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martedì 17 marzo 2009

Gli uomini politici nel mondo delle poleis greche

Nel lessico greco non esiste un termine che designa l’uomo politico: il verbo politeùomai è infatti connesso a polis, così come l’espressione tà demòsia indica l’attività pubblica: in altri termini, pubblico e politico coincidono.
Il retore è “colui che parla”, “colui che prende l’iniziativa”, ovvero colui che prendeva regolarmente la parola in assemblea. Il demagogo era inizialmente un retore dotato di grande ascendente sulla folla; successivamente il termine finisce per indicare, specie nelle opere redatte dai critici della democrazia come Platone, un’accezione negativa, in riferimento a colui che sobilla il popolo grasso, sfruttandone l’irrazionalità.
Nell’Atene del V secolo a.C., spesso lo stratego, il capo militare, e il retore erano figure essenzialmente coincidenti: Pericle, Alcibiade, Nicia erano abili oratori ma anche esperti comandanti militari. Nel secolo successivo le due figure subirono un processo di specializzazione; gli strateghi si qualificarono soprattutto come capi militari di professione, spesso stranieri naturalizzati al comando di armate mercenarie, mentre i retori divennero sempre più politici di professione. Talvolta uno stratego poteva affidare ad un retore la difesa delle proprie posizioni in assemblea, altre volte il retore provvedeva a mettere sotto accusa gli strateghi, specie in caso di sconfitte militari. La stessa preminenza politica del capo militare declinò, nel corso del IV secolo a.C., a favore dei magistrati finanziari: così Licurco ricoprì ininterrottamente per 12 anni (338-326 a.C.) la carica di controllore delle finanze.
Sostanzialmente, gli uomini politici di spicco ad Atene furono reclutati sovente fra le file dell’aristocrazia, basti pensare a Pericle, Nicia o Alcibiade, anche se non mancarono figure di ex fabbricanti di lire come Cleofonte. Un’accusa ricorrente gravava su coloro che si erano arricchiti enormemente con la carriera politica; povero equivaleva, nel gergo politico a corrotto. I metodi di arricchimento personale potevano essere anche leciti, quali il soldo per gli strateghi , le corone d’oro decretate come onorificenze dall’ekklesia o la remunerazione degli ambasciatori.
La corruzione era di natura interna o esterna: i retori, nonostante leggi e giuramenti, ricevevano talvolta dora, doni e ricompense, per far approvare decreti, oltre ai frequenti reati di peculato. D’altronde spesso l’oro straniero, quello persiano in particolare, corrompeva ambasciatori e stranieri. Le ricchezze procurate in siffatto modo potevano servire, oltre a costruirsi sontuose residente, per finanziarie l’azione politica di una fazione.
Ovviamente non esistevano partiti politici, le fazioni erano costituite soprattutto dalle eterie, gruppi solidali di aristocratici coetanei, sancite da banchetti comuni. Un’eteria ben organizzata poteva influenzare le decisioni dell’assemblea o dei tribunali popolari. Nell’ekklesia le eterie potevano appoggiare o ostacolare i retori con applausi, tumulti e silenzi; inoltre, dato che il popolo seguiva spesso l’esempio di massa e, che le procedure di votazione si svolgevano per alzata di mano, bastava spesso collocare gli eteri e i loro sostenitori in posizioni strategiche per esercitare pressioni psicologiche sugli indecisi. Nei tribunali invece, si ricorreva spesso ai sicofanti o ai logografi celebri.

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