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giovedì 31 dicembre 2009

Felice 2010

Gli anni passano, con l'augurio che il tempo possa portare tanta serenità e pace nei vostri cuori... Felice 2010 a tutti i lettori del mio blog...
Natale Zappalà

lunedì 28 dicembre 2009

La battaglia della Sagra

La battaglia della Sagra - un fiume situato nel territorio di Kaulonia (da non identificare con l'attuale cittadina di Caulonia, ma con il sito di Monasterace Marina, celebre per i suoi templi sommersi), oggi identificato con il Torbido o l'Allaro - è una delle più celebri battaglie della storia dell'antica Grecia. Uno scontro del quale sono pervenuti soprattutto gli aspetti leggendari, come il particolare delle acque intrise di sangue delle migliaia di caduti.

L'episodio si origina, presumibilmente, fra il 560 e il 535 a.C.; i Crotoniati attaccano la città di Locri, rea di aver coadiuvato, qualche anno prima, Siri, nel corso delle controversie occorse con la polis del Capo Lacinio che, poco tempo dopo, ospiterà Pitagora fra le sue mura. Crotone attacca Locri con un esercito di centotrentamila uomini - una cifra certamente esagerata che, probabilmente, tiene conto del numero complessivo degli abitanti distribuiti nel vasto territorio crotoniate - mentre gli avversari non sono più di dieci-quindicimila, compresi i mille uomini della guarnigione di frontiera inviati da Reggio, che teme per la sua stessa integrità.

Il terreno dello scontro coincide col punto di guado della Sagra, una zona presumibilmente angusta, in cui la superiorità numerica dei Crotoniati non riuscì a prevalere sulla determinazione e il coraggio di Locresi e Reggini, che combattevano per la salvezza della propria città e dei loro beni, immediatamente collocati dietro la formazione compatta dei propri eserciti.

Un antico cronista racconta che i Dioscuri, i gemelli divini Castore e Polluce - le cui superbe statue equestri potremo presto rivedere presso la nuova location espositiva di Palazzo Campanella - apparvero miracolosamente fra le file della falange locrese, incoraggiando lo sforzo decisivo per ottenere la vittoria. Fra i Locresi, d'altronde, abbondavano le superstizioni, se è vero che si usava lasciare un posto vuoto nella prima fila dell'esercito locale, per far posto al fantasma di Aiace d'Oileo, l'eroe omerico originario della Locride di Grecia da cui discendevano gli stessi coloni italioti.

Mitologie a parte, dopo la battaglia della Sagra, i Locresi intrapresero una politica aggressiva – per esempio, la conquista della piazzaforte commerciale di Matauros/Gioia Tauro - che li portò alla rottura dei rapporti coi Reggini, preludio ad uno stato quasi continuo di belligeranza fra le due città confinanti, destinato a culminare durante l'era della tirannide anassilaide nella città dello Stretto (494-476). L'esercito reggino, nel corso del 477/76, si fermerà ad un passo dalle porte di Locri, grazie all'intervento diplomatico del tiranno siracusano Ierone, mentre le fanciulle locresi erano già state votate alla prostituzione sacra presso il tempio di Persefone. Imboscate e scontri di frontiera fra Reggini e Locresi, sul versante ionico di Capo Spartivento, erano all'ordine del giorno, se è vero che sono state riportate alla luce numerose postazioni di controllo per sentinelle, oltre ad una sorta di “caserma” permanente, nel Palizzese.

I Reggini svilupperanno un sistema ottimale di controllo della arterie viarie terrestri e marittime, di cui resta testimonianza nelle rovine di Serro di Tavola, nell'odierno territorio comunale di Sant'Eufemia di Aspromonte, un fortino posto a guardia dell'itinerario montano per Gambarie.Non è difficile rievocare il cozzare metallico degli scudi di bronzo, le due falangi serrate che si affrontano all'ultimo sangue, i gloriosi retaggi di una storia orgogliosa, perennemente in grado di raccontarci le epiche gesta dei nostri padri.


mercoledì 23 dicembre 2009

AUGURI

Non so quale credo religioso rispecchi la vostra fede interiore, ma una festa vecchia di migliaia di anni talvolta può essere un'occasione ottimale per augurare a tutti i lettori del mio blog di poter trascorrere delle spensierate ore di felicità insieme alle persone che fanno battere, ogni giorno, i vostri cuori...

lunedì 21 dicembre 2009

Giacomo Leopardi e Aspasia

La manualistica scolastica, specie nel contesto della letteratura italiana, è colma di autori ed opere decisivamente sviliti dall'obbligo scolastico. E' il caso di Giacomo Leopardi, laddove gli approcci ripetitivi di docenti non sempre al passo con la ricerca hanno favorito l'approssimativa categorizzazione della fisionomia del poeta di Recanati nel suo momento più noto, la fase del pessimismo cosmico, una visione negativa e senza speranza dell'esistenza umana. In sostanza, lo studente si ferma spesso allo studio di un momento, seppur importante, del pensiero di Leopardi, trascurando i pur evidenti cambiamenti di mentalità e prospettive che influenzarono l'ultimo decennio della sua vicenda biografica e professionale.
Nel corso del 1830 Giacomo conosce, a Firenze, la venticinquenne Fanny Targioni Tozzetti, donna bellissima e colta, ma con un'inquietante fama di raffinata seduttrice alle spalle; il poeta se ne innamora perdutamente, non ricambiato (pare che Fanny “mirasse” all'inseparabile amico di Leopardi, Antonio Ranieri), e a lei dedica cinque canti, il cosiddetto “ciclo di Aspasia” (Il pensiero dominante, Consalvo, Amore e Morte, A se stesso e Aspasia).
Il “ciclo di Aspasia” coincide con l'evoluzione di una passione reale, terrena e talvolta “carnale”, nei confronti di una donna vera, non più allegoria di giovinezza o speranze sul modello dei “grandi idilli”, caratteristici della fase del pessimismo cosmico. Una passione finita male – il Leopardi non ebbe “rapporti” di nessun genere con la Targioni Tozzetti – ma affrontata vigorosamente, razionalizzata e dominata con maestria. Questo traspare dalla lettura del canto che chiude il ciclo, Aspasia, il cui titolo richiama l'etera (nel mondo greco, le etere erano delle sorte di prostitute, coltissime ed eleganti) amata dallo statista ateniese Pericle nel V sec. a.C.
L'Aspasia è un sublime tentativo di esorcizzazione del sentimento amoroso, attraverso la scissione fra la persona idealizzata e la sua effettiva consistenza terrena.

Pur quell'ardor che da te nacque è spento:
Perch'io te non amai, ma quella Diva
Che già vita, or sepolcro, ha nel mio core.


Davvero niente male per un disilluso “passero solitario”, colpevole di vedere sempre nero, che tanto ci ha annoiato quando, seduti di malavoglia sui banchi di scuola, assistevamo alle anacronistiche spiegazioni del professore di letteratura; così Leopardi riesce a dominare l'impeto di un amore non corrisposto, non tralasciando di lanciare, con manifesta superiorità, qualche piccata frecciatina, volta ad esprimere la distanza incolmabile, presente in Fanny, fra bellezza ed intelligenza:

A quella eccelsa immago sorge di rado il femminil ingegno.

In fondo, Giacomo era di parte, in quanto recitava il ruolo dello spasimante respinto. Nei decenni successivi, quando il nome di Leopardi cominciò a risplendere nel firmamento dei più grandi autori italiani di tutti i tempi, piovvero critiche e rimproveri per la Targioni Tozzetti, come se la donna avesse dovuto obbligatoriamente concedere le proprie grazie al non certo piacente poeta (gracile, basso, con una doppia gobba, anteriore e posteriore).
Un “sacrificio”, così invocato dal pubblico, del quale chiese conto persino la giovane Grazia Deledda, quando incontrò l'ormai anziana Fanny, alla fine dell'Ottocento; la Deledda le chiese “come avesse fatto a resistere ad un uomo come Leopardi”, sentendosi rispondere, laconicamente, “mia cara, puzzava”.

