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mercoledì 4 marzo 2009

Il concetto di Tirannia nel mondo greco: come sfatare un moderno luogo comune.

Il termine tyrannos è probabilmente di origine orientale e significa sostanzialmente “signore”, contrapposto al greco mònarchos, ovvero “colui che governa da solo”; questi termini designano quindi un potere personale assoluto, superiore a quello tradizionale del basileus, soprattutto perché non definito in prerogative concordate dalla comunità e perciò non basato sul consenso. Archiloco e Alceo utilizzano questo termine già nel VII sec. a.C. in accezione negativa, specie nei riguardi di Pittaco di Mitilene.
Sul fenomeno della tirannide arcaica possiamo contare sulle testimonianze di Tucidide ed Aristotele; il primo, connette la tirannide allo sviluppo commerciale dell’Ellade: il tiranno sarebbe quindi stato espressione della ricchezza che i ceti artigianali e mercantili accumularono nel corso del VII e VI sec. a.C., periodi in cui si datano la tirannide dei Cipselidi a Corinto o quella degli Ortogoridi a Sicione, prospere poleis dell’epoca. Diversamente, Aristotele individua nel tiranno, un capo militare, uno stratego che usa il prestigio della carica per imporre un potere personale; effettivamente Cipselo e Ortagora erano polemarchi, Pisistrato uno stratego. Quindi, in questo senso, il tiranno sarebbe stato espressione degli opliti, i ceti medi valorizzati dalla tattica militare: un’aristocratico che si allea con i ceti popolari contro gli interessi della propria classe di origine. Molto probabilmente le due tesi si completano a vicenda, nel senso che se Tucidide fornisce l’inquadramento cronologico della tirannide, Aristotele la inquadra dal punto di vista sociale.
In definitiva, la tirannide arcaica costituisce spesso un processo rivoluzionario che spezza il potere delle grandi consorterie aristocratiche legate alla terra. Spesso i tiranni rappresentavano, nell’ambito della democrazia, gruppi in qualche modo discriminati, come nel caso di Cipselo, figlio di un immigrato e di una donna Bacchiade che nessuno aveva voluto sposare. I tiranni mostrano interesse per i contadini poveri, promuovendo una ridistribuzione della proprietà fondiaria; procedono all’allargamento del corpo civico, come Clistere di Sicione che inserisce una quarta tribù in aggiunta alle tre tribù doriche già esistenti.; valorizzano i grandi culti sovracittadini o poliadi a scapito di quelli di eroi o divinità, normalmente gestiti dagli aristocratici.
La valutazione negativa della tirannide nella storiografia dipende soprattutto dal fatto che gli autori antichi erano espressione di quella aristocrazia che i tiranni avevano esautorato dal potere; inoltre, pesa molto le peculiarità delle tirannidi siceliote di V-IV sec. a.C., laddove Falaride di Agrigento o Gelone di Siracusa assumeranno una fisionomia espansionistica volta alla costruzione di uno stato territoriale ultrapoleico.
Nella maggior parte dei casi la tirannide non dura per più di una generazione: il tentativo di fare del potere assoluto e personale un potere ereditario innesca nuove staseis, al termine delle quali, si giunge ad oligarchie moderate o ad una vera e propria democrazia, come ad Atene.

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