorate, nelle acque di Scilla, numerose file di triere e pentecontere da guerra (rispettivamente tipi di imbarcazioni da attacco dotate di tre ordini di remi o di un'unica fila di cinquanta rematori), nonché grosse navi da trasporto e da pesca, ormeggiate sia nella baia della Marina Grande, che presso la splendida Chianalea, non lontano dall'odierno porto turistico. Durante la bella stagione, i letti dei torrenti in secca consentivano il trasporto del legname aspromontano e della pece, alcuni dei prodotti più rinomati del territorio reggino nel passato, impiegati per la costruzione e le riparazioni delle imbarcazioni. Scilla doveva quindi costituire una sorta di centro polivalente: fortezza, porto, cantiere navale.
Del resto, l'ottimizzazione della posizione geografica e delle risorse ambientali era, diversamente dagli sterili interventi politici odierni, la principale preoccupazione dei Reggini. La viabilità, specie fra Bagnara e Scilla, non è di molto migliorata rispetto al V secolo a.C.: i disagi dello scorso inverno lo testimoniano. Probabilmente, un greco della classicità non si sarebbe arrischiato di allargare gli angusti passaggi, scavati sulle scogliere a ridosso del mare: se avesse disposto delle competenze scientifiche di oggi, avrebbe costruito una bella galleria, oppure si sarebbe limitato a potenziare i collegamenti navali, dal momento che neanche in passato era gradita ai molti la prospettiva di percorrere la strada di Gambarie ("i giardini", in greco).
Io credo una delle illusioni più vane è la pretesa di voler imparare dalla Storia: ogni vita è segnata da una serie infinita di cambiamenti, esposti alla pura casualità degli eventi e, ahimè, alla stupidità degli esseri umani; non esistono i graduali miglioramenti o gli improvvisi peggioramenti, vagheggiati dai nostalgici cultori di Cicerone o Vico. Certamente, la categoria del buonsenso, adattata alle circostanze, non può essere soggetta agli sbalzi temporali o alla propaganda politica. A noi, inutili appassionati di antichità e di grandezze perdute, non resta altro che sperare nell'esercizio sistematico del buonsenso e della razionalità disinteressata, unici e veri fondamenti del rilancio economico, culturale e turistico della Costa Viola.