mercoledì 16 dicembre 2009

La via Popilia e la differenza fra le strade romane e quelle odierne

Nel corso del 132 a.C., il Senato di Roma promosse la costruzione di una grande arteria viaria di collegamento fra Capua e Reggio, nota come via Popilia dal nome del magistrato che sovrintese ai lavori - Publio Popilio Lenate; altri optano ad attribuire la paternità dell'opera a Tito Annio Rufo, pretore nel 131 - da cui la denominazione di via Annia - o a Tito Annio Lusco, console nel 153, ma l'inaugurazione del percorso stradale rimane, comunque vada, nel contesto del II sec. a.C.
La peculiarità delle strade statali romane consiste soprattutto nella lunga durata della loro praticabilità; ancora oggi, è possibile seguire la via Salaria, la via Appia, la via Aurelia e così via.
Nonostante il progresso e le innovazioni tecnologiche dei nostri giorni, i collegamenti viari romani sono ancora a passo coi tempi. Nel caso della nostra Statale 18, perennemente soggetta al principio della deviazione (rimando i lettori al mio precedente intervento in merito alla dimostrazione di questo principio fisico-matematico) direi - assumendomi le responsabilità di quanto sto per affermare - che l'ANAS adotta sistemi di gestione e manutenzione delle strade degni del Neolitico. La spiegazione del fenomeno è semplice e può essere ricondotta ad una questione di mentalità e costume. Nella Roma caput mundi, seppur non mancassero gravi problemi di corruzione e malcostume politico, ogni amministratore pubblico o privato (incaricato dell'appalto) sapeva che la riduzione dei tempi e delle distanze fra gli spazi geografici della res publica e poi dell'Impero avrebbe avuto effetti benefici sull'economia e sul benessere della comunità: razionalizzazione degli approvvigionamenti alimentari e delle operazioni commerciali, miglioramento delle condizioni di vita della popolazione ed aumento della mobilità dei cittadini e degli scambi culturali.
C'era, in altri termini, una forma di rispetto nei confronti del concetto di pubblica utilità che travalicava di gran lunga gli episodi di malversazione, corruzione e cattiva gestione. I termini di consegna dei lavori venivano sempre rispettati (a proposito, qual è la sindrome che affligge il raccordo autostradale di Scilla, i cui termini di consegna sono scaduti da parecchio?), anche perché la puntualità - altro concetto sciaguratamente ignorato oggigiorno - creava consenso, e - detta volgarmente - portava voti.
Nel Terzo Millennio invece, ci si contenta di turlupinare la legge, lo stato e i cittadini. La Salerno-Reggio Calabria costituisce l'esempio illuminante di tali malcostumi. Sono stati traforati i monti della Sila piuttosto che utilizzare la più comoda e breve litoranea, con il risultato di allungare a dismisura il tempo impiegato da un automobilista per raggiungere Napoli. Per non parlare poi di cantieri interminabili, manutenzione inesistente, ingegneri ambientali da mettere alla gogna. Il rispetto della pubblica utilità si è oggi tramutato nella venerazione dell'assioma del futticumpagnu (traducete letteralmente in sbeffeggia l'amico): un cantiere stradale o autostradale è sovente una fonte inesauribile di arricchimento personale, ai danni della popolazione e della Repubblica Italiana.
Ma torniamo alla nostra via Popilia e diamo fondamento scientifico alle nostre considerazioni. Il lapis Pollae - iscrizione, rinvenuta a Polla, in provincia di Salerno, indicante i principali centri attraversati dalla strada romana, con tanto di indicazione delle miglia intercorrenti fra una tappa e l'altra - sulla base delle equivalenze fra i vari sistemi di misurazione spaziale, contempla una distanza complessiva fra di 475 chilometri fra Capua e Reggio, pressappoco corrispondente a quella attuale. Domanda: sono stati compiuti dei progressi dopo più di duemila anni? No, nessuno. Anzi, da Reggio a Capua, conviene spostarsi col tappeto volante o col mantello impermeabile di S. Francesco di Paola. Davvero niente male per una società che si definisce "tecnologica".

In foto, frammento lastricato dell'antica via Popilia.

lunedì 14 dicembre 2009

L'origine del nome Italia


Oggigiorno, il termine Italia definisce, in accezione giuridica, uno stato che abbraccia, geograficamente, la penisola nella sua interezza, dalle Alpi alla Calabria, insieme alle isole di Sicilia e Sardegna. Anticamente, tale toponimo designava la sola estremità meridionale della penisola, dall'istmo lametino-squillaceo al Capo Spartivento.
Ma qual è l'origine del nome Italia? I Greci, per spiegarne l'etimologia, ricorrono al mito, la loro memoria storica più remota. Il toponimo viene connesso con il passaggio di Eracle/Ercole in Occidente. Si racconta che l'eroe, dopo avere sottratto la celebre mandria di buoi di Gerione, nell'isola di Trinacria (l'attuale Sicilia), giunse sulle rive dello Stretto di Messina. Un vitello fuggì dal branco per poi gettarsi in mare; Eracle fu dunque costretto a guadare l'intero canale per catturare l'animale fuggiasco, approdando infine presso quel promontorio che, anticamente, portava il nome dell'eroe: il Capo Eracleo, oggi noto come Spartivento. Da allora, l'intera regione venne chiamata Italìa, cioè “terra del vitello (uitalos-vitulìa)”.
Si tratta, a ben vedere, di una leggenda elaborata a posteriori dai Greci, quando essi avevano già provveduto a fondare le numerose poleis di Sicilia e Magna Grecia. Il mito, nella fattispecie, serviva a giustificare e legittimare il possesso del territorio ab antiquo. Gli Elleni erano dei veri e propri specialisti del settore: grazie ai loro strumenti di propaganda – religione, miti e leggende – riuscivano a presentare i luoghi che occupavano come lande incontaminate e selvagge, mentre il loro arrivo coincideva spesso con la conquista cruenta e la conseguente estromissione delle componenti indigene dal territorio. E' il caso di Reggio, laddove la tradizione rimanda l'origine del toponimo cittadino al verbo greco ρήγνυμι, “rompere/divellere”, in riferimento alla presunta separazione, causata dagli eventi sismici, fra Sicilia e Calabria; classico esempio di strumentalizzazione, dal momento che la corretta etimologia del nome rimanda al termine italico regium, nel senso di “città del re”.
L'Italia era infatti abitata prima dell'arrivo dei Greci, sino all'ultimo quarto dell'VIII sec. a.C., dagli Ausoni, popolo di stirpe italica, che tante tracce archeologiche hanno lasciato nei luoghi della provincia reggina (basti ricordare i reperti provenienti da Taureana di Palmi o dai Piani alla Corona), la cui memoria leggendaria si lega al regno di Eolo e dei suoi figli, in particolare Giocasto, il primo fondatore di Reggio.
Un'altra leggenda di dubbio fondamento storico lascia risalire l'origine del nome Italia ad un sovrano eponimo (che da il nome), appartenente al popolo degli Enotri, provenienti dall'Arcadia greca; sostanzialmente, un altro tentativo di rivendicare, da parte degli Elleni, il possesso del territorio, sin dalle epoche più remote.
Qualunque sia il significato corretto del toponimo, è certo che l'antica Italia, prima dei Greci, fosse popolata da varie tribù autoctone, alcune delle quali – i Siculi e i Morgeti – continuarono ad abitare le alture aspromontane persino dopo l'arrivo dei Greci di Rhegion. La conquista romana, infine, avviò e concluse il processo di espansione dell'accezione geografica del termine, che finì per abbracciare il Lazio, l'Etruria e la Pianura Padana, sino al confine naturale delle Alpi.

In foto, la protome di vitello, simbolo del mito di Eracle e dell'origine del nome Italia, immagine monetale reggina di inizio V sec. a.C.

mercoledì 9 dicembre 2009

Taureana e San Fantino

La provincia di Reggio Calabria presenta numerosi siti di elevato interesse archeologico, alcuni dei quali – Castellace di Oppido Mamertina o Taureana di Palmi – restituiscono materiali databili dall'età protostorica sino alle soglie della modernità.
Il pianoro di Taureana, zona di grande valenza strategica, situata a ridosso di un eccellente approdo , fu caratterizzato già durante l'età del Bronzo da un insediamento ascrivibile alla facies Ausonia, sulla base dei reperti ritrovati in loco, confrontabili con quelli, della stessa tipologia, rinvenuti a Lipari e Milazzo. Degli Ausoni resta traccia di affascinanti mitologie, relative al regno di Eolo e dei suoi figli, uno dei quali – Giocasto – venne sempre considerato il primo fondatore di Reggio.
L'arrivo dei Greci di Rhegion – la cui chora (territorio) si estendeva dal Palizzese sino al corso del fiume Metauros/Petrace – coincise con la realizzazione, nel sito, di un chorion (un centro fortificato), da identificare con la possente città di Taisia, citata dallo storico Diodoro Siculo.
Dopo il 387 a.C. - anno della sconfitta di Reggio ad opera di Dionisio I di Siracusa – la roccaforte di Taisia venne occupata da una guarnigione di mercenari osco/campani (stessa etnia di quelli stanziati da Dionisio a Mamertion (Oppido) ed in altri luoghi strategici del territorio reggino) che avevano combattuto per il tiranno. Taisia divenne nota come Taureana, dalla denominazione dell'animale sacro dei barbari, il toro; dei Tauriani ci rimangono, insieme alla fama di guerrieri spietati, i possenti cinturoni in bronzo rinvenuti nelle aree funerarie locali.
A questo luogo si lega inoltre la memoria storica e leggendaria di uno dei più antichi santi calabresi, Fantino il Cavallaro, vissuto a cavallo fra il III e il IV sec. d.C. Costui era, secondo la tradizione, lo stalliere di un possidente del luogo, Balsamio.
Il dato più interessante della sua agiografia è fornito dal famoso miracolo del fiume Metauros; un fiume già protagonista di altre, remote, leggende, in quanto l'attuale Petrace si identifica con il “fiume nato da altri sette fiumi”, legato alla purificazione di Oreste della versione magno-greca dell'omonimo mito, raccontata dal poeta Stesicoro. Si dice di San Fantino – con evidenti analogie col celebre passaggio del Mar Rosso di Mosè – che riuscì a separare le acque del Metauros in tempesta col solo tocco del suo frustino, al grido di: “Apriti Metauros, è Fantino, servo di Dio, che te lo ordina”.
Sulla tomba di Fantino – forse, in origine, la stessa residenza romana di Balsamio – venne poi edificato un luogo di culto, divenuto celeberrimo in età medievale; si tratta della suggestiva chiesetta sotterranea di Taureana, presumibilmente parte – come sembrano dimostrare le recentissime indagini archeologiche in proposito – di un monastero più grande.
Gli ambienti presentano tracce di distruzione cruenta e, nonostante molti eruditi si affannino ad attribuire tali devastazioni alle scorrerie saracene del IX-X sec., nessuno mi toglie dalla testa – finché delle valide argomentazioni scientifiche non mi convinceranno del contrario – il nome dei veri esecutori dello scempio dei monasteri greco-ortodossi del Meridione: i Normanni, ovvero i primi di una lunghissima serie di colonizzatori destinati a depauperare la nostra terra dei suoi più floridi tesori.

