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mercoledì 25 febbraio 2009

L'età aurea di Reggio: considerazioni storiche sulla monetazione di Anassila: un recosonto dell'incontro.

Ieri, martedì 24/02/2009 ho tenuto, presso la saletta della Chiesa di San Giorgio al Corso di Reggio Calabria un incontro-conferenza organizzata dall'Associazione Culturale Anassilaos. Questo il resoconto dell'evento, che sperò potrete apprendere anche dai quotidiani locali (Gazzetta del Sud, Calabria Ora, Il Quotidiano):

Uno degli aspetti più affascinanti e coinvolgenti della numismatica in qualità di disciplina ausiliaria alla Storia è certamente la possibilità di riscoprire e ricostruire, attraverso la lettura delle antiche immagini monetali, la fisionomia religiosa, culturale e politica di un popolo. Pertanto, lo studio iconografico delle emissioni argentee reggine battute all’epoca del tiranno Anassila (494-476 a.C.), analisi aggiornata ed arricchita in base a recentissime attività di ricerca, consente di ripercorrere lucidamente quello che è probabilmente il periodo di massimo splendore della plurimillenaria storia della nostra città, riuscendo a colmare persino la cronica lacunosità delle fonti letterarie ed archeologiche.
La Reggio di Anassila costituisce, al sorgere del V secolo a.C., il vero e proprio epicentro geografico di una serie di rotte commerciali, rapporti politici ed influenze religiose che la legano ai più prosperi popoli dell’epoca: Etruschi, Fenici, Focei, Sami. L’esistenza di tali rapporti, aldilà delle cursorie informazioni tramandate da Erodoto e Tucidide, è confermata dall’adozione delle tipologie della testa del leone e della protome del vitello che identificano le prime serie argentee battute da Reggio durante la prima fase di dominio di Anassila, fra il 494 e il 480 a.C. circa. D’altronde la scelta dei suddetti tipi monetali trova una ragionevole spiegazione nell’ambito della religiosità e delle tradizioni peculiari della città dello Stretto. Così il volto del leone deve essere interpretato come attributo ferino di Apollo, divinità tutelare che sovrintende alla fondazione stessa della polis, mentre la protome di vitello rimanda alla celebre fatica di Eracle, il ratto delle mandrie di Gerione; secondo Dionigi di Alicarnasso, la fuga di un vitello costrinse il semidio a guadare lo Stretto, giungendo presso la costa reggina, che prenderà da esso il nome di Vitelìa, “terra del vitello”, da cui sarebbe derivato il toponimo Italia, che oggi identifica la nostra penisola nella sua interezza.
La conquista di Zancle, successivamente ripopolata e rifondata in Messana in ricordo delle origini familiari del tiranno reggino, e quindi della prospiciente sponda dello Stretto, ultimata da Anassila verso il 489/488 a.C., coincide con un caso unico nel panorama numismatico: Rhegion e Messana battono infatti degli esemplari argentei identificati dalle medesime tipologie ponderali ed iconografiche, con la sola differenza dell’etnico cittadino che identifica la zecca emittente.
Dopo il 480 a.C., in seguito all’epocale battaglia di Himera, epilogo di una lunga lotta finalizzata al conseguimento dell’egemonia politica e commerciale nel Basso Tirreno e conclusasi con la vittoria dei tiranni Siracusani ed Agrigentini, quando tutte le poleis siceliote ormai subordinate alla potenza dei Dinomenidi adottano il simbolo aretuseo della quadriga in ossequio alla logica dei vincitori, Anassila si distinguerà per l’emissione delle nuove serie monetali identificate dalla biga di mule al galoppo, in memoria di una vittoria olimpica conseguita dal reggino in quella disciplina ed eternata dall’epinicio composto per l’occasione da Simonide, e dalla lepre scattante sul rovescio. Dietro la raffigurazione del leporide, attributo ferino di Artemide, divinità particolarmente venerata dai Calcidesi dello Stretto, si nasconde un’erronea tradizione risalente nientemeno che ad Aristotele, che aveva motivato questa scelta ad un’apparente operazione zootecnica attuata da Anassila, l’immissione dell’animale in terra di Sicilia. Probabilmente il sommo filosofo non era stato in grado di decifrare correttamente un velato intento satirico contenuto in una commedia perduta di Epicarmo, che aveva costruito un curioso parallelismo fra le sorti di Messana e quella della vegetazione dell’isola di Karphatos, rovinosamente distrutta dalle lepri, ovvero dai tetradrammi argentei che il tiranno reggino aveva battuto nella città peloritana dopo averla conquistata, in seguito al complessivo ridimensionamento politico provocato dalla vittoria siracusano-agrigentina di Himera del 480 a.C. In supporto di tale, innovativa ipotesi, le monete di Karpathos e quelle di Zancle/Messana precedenti alla conquista reggina, mostrano come tipo principale il medesimo delfino.
Messana, dopo la caduta della tirannide del 461/460 a.C., continuerà a coniare monete identificate dai tipi della biga mulare e della lepre, soprattutto in seguito alla concentrazione fra le sue mura, sancita dagli accordi comuni stipulati dalle poleis siceliote nel 460 a.C., degli stranieri e dei mercenari di origine dorica impiegati dai tiranni nelle annose lotte che coinvolgono l’isola nel decennio precedente. Un mutamento di lingua e di popolazione confermato dalla dorizzazione dell’etnico impresso sui numerali peloritani di età posteriore, nonché dall’alleanza che lega Messana a Locri in occasione della spedizione ateniese in Sicilia del 427-424 a.C., quando infatti i sempiterni confinanti e rivali dei Reggini, il cui territorio è minacciato dalle iniziative militari volte alla conquista degli approdi situati lungo la costa limitrofa al Capo Spartivento, iniziano a battere moneta con le tipologie della biga di mule e della lepre introdotta precedentemente da Anassila, ormai divenute veicolo di identificazione etnica e punto di riferimento per la retribuzione dei professionisti della guerra impiegati nel conflitto.
In definitiva, dietro un simbolo monetale si celano sempre delle giustificazioni storiche e propagandistiche, che continuano a fornire materiale di studio e ricerca in grado di illuminare le pagine più oscure e appassionanti del nostro passato cittadino. Rivivere, con l’ausilio dei moderni mezzi informatici, presentazioni multimediali e meticolose rievocazioni di ambienti e battaglie, le vicende reggine dell’antichità, rappresenta inoltre una metodologia ottimale per divulgare al pubblico, ancora ignaro dell’importanza dei nostri avi, gli echi della valenza politica, commerciale e culturale degli Uomini dello Stretto.

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