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domenica 7 giugno 2009

Ruolo e funzione della politica ed i legami coi cittadini

Che la politica sia strettamente legata ai rapporti coi cittadini lo conferma la stessa etimologia del termine; nel lessico greco politiké significa propriamente “la tecnica o l’arte di essere cittadino”. Aristotele definiva la politeia come una forma di vita dello stato, intendendo con questa espressione fare riferimento all’organizzazione della comunità, al senso di appartenenza ad essa, ma anche e soprattutto alla condizione, ai diritti e ai doveri di ogni cittadino. Ne consegue che nel mondo greco non era affatto possibile separare l’appartenenza ad una comunità (in quel caso la città-stato, la polis) dalla partecipazione attiva e diretta dei suoi membri alla gestione della cosa pubblica.
Nella concezione moderna, in cui non è possibile l’intervento diretto dei cittadini, spetta ai rappresentanti in cui i membri dell’organismo statale si riconoscono, l’esercizio e la tutela dell’attività di governo e delle pratiche legislative. Sono dunque cambiati i tempi e le modalità ma, quantomeno a livello teorico, la politica è ancora un momento centrale della socialità che gestisce e salvaguarda il complesso dei diritti e dei doveri del cittadino e della comunità.
Eppure oggigiorno una frattura evidente separa la popolazione dai suoi rappresentanti statali, dalla tecnica e dalla teoria dell’esercizio della cosa pubblica. Il ruolo di ministri e parlamentari si svilisce sotto l’occhio vigile del gossip, si ridicolizza e viene ridicolizzato dalle risse in diretta, dai frequenti fenomeni di corruzione. Il rapporto fra politica e cittadini si è ormai ridotto al breve incontro consumato nel buio della cabina elettorale, senza per altro considerare le elevate percentuali di astensionismo alle urne che registrano la maggior parte dei paesi europei.
I giovani, in larga parte, hanno poca consapevolezza del ruolo e del funzionamento del meccanismo statale; gli effetti della globalizzazione, dell’assuefazione al benessere generalizzato, hanno pressoché ridimensionato o trasformato i grandi ideali del XX secolo: la lotta di classe, i diritti delle donne e dell’ambiente, la meritocrazia ecc. Il nostro tempo è segnato da rivendicazioni ed obiettivi di dimensione universale e, per questo, difficilmente risolvibili, specie quando sono in conflitto con la morale pubblica (la sperimentazione assistita), la religione (le unioni di fatto) o con gli stessi interessi dei governanti (la pace in Medio Oriente per es.).
Questi e molti altri sono i dati oggettivi; occorre adesso, possibilmente, esaminare le cause, le motivazioni profonde che hanno prodotto tale situazione. Spesso la parola “politica” viene spogliata del suo significato originario (tecnica ed arte dell’essere cittadino) ed identificata, col tramite di tutti coloro che fanno di essa una professione, con qualcosa di marcio, di improduttivo di falso. Si tratta di convinzioni e luoghi comuni che risalgono soprattutto alle teorie di Machiavelli, alle sue convinzioni circa il prevalere della moralità politica (cioè l’efficacia che un determinato comportamento può avere sul piano politico) su quella tradizionale (la liberalità, la fede alla parola data, le virtù considerate tali dalla collettività), all’esasperato realismo con cui lo scrittore fiorentino deplorava l’innata malvagità dell’essere umano. Nell’immaginario collettivo la celebre frase “il fine giustifica i mezzi”, seppur estrapolata dal suo contesto, finisce ormai per descrivere le peculiarità, le consuetudini dell’agire politico. Tale prospettiva è soggetta a due grossolani errori di fondo: Machiavelli scrive nel XVI secolo, ben prima della formazione dello stato moderno, delle conquiste, in termini di diritti umani fondamentali (suffragio universale, diritti delle minoranze, servizi erogati direttamente dallo stato come l’istruzione ecc.), avvenute dopo la Rivoluzione Francese. In secondo luogo, nella sua produzione trattatistica lo stato, compatibilmente al periodo storico in cui egli visse, si identificava preferibilmente col potere personale e assoluto di un unico monarca, il “principe”, a cui il Machiavelli forniva preziose norme e precetti di comportamento.
Quindi, spesso e volentieri, il cittadino si disinteressa della cosa pubblica, ovvero dei suoi stessi diritti e doveri, bollandola preliminarmente come qualcosa di futile e compromettente. Così, si tende a dimenticare il lungo e tortuoso cammino dell’uomo verso la conquista dei propri diritti, di una libertà civile che oggi appare appesantita dall’indifferenza verso la politica e lo stato di cui siamo, nonostante tutto, parte integrante. Un atteggiamento passivo e controproducente che offende quanti hanno offerto se stessi ed il proprio tempo per salvaguardare questi valori.
Le soluzioni e i comportamenti da pianificare al fine di tornare a prendere coscienza del nostro ruolo nella società devono necessariamente esulare dal disfattismo di frasi fatte, dall’evasione dalla realtà, dalla noncuranza. Da una sapiente gestione politica dipende, volenti o nolenti, il nostro futuro e quello di chi verrà dopo di noi. Occorre dunque recuperare anzitutto quel legame naturale fra chi governa col relativo consenso di coloro che sono governati, un legame che, come si è visto, assicura il diritto alla felicità degli individui, dimostrando di saper scegliere coscienziosamente al momento del voto. La preferenza in sede elettorale dipende a sua volta da un’accurata analisi critica che precede la stessa scelta. Ciò comporta essere informati, avere padronanza delle caratteristiche dei nostri potenziali rappresentanti, a livello individuale (conoscere cioè le doti e la personalità del singolo candidato) e collettivo (conoscere gli indirizzi e gli obiettivi generali del partito o della fazione politica cui appartiene il candidato).
In altri termini dobbiamo costruirci una solida coscienza politica, dotandoci di una sufficiente preparazione culturale e dialettica, della certezza circa gli scopi da raggiungere a breve e a lungo termine, della volontà e della necessità di accorgersi e risolvere i problemi che affliggono lo stato. Allontanandoci dalle suddette consapevolezze legittimiamo silenziosamente la situazione attuale, non certo priva di errori e contraddizioni. Gli uomini, sin dalla preistoria, cominciarono ad organizzarsi in comunità dotate di leggi ed istituzioni atte a curare molteplici aspetti della loro vita; oggi come allora, ingiustizie e sopraffazioni continuano ad incrinare il rapporto ideale che lega la politica ai cittadini. Ma il venir meno delle nostre responsabilità è una forma di consenso alla crisi. Anche la politica, come tutte le realtà pensate e create dall’uomo, è soggetta ad un inevitabile processo di trasformazione, ha bisogno di adattarsi ed uniformarsi al tempo che passa. A noi che nonostante tutto conserviamo gli strumenti decisionali per agire e modificare il presente ed il futuro, spetta l’arduo compito di edificare gradualmente le basi per il raggiungimento della concordia civile, l’unico vero confine che separa la libertà dall’anarchia.

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