In foto, particolare della chiesa di San Fantino a Taureana di Palmi

lunedì 7 dicembre 2009

Le Terme sotto la Banca d'Italia

Il Corso Garibaldi, a Reggio Calabria, val bene una visita, e non soltanto per lo shopping, data la presenza dei numerosi edifici, capaci di raccontare le pagine del nostro passato.
Davanti ad un noto ritrovo – famoso per la qualità degli aperitivi – all'incrocio con via Palamolla, sorge il palazzo della Banca d'Italia. Il turista o l'appassionato possono, oggigiorno – seppur sbocconcellando l'ennesima crespella – documentarsi in merito ai reperti archeologici rinvenuti in loco, leggendo il pannello informativo messo a disposizione dall'Assessorato alla Cultura, che si trova presso l'entrata della Banca.
In quest'area sorgeva la sontuosa residenza che Dionisio il Siracusano si fece erigere dopo la conquista della città nel 387 a.C., dopo un assedio durato ben undici mesi; lo stesso tiranno avrebbe piantato i famosi platani, presso l'attuale Lungomare Falcomatà.
La rifondazione di Rhegion in Phoebea (= la città di Apollo) nel 356 – ad opera di Dionisio II – e la successiva riconquista delle libertà cittadine, coincisero con la rifunzionalizzazione dell'edificio in Ginnasio, luogo di istruzione e centro ricreativo della gioventù reggina.
In epoca romana, lo stesso Ginnasio dovette essere adibito a stabilimento termale, così come attesta l'iscrizione latina rinvenuta nel sito, che commemora la ristrutturazione dell'impianto in seguito ad un evento sismico, promossa dal governatore (corrector) di Lucania e Bruttium, Ponzio Attico, sotto gli imperatori Valentiniano, Valente e Graziano, nel 374 d.C.
Rhegium era allora il capoluogo della regione e – a pochi stadi di distanza dalle terme, presso l'attuale Piazza Italia - doveva trovarsi il foro urbico, con tanto di residenza del governatore: il lastricato di età romano-imperiale emerso dagli scavi, la scorsa settimana, costituisce la prova decisiva in proposito.
Attendiamo l'esito delle ricerche, condotte dalla Sovrintendenza, per saperne di più sul profilo storico della Reggio romana. Frattanto abbiamo riscoperto insieme un altro tassello del mosaico della plurimillenaria storia del nostro territorio.

venerdì 4 dicembre 2009

Storie di una piccola Roma

I recenti ritrovamenti archeologici reggini - rimando i lettori al mio precedente intervento, relativo al rinvenimento di un frammento di strada lastricata di epoca romana in Piazza Italia - rappresentano un'occasione ottimale per riaprire il dibattito sul rapporto che lega i reggini (intesi nella totalità della popolazione residente nella provincia in questione) alle testimonianze materiali del loro passato.
Definirei Reggio - esempio vivido di drammatica indifferenza alla miriade di tracce documentarie che continuano ad emergere dal sottosuolo - una "piccola Roma", per via dei frequenti, inaspettati e spesso bistrattati, ritrovamenti in cui ci si imbatte ogni qual volta che vengono effettuati degli scavi di superficie (figuratevi quando sono di profondità…) nel centro storico (e, talvolta, persino nelle periferie).
E' tuttavia lampante, l'enorme disavanzo che si riscontra fra il numero delle informazioni pervenute, legate ad una storia trimillenaria, e l'esiguità dei resti materiali del suddetto passato, da offrire al pubblico. Le responsabilità di tale squilibrio vengono spesso attribuite alle calamità naturali, in primis la pur persistente attività sismica.
E la mutilazione delle mura medievali del Castello Aragonese? Il ninfeo romano e il tempio di Apollo Minore demoliti per fare largo all'"intubata" della Stazione Lido? Chi ha violato l'architettura della chiesa degli Ottimati in ossequio al Piano De Nava? Chi ha consentito che un cancello elettrico si appoggiasse alla cinta muraria di IV secolo a.C., alla Collina degli Angeli? Di certo, non è stato il terremoto.
La lista è ancora lunga, specie se includiamo le devastazioni compiute, nel corso dei decenni, nel territorio provinciale.
Per non parlare del comico conflitto che esiste fra la verità ufficiale, ma spesso non attendibile, promulgata dalla Sovrintendenza e le migliaia di fantomatiche verità ufficiose, le segnalazioni verbali di chi, molto spesso, assiste come testimone muto allo scempio. Così, persino Giovanni Pascoli probabilmente sapeva del teatro-ekklesiasterion greco presso l'attuale Parco alla Rotonda, ma nessuno scavo scientifico ha mai fatto luce sulla vicenda; e tutto ciò è irritante.
La colpe, fra autorità, enti pubblici e privati cittadini, in termini di conservazione, tutela o restauro dei beni archeologici, sono state - e continuano ad esserlo, chiedete ai contadini che trovano i vasi calcidesi zappando la vigna acquisita per usucapione e poi li contrabbandano - imperdonabili.
Manca la mentalità necessaria, ma mancano soprattutto - consentitemelo - l'intelligenza e la consapevolezza necessarie per promuovere delle essenziali strategie di promozione turistica, che tanto bene potrebbero fare alle tasche di tutti i reggini.
Altrove riescono a ricavare parchi archeologici all'avanguardia - visitati da autentiche vagonate di turisti pronti a spendere - persino dalle cacche fossilizzate, semmai esistono. Qui, i resti materiali di un passato davvero grandioso vengono abbattuti o dimenticati in nome del progresso. Almeno l'avessimo mai visto, questo progresso. Ecomostri, deviazioni secolari, frane e - udite, udite - qualche bagno in più nell'appartamento della suocera.
Il tutto a spese della cultura, del turismo, della speranza, senza neppure vedere uno straccio di benessere: solo tanta ignoranza, molta indifferenza e qualche tombarolo che - quello si, ahimè - va controcorrente. Come il barcaiolo del Tevere. Bella canzonetta popolare.

martedì 1 dicembre 2009

Scoperto un lastricato romano a Reggio Calabria

E' stato rinvenuto, nei giorni scorsi, presso il cantiere aperto di Piazza Italia, a Reggio Calabria, un frammento di strada lastricata, probabilmente risalente all'età romano-imperiale. Sono state immediatamente allertate le autorità competenti – la soprintendente Simonetta Bonomi, il sindaco Scopelliti, l'assessore ai beni culturali Antonella Freno e la responsabile scientifica degli scavi di Piazza Italia, Rossella Agostino – oltre a numerosi archeologi e studiosi di professione, esperti di storia ed architettura reggina .
Sulla base delle prime indagini condotte in loco, il manufatto potrebbe essere ricondotto all'area dell'antico foro di Rhegium, in qualità di percorso viario o come parte della piazza vera e propria. Si attendono nuovi sviluppi in merito da future e maggiormente approfondite analisi archeologiche, avviate con ulteriori fondi messi a disposizione dal Comune. L'idea è fare di Piazza Italia una sorta di museo all'aperto, a disposizione dei turisti e della popolazione residente.
Si tratta di una zona urbana di elevato interesse storico-culturale, già identificata in passato con il praetorium romano-imperiale e poi con il kastron bizantino, ove tuttora si affacciano i più importanti edifici della Reggio moderna, da Palazzo San Giorgio alla Prefettura e al Teatro Cilea.
Un ritrovamento di eccezionale rilevanza nel quadro della valorizzazione del plurimillenario passato del territorio reggino, da interpretare necessariamente come un ulteriore incentivo per migliorare le strategie di promozione turistica della nostra provincia.