lunedì 3 agosto 2009

Il concetto di Regginità nel mondo greco

La Magna Grecia, nel pensiero comune odierno, si presenta come un'idea generica e sfuggente, legata ad un passato remoto che emerge soltanto da volantini turistici illustrati o denominazioni di sagre locali. Le responsabilità di questo graduale processo di rimozione della memoria spettano soprattutto a noi addetti del mestiere, che troppo spesso alziamo un muro di orgogliosa separazione dal pubblico degli appassionati, come se la divulgazione delle recenti scoperte non costituisca l'aspetto essenziale del nostro lavoro. La presenza opprimente di eruditi ampollosi e spesso incompetenti in materie umanistiche, avvocati ultrasessantenni in pensione, ingegneri o medici, che monopolizzano le pubblicazioni del settore e gli eventi culturali, con argomenti che la critica storica ha confutato da decenni, ha ulteriormente aggravato la situazione, resa già preoccupante dallo spaventoso crollo dei valori umani e culturali delle nuove generazioni. Personalmente non ho nulla contro gli eruditi - Schliemann, un facoltoso cultore di Omero, trovò le rovine di Troia armato solo dell'Iliade- ma ritengo che ognuno debba rispettare il proprio campo di studi, anche perché, se io scrivessi un libro sulle malattie infettive, sullo Statuto Albertino o sul processo di fotosintesi clorofilliana, da completo ignorante in materia, mi troverei giustamente sommerso dalle critiche di chi ha costruito la propria credibilità professionale sulla base di un lungo e faticoso processo di formazione culturale.
Spesso si afferma che "Reggio era una città greca": ma nessuno si è mai soffermato sul significato reale del termine polis o sul concetto stesso di regginità nel mondo classico. Il termine polis significa essenzialmente "città", intesa sia dal punto di vista fisico-urbanistico (templi, cinta muraria, edifici privati), sia in un'accezione che potremmo definire "ideale", nel senso che esisteva un legame inscindibile fra la polis e la comunità dei politai (i cittadini), per cui un uomo senza città veniva considerato una belva asociale. Dal punto di vista amministrativo, la giurisdizione della polis andava ben aldilà della cinta muraria urbana, estendendosi alla chora, il territorio circostante, che, nel caso di Reggio, spaziava dalla Piana di Gioia Tauro (il corso del fiume Petrace) a Palizzi, nella Bovesia.
Il polites (cittadino) è un adulto maggiorenne di sesso maschile che gode di pieni diritti politici, in ossequio all'ordinamento costituzionale (in greco politeia, termine anch'esso composto con polis=città) in vigore nella polis; le donne, gli schiavi e gli stranieri erano esclusi in partenza dall'acquisizione della cittadinanza. Gli ordinamenti costituzionali variavano da città a città: a Reggio erano i mille cittadini più ricchi a governare la città dello Stretto, tramite la Boulè (il Consiglio), i Tribunali e l'esercizio delle magistrature religiose e militari. Lo svolgimento della vita civile comunitaria era regolato in base alle leggi di diritto privato e pubblico attribuite dalla tradizione a Caronda di Catania, osservate in tutte le città Calcidesi (da Calcide di Eubea, una città dell'omonima penisola greca da cui provenivano gli antenati dei Reggini). Il tempo era scandito dalle festività cittadine, alcune delle quali (quelle legate al periodo della mietitura, per esempio) culminavano nella totale sovversione dell'ordine pubblico, con ampi margini di libertà a favore delle componenti sociali emarginate, come le donne o gli schiavi. La religione greco-cittadina era essenzialmente ritualistica e aveva il fine principale di ristabilire l'ordine civico e onorare gli dei, attraverso processioni solenni che percorrevano l'intero asse viario cittadino. La religione tradizionale non riusciva a colmare le esigenze spirituali del singolo: si trattava, più che altro, di un rapporto di reciproca convenienza: banchetti e sacrifici per propiziarsi il favore divino garantivano ai cittadini la possibilità di schivare castighi e punizioni, decise dall'Olimpo. L'antica ricorrenza delle Artemisie reggine non doveva differire notevolmente dalle odierne "feste di Madonna", specie per le manifestazioni isteriche, pacchiane e fortemente consumistiche che caratterizzano le forme prettamente "meridionali" di religiosità, diffuse oggigiorno nei nostri luoghi.
Proviamo a ricostruire insieme gli aspetti quotidiani della vita di un Reggino del passato. Immaginiamo che io sia nato in un villaggio agricolo sulle alture circostanti Bagnara, nel VI secolo a.C.; i miei terreni producono oltre trecento litri di olio annui, il che mi consente di rientrare nella fascia di reddito necessaria per godere dei diritti politici ed essere un Reggino (le classi meno abbienti costituivano la componente dei "liberi-non cittadini), pur essendo di fatto dei Reggini), con il diritto di sedere al Consiglio e propormi come giudice popolare, legislatore o stratego. E' chiaro che, per intraprendere la carriera politica, dovrei tralasciare la gestione diretta dei campi per recarmi, almeno quattro volte la settimana a Reggio, cosa che non tutti i possidenti allora potevano fare (specie se risiedevano a Pellaro, Palmi, Scilla o nei villaggi aspromontani), cosicché dobbiamo ritenere che le sedute ordinarie del Consiglio fossero frequentate raramente da tutti i Reggini con diritto di cittadinanza. Sarebbe quindi preferibile abitare in città, dentro le mura, anche perché così potrei frequentare il teatro, e questa settimana verrà rappresentata l'Orestea di Stesicoro. E se i nemici ci attaccassero? se gli odiati Locresi invadessero i nostri confini? Il cittadino greco non sa distinguere fra guerra e pace: la guerra è parte integrante dei suoi doveri di tutelare la propria famiglia e la propria città; essere un Reggino significa anche vestire la panoplia (l'armatura), brandire l'asta e lo scudo e prendere posto insieme ai miei concittadini nella falange.
Questi non sono che gli aspetti più semplici e superficiali che contraddistinguevano l'ormai perduto concetto di regginità, un'idea legata al patrimonio culturale del mondo delle poleis greche di Occidente. La riscoperta di questi valori, la possibilità di calarsi nella mentalità e nel costume degli uomini dello Stretto di oltre duemilaseicento anni fa, costituiscono delle ottimali modalità di divulgazione, molto più efficaci rispetto ai vuoti elenchi di date e fatti che spesso oscurano la comprensione reale del nostro passato.