lunedì 30 novembre 2009

I Normanni razziatori della cultura reggina

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha sentito parlare della Fata Morgana - celebre fenomeno ottico che si riscontra nell'area dello Stretto - o di Rolando, Gano, Carlo Magno e del teatro dei pupi; elementi attinti dalle culture franco-settentrionali che poco si conciliano con il patrimonio storico-culturale reggino.
Alle radici di questo processo di trasposizione forzosa di tradizioni e costumi alieni al plurimillenario bagaglio conoscitivo nostrano, si cela l'invasione normanna della Calabria romea (per romea, il lettore intenda la corretta denominazione di quel popolo che la storiografia settecentesca, in accezione spregiativa, ha definito bizantino - i veri eredi dell'Impero Romano, a differenza di Carlo Magno, gli Ottoni, il Barbarossa e compagnia bella di sovrani germanici), ovvero il germe ancestrale delle sventure umane ed economiche della nostra regione, fonte originaria dei mali secolari che la affliggono - mafia, appaltocrazia, clientelismo ed ignoranza.
Siamo nel 1059/60: questa stirpe di predoni rinciviliti (non è un mio giudizio critico, ma un dato oggettivo, dal momento che i Normanni giunsero in Europa continentale come mercenari seminomadi, dando tuttavia prova di grande abilità nell'apprendere e far proprie leggi e culture altrui, come nel caso del diritto feudale), col beneplacito del vescovo di Roma, si appropriano del Mezzogiorno italiano, cominciando un lento e faticoso cammino di conquista della Sicilia araba. In termini di propaganda, i guerrieri venuti da Nord ameranno presentarsi come i difensori della cristianità dalla minaccia islamica; un abile strumentalizzazione del tanto abusato concetto di crociata, spesso utilizzato come palliativo volto a mascherare le reali brame di terre e ricchezza degli uomini.
I Normanni promuovono, in realtà, un graduale processo di appropriazione indebita di territori, cultura e tradizione, ai danni della popolazione greca del Meridione. Una lunga serie di atti di barbarie che - è il caso dei monasteri greco-ortodossi, altrimenti detti basiliani - rasenta i fenomeni novecenteschi di pulizia etnica. Spettava poi ai membri della famiglia Altavilla, il compito di disseminare nuove abbazie latine in Calabria e Sicilia - sul modello di S. Maria dei XII Apostoli a Bagnara, ammesso che l'originale del diploma di fondazione, se esiste, risalga davvero all'XI secolo e non sia invece un falso storico elaborato nei secoli successivi, come risulta dalla maggioranza degli esami paleografici condotti su documenti simili - in modo di diffondere artificialmente l'osservanza del rituale romano. Non a caso, molti storici moderni individuano nel consenso papale alle conquiste di Roberto il Guiscardo e del Gran Conte Ruggero, la vera causa dello scisma fra la chiesa latino-cattolica e quella greco-ortodossa (a.D. 1054).
Le suddette dinamiche - irritantemente taciute dalla manualistica scolastica - risultano esemplificate dagli stessi indirizzi di "politica culturale" degli invasori, specie dal riadattamento normanno dell'epica romea - altra forma di conquista cruenta - evidente nella rielaborazione della Canzone d'Aspromonte.
La Canzone d'Aspromonte è un poema cavalleresco in diciotto canti, incentrato sulla difesa di Risa (Reggio, in arabo) dagli attacchi saraceni fra il IX e la prima metà dell'XI secolo. La venuta dei Normanni coincise con la sostituzione dei prodi cavalieri reggini-romei, originari protagonisti del poema, con i paladini di Carlo Magno. Così, troviamo inspiegabilmente Carlo Magno ed un giovane Rolando (lo stesso di Roncisvalle e della spada Durlindana) a combattere contro Saraceni, grifi e draghi, fra le coste dello Stretto e le alture di Aspromonte. Ma la cosa veramente incredibile - oltre che sostanzialmente omessa dalla maggior parte dei libri di letteratura in uso nelle scuole superiori, pur capaci di illustrare meticolosamente le chansons de geste del ciclo carolingio - è che la Chanson d'Aspremont (titolo in franco-provenzale della versione normanna del poema) continuò per secoli a fornire materiale letterario alle successive redazioni di poemi cavallereschi, venendo a costituire una sorta di prologo alla meglio nota Chanson de Roland (Rolando, futuro eroe di Roncisvalle, riceve l'investitura proprio in Aspromonte); lo stesso discorso vale per il topos dell'amore che unisce un cavaliere cristiano ad una guerriera saracena - Ruggiero di Reggio e Gallicella nella Canzone d'Aspromonte - poi ripreso dal Tasso nella Gerusalemme Liberata.
In definitiva, i molteplici scontri fra Arabi e Romei furono rifunzionalizzati dalla propaganda normanna al fine di legittimare il proprio ruolo di conquistatori provvidenziali (cioè mandati da Dio) del Mezzogiorno d'Italia.
Non è compito dello storico quello di esaltare, ridimensionare o strumentalizzare il passato del nostro territorio, abitudini frequenti di chi ha giocato ad occultare la riscoperta delle verità dimenticate, unico e valido oggetto di una ricerca scientifica spassionata, in grado di comprendere e valorizzare il patrimonio di memorie che identifica un popolo.

In foto, introduzione del codice franco-provenzale della Chanson d'Aspremont

mercoledì 25 novembre 2009

Il Principio della Deviazione

Sessantacinque minuti – da casello a casello – per coprire la distanza di circa trenta chilometri, esistente fra lo svincolo di Reggio Calabria/Via Lia e quello di Scilla.
Qualora qualcuno di voi se lo stesse chiedendo – no, non viaggiavo a piedi; sono stato semplicemente uno spettatore entusiasta del Principio della Deviazione, un fenomeno fisico-matematico in cui ci si imbatte spesso, specie servendosi del sistema di comunicazione stradale reggino e calabrese.
In base a tale principio, scoperto e collaudato dall'avv. Giacomo Mancini, durante un lungo periodo di studi, fra il 1962 e il 1974, il numero di deviazioni è costruito sul quadrato degli automobilisti: quindi, ogni dieci vetture che imboccano la Salerno-Reggio Calabria, ci saranno almeno cento tratti soggetti a cantieri a lungo termine. Recentemente, è possibile visionare gli effetti del Principio della Deviazione persino sulle strade statali, specie durante la stagione invernale, seppur – in termini matematici – occorra calcolare la variante del meteo, insieme a quella del numero dei viaggiatori; si tenga inoltre conto che, al fine di mostrare agli appassionati la validità perenne del fenomeno in questione, le autorità competenti hanno preferito mantenere la vecchia S.S. 18 a costo di prolungati e costosi interventi di razionalizzazione, piuttosto che progettare un rapido ma noioso percorso a gallerie.
Il Principio della Deviazione ha inoltre consentito ad altri, eminenti scienziati, seguaci del Mancini, di formulare nuovi teoremi sulla cosiddetta soggettività del tempo. In sostanza, sulle strade calabresi il rapporto spazio-tempo risulta direttamente proporzionale al ritardo accumulato nella chiusura dei cantieri. Se il cantiere “x” deve ultimare i lavori di manutenzione su un tratto A-B entro trenta giorni, dopo due mesi, un pendolare percorrerà il suddetto tratto nel doppio del tempo solitamente impiegato.
Su queste carreggiate – proclamate, ragionevolmente, patrimonio storico-culturale locale, in quanto esibiscono fosse, mulattiere e curve a gomito risalenti al XX secolo – in cui svaniscono magicamente i consueti sistemi di misurazione delle grandezze fisiche, si sprecano persino le indagini di carattere sociologico, dal momento che è stato quantificato un tasso del 90 %, relativo agli automobilisti identificati da una concezione libera, personale ed anti-dogmatica del codice stradale. La maggioranza dei calabresi si ribella all'immobilismo delle regole e di quel mostro di barbarie, denominata coscienza civica. Il rispetto della legge fa ormai parte di un passato preistorico, figlio di una società idolatra e colpevole di disconoscere le grandi conquiste del Terzo Millennio: Individualismo Sfrenato, Ignoranza, Apparenza e Anarchia.
Perché dunque lamentarsi di una situazione che alimenta così tanto il progresso della ricerca scientifica? Dobbiamo tutti inchinarci dinanzi al nostro illuminato sistema di gestione stradale, anche perché – chi, come me, viaggia solitamente attraverso i nostri incantati luoghi, lo sa – esso rappresenta una risposta vincente agli allarmanti indici di natalità, alla base dei problemi demografici europei. Se, infatti, nel resto del continente domina la crescita zero, da noi, le madri degli idioti – l'idiota è il prototipo dell'autista moderno, il cui segno particolare è l'insofferenza al rosso semaforico – sono sempre in dolce attesa, preservando la conservazione della razza umana.

domenica 22 novembre 2009

I vasi calcidesi reggini

Risale alla scorsa settimana, la notizia del recupero di un importante reperto archeologico – un superbo vaso calcidese risalente al VI sec. a.C. - sottratto per lunghi anni alla fruizione pubblica da un'orrenda piaga, che non smette di dilaniare il Meridione: il trafugamento e il contrabbando di opere d'arte che potrebbero enormemente contribuire al progresso della ricerca storica sul nostro passato. Un sentito ringraziamento va alla sezione Tutela del Patrimonio Culturale calabrese dell'Arma dei Carabinieri, nella persona del suo comandante Raffaele Giovinazzo, per il servizio reso alla comunità scientifica e tutti coloro che operano nel settore della valorizzazione dei beni culturali del territorio reggino.
I vasi a figure nere detti calcidesi rappresentano una peculiare categoria di prodotti artigianali di pregevole fattura, per lo più databili alla seconda metà del VI sec. a.C.; la denominazione calcidese – coniata dallo studioso A. Kirchoff nel 1863 – rimanda alla grafia delle iscrizioni presenti sui manufatti, redatta, per l'appunto, nello specifico alfabeto utilizzato a Calcide di Eubea, in Grecia, città da cui partì – alla fine dell'VIII sec. a.C. - il contingente di coloni destinato a fondare, fra le tante poleis di Occidente come Zancle (Messina), Cuma, Leontini, Naxos o Katane (Catania), la nostra Reggio.
Molto probabilmente, Reggio e l'Area dello Stretto dovettero costituire i principali centri di produzione dei prodotti vascolari in questione, così come sembrano ormai dimostrare le convincenti argomentazioni di studiosi del calibro di G.Vallet e M. Iozzo, seppure – come sostiene l'attuale Soprintendente Bonomi- non vi sia ancora certezza assoluta sull'origine geografica degli ateliers. Bisognerà dunque attendere la scoperta di qualche nuova anfora, che magari presenti il marchio “Made in Rhegion”, prima di riconoscere all'unanimità la fabbricazione reggina dei vasi calcidesi, senza incorrere nelle accuse di campanilismo che vengono spesso lanciate a storici o archeologi locali, incapaci di ignorare alcuni elementi incontrovertibili, così come sono soliti fare i sostenitori dell'origine euboica o (addirittura!) etrusca dei manufatti.
A favore dell'ipotesi relativa alla produzione reggina dei prodotti vascolari, giocano anzitutto delle osservazioni di carattere epigrafico. Le iscrizioni sui vasi presentano spesso delle grafie peculiari, che rimandano agli usi scrittori dell'antica Rhegion o, comunque, all'ambito siceliota: è il caso del vau – reso con tre tratti disposti ad angolo retto – una variante sconosciuta nella penisola greca, ma attestata nella città dello Stretto (nella fattispecie, da una dedica depositata ad Olimpia da Micito, cittadino di Rhegion); anche il tracciato della lettera alpha rimanda al contesto siceliota ed occidentale.
La distribuzione delle ceramiche calcidesi coincide, per il 98%, con i siti dislocati sulle sponde del Mediterraneo Occidentale, il che dovrebbe confutare le teorie di tutti coloro che si pronunciano a favore di un'origine “greco-orientale” dei vasi calcidesi.
Un'altra, rilevante, prova in supporto all'origine reggina, riguarda le illustrazioni presenti sui manufatti: spesso, gli artisti incisori raffigurano scene attinte dalle versioni letterarie magno-greche dei vari cicli mitici o eroici; è il caso della scena che raffigura la lotta fra Eracle e Gerione, basata su un poema scritto da Stesicoro – autore nativo di Metauros, cioè l'odierna Gioia Tauro – Gerioneide.
In definitiva, varie condizioni inducono a considerare questi prodigiosi reperti – alcuni dei quali esposti a Londra, Berlino o Parigi – come autentiche testimonianze della facies culturale reggina. Una città, patria di Ibico, Teagene, Ippi, nonché degli scultori Clearco e Pitagora, il cui grandioso passato merita adeguati progetti di comprensione e valorizzazione del proprio patrimonio culturale.

In foto, un esemplare di ceramica “calcidese” a figure nere.

venerdì 20 novembre 2009

Continuavano a chiamarle bufale

La colossale bufala della profezia Maya- relativa alla supposta fine del mondo del 21/12/2012 – si arricchisce di nuove sfumature, grazie soprattutto all'infaticabile opera di disinformazione, divulgata soprattutto per mezzo di scadenti formats di approfondimento come Voyager, in onda ogni settimana sulle reti pubbliche. Un gigantesco rivenditore autorizzato – per almeno i tre quarti dei contenuti – di panzane, che mi tocca addirittura ringraziare, se non altro perché consente a chi scrive di fare un gran figura da critico, a furia di smontare le innumerevoli serie di balordaggini che sventola ogni sette giorni.
L'ultimo servizio dedicato dagli autori di Voyager alla questione-apocalisse, riguarda un presunto parallelismo che lega l'ormai celebre profezia Maya a delle molteplici previsioni divinatorie, risalenti rispettivamente agli antichi Egizi, alle culture paleo-americane, ma soprattutto a Nostradamus e Malachìa. Popoli eterogenei, che avrebbero concordemente individuato nel 2012 i segni nefasti di una possibile fine dei tempi.
Le prove? Nessuna, poiché, astutamente, la voce narrante del servizio – dopo aver “sganciato” la “scoperta” sensazionale – provvede poi ad orientare l'attenzione degli spettatori sui presunti allineamenti astrali delle Piramidi e sulla lettura di alcune quartine di Nostradamus e dei motti di Malachìa. Si tratta di una strategia ingegnosa, spesso utilizzata nel mondo dell'informazione, specie dai rotocalchi di cronaca: basta esordire con la notizia-bomba – non importa se infondata- destinata a rimanere impressa nella memoria del pubblico, per poi soffermarsi su particolari irrilevanti, ma in grado di appagare la curiosità del pubblico.
Una tecnica di comunicazione mediatica ormai capillarmente diffusa, capace di sviare dalle questioni oggettive ed urgenti la sempre più malleabile società del gossip e della televisione-spazzatura. Così, milioni di telespettatori passano dal soggiorno alla stanza da letto, fermamente convinti dell'esistenza di una sorta di rivelazione profetica comune, che ha contraddistinto il divenire storico dell'uomo. Niente di più assurdo ed anti-storico.
Tornando a Voyager, il colpo ad effetto della scorsa puntata è stato Malachìa (un nome di per se “parlante”, che significa messaggero di Dio), il fantomatico autore della Profezia dei Papi, un elenco di 112 motti latini, che descriverebbero le peculiarità di altrettanti papi, da Celestino II ad un tale Petrus Romanus, identificato con il futuro successore di Benedetto XVI; una volta trascorso l'ultimo pontificato – stando alle recenti teorie promanate da stravaganti assertori della moda del 2012 – l'Apocalisse piomberebbe sugli esseri umani.
Un corpus di profezie che viene falsamente fatto risalire al XII secolo, in realtà pubblicato per la prima volta a Venezia nel 1591 dal benedettino Arnaldo Wyon nel primo volume del suo Lignum vitae, ornamentum et decus Ecclesiae. Ciò spiega come mai, le frasi latine che si riferiscono ai pontefici più datati – da Celestino II a Gregorio XIV – risultino più attendibili rispetto alla seconda parte delle previsioni; in sostanza, l'autore non ha fatto altro che descrivere brevemente – post-eventum – le fisionomie storiche di personaggi già vissuti.
Per il resto dei motti, vale lo stesso trucchetto utilizzato dagli esegeti-ciarlatani per strumentalizzare le quartine di Nostradamus: ciascuno - sulla base della propria estrazione geografica, culturale, ideologica - può ricavare quello che vuole. Ad esempio, il motto riferito a Giovanni Paolo II – De labore Solis, cioè del lavoro del sole – viene spiegato in base all'origine orientale – il sole sorge ad est- del defunto Wojtyla (Polonia), oppure con sua la frenetica attività diplomatica, capace di promuovere il messaggio cattolico in tutto il globo, dove non tramonta il sole.
Il lettore più accorto si renderà certamente conto che si tratta esclusivamente di congetture e formulazioni attendibili quanto gli asini volanti. E' questa la promozione culturale della quale bisognano disperatamente i giovani? Di certo, persino quei programmi che, sulla carta, dovrebbero rappresentare la fascia "colta" dei palinsesti, sono, di fatto, indistinguibili dalla massa informe dei rifiuti, i prodotti-simbolo offerti dalla discarica ambulante della televisione.

lunedì 16 novembre 2009

Il supermarket della Storia

Se la Storia, oggigiorno, riesce a fare mercato - dal punto di vista editoriale o cinematografico - il merito è soprattutto di tutti quei prodotti - films, romanzi o spettacoli teatrali - capaci di coinvolgere il pubblico col fascino di battaglie epiche, assedi e marce avventurose.
In realtà, la qualità del materiale risulta spesso scadente, specie per l'insufficiente aderenza alla realtà oggettiva degli eventi trattati. Le grandi produzioni editoriali e cinematografiche - dal Codice Da Vinci al recentissimo e deludente Barbarossa - puntano soprattutto sull'ignoranza del lettore/spettatore, nonché sulle irrefrenabili smanie di torbidi intrecci erotici degli spettatori, ormai assuefatti al made in gossip dei programmi televisivi contemporanei. Così, un effeminato quanto mai improbabile Brad Pitt/Achille riesce ad entrare indisturbato all'interno delle mura di Troia, nell'ultima pellicola dedicata alla saga di Troia, rea di profanare la dignità del poema omerico. Così, Dan Brown riesce a convincere milioni di lettori che i Merovingi discendono nientemeno che da Gesù e Maria Maddalena. Peccato che il battesimo del sovrano merovingio Clodoveo, A.D. 496, documenti la conversione al cristianesimo di una dinastia precedentemente PAGANA; altro che linea di sangue del Re dei Re. Romanzo fantasioso? No, una furbata clamorosa, dal momento che l'autore, nell'edizione inglese, fonda le sue pretese di attendibilità storica sulle ricerche di tre ciarlatani (gli autori del best seller Alla ricerca del Graal, la cui facilità di confutazione ha avuto il merito di affermare migliaia di storici di professione), esperti di antichità quanto io lo sono di ingegneria nucleare.
Frattanto - e mi riferisco alla parte reggina del pubblico - dimentichiamo di vivere in un territorio dalle plurimillenarie tradizioni, così ricco di miti, leggende e prestigio da versare in un deplorevole stato di abbandono. Accorriamo numerosissimi ad ammirare Raz Degan e la compagna di Taricone (come si chiama?) in un lungometraggio che della fisionomia storica del Barbarossa conserva il solo attributo della peluria, ma poi ignoriamo il prodigioso repertorio di memorie che ci appartiene.
Gradite assedi e battaglie sul modello di Alexander o de Il Signore degli Anelli? Sappiate allora che Reggio, in passato, era letteralmente inespugnabile; la nostra città costituiva un avamposto fortificato - sono parole del geografo Strabone, non mie - nei confronti della Sicilia e della penisola italica. Se veniva conquistata Reggio, allora un esercito poteva agevolmente giungere a Palermo, Siracusa o Napoli: Dionigi, Pirro, Annibale, Alarico, gli Arabi e persino Garibaldi, sperimentarono questa valenza proverbiale.
Le tracce del nostro passato sono colme di battaglie epiche, assedi e duelli; ma nessuno lo sa e, frattanto il pubblico continua a comprare milioni di copie di Moccia e Dan Brown, lasciando i nostri talentuosi autori ai confini del semi-anonimato. Il manoscritto perduto greco-bizantino della Canzone di Aspromonte ha fatto da prologo alle chansons de geste (Rolando, Gano, Carlo Magno e compagnia bella di pupi) che ancora oggi si studiano a scuola; un poema cavalleresco che, in sostanza, è la spettacolarizzazione letteraria degli annosi scontri per la conquista di Reggio fra Saraceni e Romei. La Rhegion greca resistette undici mesi all'assedio di Dionigi il Siracusano, per poi respingere ancora Pirro, Annibale, Spartaco e Alarico.
Dobbiamo forse attendere l'ingaggio milionario di un attore belloccio per valorizzare tutto ciò? Oppure la pubblicazione di un romanzo storico sulla presunta parentela fra Garibaldi e i Bronzi di Riace? Un musical di Cocciante sulla tarantella? Eppure, di strumenti informativi ottimali per la divulgazione della nostra Storia se ne stanno producendo in gran numero, negli ultimi tempi, persino su Internet, basti pensare alla Storia di Reggio Calabria su Wikipedia (curata dal mio amico Saverio Autellitano)
insieme alle numerose redazioni di blogs e quotidiani telematici - come Costaviolaonline.it - sensibili all'argomento. Eppure, nonostante tutto, comincio a pensare che se non si coinvolgeranno veline balletti e paparazzi, continueremo ad ingrassare le tasche dei venditori di fumo senza arrosto, continuando ad ignorare la valorizzazione delle nostre radici storiche e culturali.

in foto, ricostruzione di un antico scontro fra Reggini e Siracusani

mercoledì 11 novembre 2009

Il 2012 e il trionfo delle bufale apocalittiche

Le ansie millenaristiche - ossia i timori di una prossima fine del mondo, spesso elaborati in forma di profezia - hanno spesso condizionato, nel corso della Storia, gli individui meno colti e creduloni. Molti pretesero di individuare in Silvestro II - al secolo Gerberto di Aurillac (950-1003 c.ca), il papa dell'anno Mille - l'Anticristo descritto dall'Apocalisse giovannea, solo perché si trattava di un uomo dottissimo ed integerrimo - ne sapeva persino di cultura araba - in un'epoca caratterizzata dalla frequente inadeguatezza dei pontefici, per lo più ignoranti e pervertiti da competizione (molti di essi conducevano vite dissolute, con figli e concubine al seguito che, talvolta, ingerivano negli affari dello Stato della Chiesa, come l'ex prostituta Marozia, amante di Sergio III e madre di papa Giovanni XI).
Il mondo continuava tuttavia ad esistere, in barba al moltiplicarsi di profezie e maldicenze, sia dopo l'anno Mille, sia allo scoccare di ulteriori date, indicate come tappe finali del destino dell'umanità: il 1300, il 1500, il Concilio di Trento, la Rivoluzione Francese e il 1999. Periodicamente, nelle città comparivano folte processioni di flagellanti, uomini e donne penitenti soliti procedere all'auto-tortura, al fine di espiare i propri peccati nell'attesa della prossima fine del mondo.
Le banche-dati da cui attingere o adattare vecchie e nuove profezie erano, di norma, il libro di Daniele, Isaia e - soprattutto - l'Apocalisse, il celebre testo neotestamentario prodotto da una setta ebraico-cristiana nella prima metà del II secolo d.C. e falsamente attribuito all'apostolo Giovanni. Un'opera letteraria che trova significativi termini di paragone con testi apocrifi ebraici del passato, anch'essi basati sulla descrizione personale e visionaria della probabile ed imminente fine dei tempi.
L'ampliamento delle conoscenze culturali coincise con la divulgazione delle teorie di nuovi, sedicenti "profeti" come Malachia, Gioacchino da Fiore, Mamma Shipton o il celeberrimo Nostradamus. Si tratta di autori a dir poco inattendibili, che godono tuttora di grande popolarità presso i posteri, grazie soprattutto all'infaticabile opera di divulgazione dei soliti scrittori ciarlatani, pronti a strumentalizzare per fini editoriali l'avida sete di misteri e verità occulte, proprie di ampie fasce di pubblico; lo stesso pubblico che ha finanziato l'arricchimento di un romanziere mediocre come Dan Brown.
Il trucco consisteva spesso nel comporre -è il caso delle quartine di Nostradamus - dei versi astrusi, al limite dell'incomprensibile, colmi di sventure ed avvenimenti infausti che potevano sconvolgere la mente di un uomo del '500 (scismi religiosi, morti di papi e imperatori, pestilenze ed invasioni turche); il lettore, leggendo questi versi, sulla base della propria estrazione culturale, sociale, geografica, può sostanzialmente ricavare ciò che vuole, specie se disconosce il contesto storico e la personalità di Nostradamus.
Ecco che, persino io, posso riuscire a ricavare una profezia post-eventum da una quartina di Nostradamus, inerente l'attacco aereo al Word Trade Center dell'11 settembre 2001:

Cinque e quaranta gradi il cielo brucerà
il fuoco si avvicinerà alla grande città nuova,
in un istante la larga fiamma farà un balzo,
quando si vorrà far prova dei Normanni
. [Centurie, VI, 97]


La città nuova (New York) si trova fra il 40° e il 45° parallelo; l'attacco avviene, in un istante, dal cielo che brucerà in un istante (i velivoli dirottati dai terroristi colpirono all'improvviso i due grattacieli). Quanto all'ultima frase - quando si vorrà far prova dei Normanni - posso benissimo arrampicarmi sugli specchi, spiegando il riferimento astruso agli Uomini del Nord nel senso di un mezzo di pressione psicologica (quando si vorrà far prova) volto ad impaurire, con l'arma del terrorismo, la società capitalistica nord-occidentale. Su illazioni come questa si fondano effettivamente le fortune editoriali dei moderni interpreti dell'astronomo francese.
Oggi, il pubblico è alla mercé della "profezia dei Maya", che prevede una "data di scadenza", per il nostro pianeta, fissata al 21/12/2012, sulla base dei calcoli astronomici effettuati dall'antico popolo americano. Se solo si prestasse attenzione agli studiosi di mestiere - e non ai buontemponi in cerca di successo mediatico e materiale, avvalorati dalle attenzioni che gli rivolgono programmi televisivi mediocri e speculatori hollywoodiani- si comprenderebbe immediatamente la colossale bufala di cui si tratta.
I Maya utilizzarono infatti diversi tipi di calendario; quello in questione, il Lungo Computo, si basava su una concezione ciclica del tempo, laddove la fine dell'ultima era coincide col 21/12/2012. Una data che rappresenta, tuttavia, nient'altro che la fine di un ciclo e l'inizio di uno nuovo; la stessa cosa è successa ai popoli occidentali con l'anno Mille o col Duemila. Non c'è alcuna profezia: si tratta di un banale calcolo cronologico. Per il resto - gli allineamenti planetari, le comete o le collisioni varie con corpi celesti che si leggono su Internet - basta recarsi presso un comune osservatorio spaziale per rendersi conto dell'assoluta falsità delle suddette teorie.
Insomma, il mondo, probabilmente, non finirà nel 2012, così come non è finito nel 1000 o nel 1300. Possiamo tuttavia prevenire le REALI catastrofi verificabili, iniziando ad avere più rispetto nei confronti dell'ambiente in cui viviamo, adottando una visione ecologicamente sostenibile del rapporto fra progresso e pianeta; anche perché - credere in queste balordaggini - è una grave offesa alla presunta superiorità intellettuale degli esseri umani sul mondo circostante.

lunedì 9 novembre 2009

C'era una volta il Muro della vergogna


In occasione del primo ventennale della caduta del Muro di Berlino, mi sembra opportuno sospendere per una settimana il consueto appuntamento con la valorizzazione storica del territorio reggino per dare ascolto agli echi di un avvenimento epocale, che considero la vera e propria chiosa del XX secolo.

C'era una volta il Muro della vergogna. Non servono sciocche coloriture partitiche per svelare la natura reale di un obbrobrio. Troppo spesso un ideale politico nasconde la negazione dei diritti umani.
E' il maggio del 1945 e la guerra è finita, mentre una semidistrutta Berlino viene divisa in quattro zone di occupazione; ognuna di esse rappresenta un alleato vincitore della Germania nazista: inglesi, statunitensi, francesi e sovietici presidiano le strade dell'ex capitale del Reich.
Passano pochi mesi e l'intera Europa si è già frantumata nei due blocchi imposti dalla cruda logica della Guerra Fredda. Mentre sull'Ovest piovono i milioni di dollari del Piano Marshall, il Patto Atlantico e l'influenza americana, oltre la cortina di ferro del Reno i carri armati di Stalin e le elezioni-farsa sanciscono la nuova carta geopolitica di un continente spezzato in due. La linea di demarcazione fra i due blocchi - quello occidentale e quello sovietico- coincide coi confini delle due Germanie, ciascuna delle quali sceglie di ignorare l'esistenza dell'altra. Inglesi, francesi e statunitensi danno vita a Berlino Ovest, la vetrina dell'Occidente Capitalistico situata centinaia di chilometri all'interno della Germania dell'Est; grandi palazzi ed infrastrutture all'avanguardia stridono con le drammatiche condizioni di vita imposte dal giogo comunista, mentre ovunque si ergono, inquietanti, i posti di blocco per bloccare gli accessi nella zona occidentale. Eppure, le fughe da un settore all'altro di Berlino sono frequenti: centinaia di cittadini scelgono di lasciarsi alle spalle l'oppressione politica del regime, le onnipresenti intimidazioni della polizia di partito, - la STASI - allettati dalle migliori prospettive di vita che offre la Germania Federale.
Siamo nel 1961 e, mentre Chruščëv e Kennedy si sfidano a colpi di mezzi di pressione psicologica, il governo della Germania dell'Est decide di costruire un lungo muro di cinta, in modo da isolare Berlino Ovest dal resto della DDR. Dal punto di vista politico, quella del segretario Ulbricht è una mossa geniale, poiché il muro impedisce le fughe, pur non bloccando del tutto la via di comunicazione con Berlino Ovest. La giustificazione ufficiale consiste nell'interdire le attività ostili e militariste della Germania Occidentale; non è che uno sciocco pretesto, ma il Muro della vergogna ora lacera la grande città.
La Grande Storia spesso non tiene in considerazione la quotidianità. Un'accozzaglia di eventi, date e poche righe, incapaci di esprimere il dramma reale di amori, amicizie, familiari, divisi da quel monumento alla barbarie. Gente comune, spesso estranea da ideali e utopie, dai giochi meschini della politica, vive per ventinove anni con l'incubo di sentinelle, fucili e filo spinato. Ventinove anni in cui - si apprende da commoventi testimonianze - i tifosi dell'Hertha tentavano di interpretare i boati della folla allo stadio, in modo da capire se la loro squadra del cuore avesse segnato. Lo stadio dell'Hertha giaceva dall'altra parte del Muro.
Correva l'anno 1990. Gorbacev, tentando di rinvigorire il miraggio comunista sbiadito da decenni di sangue e repressioni - glastnot (trasparenza), perestrojka e varie promesse di liberalizzazione e pluralismo politico - finisce col diffondere la speranza in tutta l'Europa dell'Est. L'Ungheria riapre le frontiere dopo più di quaranta anni e i tedeschi della DDR cominciano ad affluire numerosi verso l'Austria, oltre la cortina di ferro del Patto di Varsavia. A Berlino si moltiplicano manifestazioni e disordini. La direzione del partito comunista deve fronteggiare ancora una volta la folla inferocita che chiede libertà e democrazia; ma questa volta è destinata a soccombere e non basteranno le minacce dei carri armati.
Il Muro è destinato a cadere per caso, da quella che sembrava una futile contingenza. La sera del 9 novembre 1990, Günter Schabowsky, portavoce del governo, dichiara inconsapevolmente che stava per essere varata una nuova legge sui permessi di viaggio; i visti necessari per recarsi in Germania Ovest sarebbero stati rilasciati immediatamente e, direttamente alla frontiera.
Non è assolutamente vero, ma ai berlinesi basta la sola diffusione della notizia per affollare la zona del Muro, chiedendo a gran voce la consegna dei visti. Le guardie di frontiera sono incapaci di fronteggiare migliaia di persone; la situazione degenera e, saggiamente, si decide di aprire i cancelli. Così, il Muro viene presto raso al suolo e Berlino torna ad essere una città serena - dopo ventinove anni.
Due innamorati si baciano, fratelli e amici si abbracciano, tutti cantano e brindano come se non fosse mai esistita una barriera imponente di cemento a separarli. Il Muro della vergogna è crollato, eppure, fra le pagine della memoria storica, il suo spettro infesta ancora le coscienze dei posteri, ad imperituro ricordo della stupidità degli esseri umani.

martedì 3 novembre 2009

Il Crocifisso e la decisione della Corte Europea

Basta guardare un telegiornale per rendersi conto del livello scadentissimo in cui versano parte dell'opinione pubblica e della classe politica dirigente.
Mi riferisco alla decisione - destinata a fare scalpore - della Corte Europea, legata alla rimozione dei crocefissi dalle aule scolastiche. Un atto di barbarie, ancora più paradossale perché si lega ai luoghi di diffusione del sapere: nuove forme di oscurantismo che approdano nelle aule scolastiche.
Qui non si tratta di radici culturali o storiche. Non c'è nulla di più labile del concetto di "radice", specie quando applicato ad un'entità spaziale estesa ed eterogenea - quale l'Europa intera - o lassi di tempo plurimillenari. Non è questo, a mio parere, il punto. La Storia è un'indagine scientifica basata sulla comprensione del continuo ed incessabile cambiamento della vita, non una categoria immutabile di principi arbitrari. Si può comprendere dalla diversità, a patto di non svuotare del senso originario un'idea, specie se tale idea è legata ad un fattore così soggettivo ed intimista come la religione.
E' chiaro che questa decisione attribuisce al crocifisso un valore identificativo di carattere etnico, ma non religioso, davvero troppo lontano dall'originario messaggio salvifico di Amore della cristologia. Così, le onnipresenti strumentalizzazioni hanno trasformato una rivelazione d'amore universale nell'ennesimo focolare di contrasto fra gli esseri umani; in altri termini, ci si muove sempre sul terreno paludoso dell'intolleranza: il crocifisso non è più il ricordo del sacrificio di Cristo per redimere l'umanità, ma una bandiera macchiata da lordure politiche.
In secondo luogo, se proprio dobbiamo parlare di smarrimento di "radici", allora diciamo che abbiamo dimenticato soprattutto la lezione illuminista di Voltaire e Benedetto Croce: il diverso si comprende, non si giustizia. Questo vale per il crocifisso, e per ogni manifestazione, materiale o ideologica di fede o cultura. Come si può, all'interno di un'istituzione scolastica - che sulla carta deve educare, condividere, comprendere - percepire il crocifisso come "fastidioso per gli appartenenti ad altre confessioni religiose o per gli atei" ? Ma stiamo scherzando? Non deve l'istruzione aprire al dialogo? Sono queste le forme di integrazione alle quali aspira la società moderna? Questa è la cultura che arricchisce?
Dipendesse da me, io metterei, accanto al crocifisso, la mezzaluna islamica, il Buddha, la Stella di Davide, ed ogni altro simbolo religioso che aiuti a comprendere che, in fondo, l'importante non è la divisione in schiere armate, quanto la comunanza dei principi morali e caritativi, le sole radici che abbiamo effettivamente perduto. L'indagine storico-comparativa sulle religioni, dall'animismo ai grandi monoteismi, se divulgata in maniera metodica, aiuterebbe davvero gli studenti a smascherare le strumentalizzazioni che spesso si celano dietro un titolo-bomba o una sentenza capziosa. Ma questa è un'utopia. Perché il crescente allontanamento della società moderna dalla cultura riesce spesso a trasformare persino la religione in un terreno di scontro politico, perché le masse non riescono più a decifrare la sostanza delle cose.
Oggi, l'oscurantismo ha cambiato denominazione e forma, assumendo la fisionomia inquisitoria dei giudici della Corte Europea. Non rimane altro da fare che rendercene conto. E magari vergognarci di chi, istituzionalmente, rappresenta il popolo europeo.

Cronaca dell'ultima visita al Museo

Lo scorso primo novembre 2009 il Museo Nazionale della Magna Grecia ha chiuso i battenti per un periodo di almeno due anni, per via degli ormai noti lavori di ristrutturazione (il bello è che il Ministero competente sapeva di queste "misure precauzionali" da almeno sei anni, un arco temporaneo utile, se tempestivamente comunicato, per costruire almeno altre due nuove sedi…), privando la città di Reggio Calabria e i suoi operatori turistici e commerciali delle centinaia di migliaia di visitatori stagionali che solevano recarsi ad ammirare i nostri prodigiosi reperti archeologici, sfidando la lontananza geografica e i pessimi collegamenti viari.
Chi, come me, è inguaribilmente affetto dalla "sindrome del Museo di Reggio" - e cioè di un legame morboso con le testimonianze materiali della nostra plurimillenaria Storia - non si è lasciato sfuggire l'occasione di vedere per l'ultima volta, il Kouros, il Filosofo, la testa di Basilea e tutti gli altri prodigiosi reperti che rischiano inesorabilmente di piombare nel dimenticatoio se non verranno prese delle decisioni ragionevoli in proposito.
Così, la scorsa settimana decido di recarmi al Museo, approfittando di un impegno contingente; è una grigia mattina senza velleità. Il tempo materiale occorrente per presentare in biglietteria l'attestazione di studente della Facoltà di Lettere e Filosofia ed ecco che centodieci turisti (il paziente computo è mio) entrano, pagando il biglietto, accompagnati da una guida locale. Non c'è male come utenza per un mercoledì mattina di pioggia; un'utenza che la città perderà miserevolmente nei prossimi anni. Poco male: tanto, ogni sabato mangeremo comunque le frittole, mentre guardiamo Maria De Filippi.
Sono circa le dieci e mi dirigo verso il secondo piano, che ospita i reperti provenienti dagli scavi archeologici reggini, insieme a quelli di Medma (Rosarno), Metauros (Gioia Tauro), Castellace, Ipponio (Vibo Valentia) ed altri centri ellenici dell'entroterra. Dispongo di molto tempo da perdere, perciò mi convinco ad esaminare la qualità dei pannelli informativi che dovrebbero, in linea teorica, illustrare uno straccio di contesto storico entro cui inscrivere la provenienza del materiale; e qui comincia il film comico.
Pannello informativo sulla polis di Rhegion: si legge a chiare lettere che non è possibile ricostruire con certezza l'entità territoriale della città nello Stretto nel periodo greco. Peccato che diversi e recentissimi studi abbiano ormai individuato il confine preciso del territorio reggino sul lato ionico, il fiume Alece/Palizzi, con tanto di postazioni di controllo per le sentinelle sulle alture circostanti, oltre ai resti di una guarnigione stabile di frontiera. Sul versante settentrionale-tirrenico, la situazione viene dipinta in modo ancor più confuso, dato che non si identifica il phrourion di Serro di Tavola (comune di Sant'Eufemia di Aspromonte) come fortificazione di matrice reggina, né si fa cenno alcuno alle recenti pubblicazioni relative all'interruzione della documentazione archeologica di Metauros (l'abbandono del centro, all'inizio del V sec. a.C. documenta infatti la conquista dell'emporio da parte reggina). Perché i pannelli non sono aggiornati alle recenti acquisizioni scientifiche? Mistero. Ma continua a venirmi da ridere.
Vi risparmio la segnalazione di tutti gli errori, le incongruenze e gli anacronismi evidenti che si leggono sui pannelli informativi esposti al Museo per non dilungarmi troppo. Sono le undici e scendo le scale che portano alla Sala di Archeologia Subacquea, ove si trovano i reperti della nave di Porticello (Filosofo, testa di Basilea e altri frammenti del carico rinvenuto) e, soprattutto, i Bronzi di Riace. Ovviamente, anche qui, non trovo segni di aggiornamento per quanto riguarda le ipotesi ricostruttive legate all'origine delle statue, illustrate dai pannelli. Mi ritrovo solo, se si eccettua il sorvegliante di sala intento nella lettura del giornale, nella grande sala climatizzata ove i due Guerrieri scrutano imperiosamente nel vuoto circostante. Sarà la milionesima volta che vado a fare visita a questi capolavori, eppure non riesco a smettere du subire il loro influsso magnetico ed evocativo. D'improvviso arriva il primo gruppo di turisti che ho incontrato in biglietteria, accompagnati dalla guida. Decido di aggregarmi al seguito per ascoltare l'arringa dell'esperta.
Mentre i visitatori pendono dalle sue labbra, la giovane comincia ad illustrare, per sommi capi, l'ipotesi del Prof. Moreno. Evidentemente la guida non ricorda bene quella ricostruzione perché nel suo discorso si sofferma, inquietantemente, su particolari idioti quali la presunta differenza di "bellezza" fra i due guerrieri. In sostanza, la Statua A è più "giovane e bella" della B, ergo i due capolavori furono partoriti da due mani diverse; la Statua B dovrebbe prendere il Viagra. I miei lettori sanno già - eventualmente li rimando al mio intervento "I bronzi. Un'ipotesi vincente?" di qualche settimana fa - che, ultimamente, sono state formulate teorie ben più valide e supportate dalle fonti. Perché non informare i turisti sulle nuove ipotesi? Altro mistero. E non ho ancora smesso di ridere. Anche perché la chiusura del Museo ostacolerà, per non dire annullerà, i futuri progetti di ricerca. Ma questo non è un grosso problema, anche perché il pubblico non è informato sui progetti recenti, figuriamoci su quelli futuri. Il problema sarà dei ricercatori.
La guida turistica decide infine di chiudere in bellezza: la testa del Filosofo - i miei lettori sanno che si tratta presumibilmente di una raffigurazione di Pitagora di Samo - diventa un ritratto di un'atleta olimpico; ma come? con la barba lunghissima, segno di saggezza? l'espressione pensosa? i lineamenti realistici del volto? L'idiozia sale alle stelle.
Mi auguro che la chiusura forzata del Museo impedisca a tali sprovveduti prestati dalla generazione "meno so - più faccio notizia", che purtroppo rubano il lavoro a molti giovani laureati e competenti in materia, di proliferare nell'ancora vergine terreno della valorizzazione dei beni culturali. Frattanto centodieci persone escono dalla nostra città ancora più confusi di prima in merito al nostro patrimonio culturale. Centodieci persone, entrate in poco più di dieci minuti, si disperdono fra il Lungomare Falcomatà e il Corso Garibaldi; ne incontro parecchi, in fila per il gelato, la 'nduja, i giocattoli, i vestiti, souvenirs di tutti i tipi. Gli operatori commerciali ridono sotto i baffi. Ancora per poco. Il Museo è chiuso e la pacchia è finita. Adesso, aspettiamo che vengano altre camionate di turisti, nei prossimi mesi. Non so perché, ma mi viene ancora da ridere. Amaramente.

venerdì 30 ottobre 2009

Il mestiere del pendolare

Esiste una nutrita componente di opinione pubblica che vede nella prossima realizzazione del Ponte sullo Stretto una sorta di risoluzione provvidenziale ai disagi dei pendolari. Una prospettiva ingenua ma comprensibile. Il reggino che viaggia per motivi di studio o lavoro, si trova sovente invischiato in un'odissea giornaliera (con tutto il rispetto per l'eroe omerico, che almeno si trovava a lottare contro ciclopi e sirene, evitando di azzuffarsi con orari sballati e scogli per le strade) fra arterie stradali oppresse da cantieri secolari ed inestinguibili, collegamenti ferroviari perennemente soggetti a ritardi o a deprecabili condizioni sanitarie delle infrastrutture.
Viaggiare per routine, nella nostra provincia, rappresenta ormai l'anticamera dell'invecchiamento precoce. Chiedete ai pendolari che ogni giorno si recano a Catanzaro, l'unico capoluogo regionale d'Italia raggiungibile con sangue e sudore, affrontando un'implacabile sveglia mattutina che gareggia col più mattiniero dei galli, per poi affogare fra rallentamenti, soppressioni improvvise dei servizi, situazioni di ordine pubblico disperate e chissà quanto altro di sconvolgente; troverete miriadi di esposti alle autorità competenti e nessuna miglioria.
Se l'Area Metropolitana dello Stretto dovrebbe costituire una florida realtà, così non è per le migliaia di pendolari - chi scrive lo è da più di cinque anni - costretti a solcare il canale fra la quasi totale impossibilità logistica a recarsi agli imbarcaderi, fra carreggiate fatiscenti, semafori e sensi unici violati dai soliti idioti partoriti da fretta e madri sempre gravide, pericoli di caduta massi, per poi trovarsi a sgomitare stipati, all'interno dell'unico aliscafo attivo agli orari di punta.
L'ottimizzazione dei collegamenti è una conquista imprescindibile per la crescita economica di un territorio. Chiedete agli antichi Romani costruttori di strade ancora oggi praticate: dalla riduzione di spazi e distanze geografiche dipende lo sviluppo consapevole di una regione. E' necessario che la popolazione residente apra gli occhi e cominci a protestare contro l'appaltocrazia, i soprusi e l'indifferenza, al fine di riaffermare e tutelare il nostro diritto di prosperare.
Ci sono lavori urgenti da effettuare sulla Statale? Benissimo. Esigiamo che un cantiere sia operativo giorno e notte, con gli opportuni straordinari retribuiti, a patto di consegnare il lavoro ultimato alla scadenza del contratto, altrimenti si paghi la penale. Così funzionano le strategie di razionalizzazione del settore in uno stato veramente moderno e civile.
Trenitalia e le aziende private di trasporto terrestre e marittimo si coordinino sulla base delle esigenze degli utenti che pagano sostanziose tasse, abbonamenti e biglietti vari; che tutti comincino a prevenire ed eventualmente attrezzarsi per le situazioni di emergenza.
E' chiaro poi che ogni cittadino debba acquisire una spiccata coscienza civica, affinché siano osservate le regole basilari della convivenza e dei comportamenti consoni a preservare la dignità dell'essere umano - non sporcare, non guastare, non violare, rispettare se si pretende rispetto.
La situazione dei pendolari è grave, urgente, complessa. Perciò è opportuno che ciascuno di noi cominci a rivolgere lo sguardo qualche metro oltre il proprio comodo deretano, per iniziare, insieme a cooperare per un avvenire migliore.

lunedì 19 ottobre 2009

Reggio e la Scuola Pitagorica

L'investitura di Reggio a città d'arte e cultura è un fenomeno dalle radici plurimillenarie. Nella nostra città e nel nostro territorio operarono il primo storico di Occidente, Ippi, il primo grammatico, Teagene, e ancora poeti e scultori del calibro di Ibico, Clearco e Pitagora. Oggi parleremo di un altro Pitagora e delle più innovative delle sue idee.
Sin dalla primissima diffusione (fine del VI secolo a.C.) delle complesse dottrine mistico-esoteriche, propugnate dal filosofo originario di Samo (poi cittadino di Crotone e Metaponto), in Magna Grecia, Reggio rappresentò uno dei centri propulsori del Pitagorismo.
Risulta oggigiorno difficile elaborare una sintesi esaustiva di una corrente di pensiero assai complessa ed eterogenea. Banalizzando, si può dire che i Pitagorici costituivano una sorta di elite, operante in tutti i settori del sapere umano: scienza, politica, costume e religione. Credevano nell'immortalità dell'anima e nella sua trasmigrazione in altri corpi, dopo la morte biologica. Conducevano una vita austera e, in politica, affermavano il principio del più degno: erano i migliori per virtù ed ingegno ad occuparsi della conduzione degli affari pubblici.
La concezione pitagorica del moto armonico dei pianeti precorreva, in parte, l'eliocentrismo di Copernico, Keplero e Galilei, così come l'intuizione circa la sfericità della Terra.
Si tratta di conoscenze e divagazioni scientifiche che furono successivamente smarrite dalla cultura medievale. Senza addentrarci troppo nell'annosa e dibattutissima questione, ricordiamo che, nei secoli a venire, si scelse di credere e divulgare le teorie di Claudio Tolomeo (II sec. d.C.): un autore vantaggioso per almeno due motivi: non contraddiceva le Sacre Scritture, ma soprattutto era il più incompetente e credulone degli astronomi dell'antichità. Così, la Terra rimase per circa un millennio immobile al centro dell'universo, con tutti i corpi celesti a volteggiarle intorno.
Verso la metà del V sec. a.C., i Pitagorici vennero esiliati dalle principali poleis magno-greche, e Reggio divenne il loro luogo di asilo preferenziale, il più importante dei loro sinodi. Oggi, chiunque abbia voglia di ammirare un frammento originale in bronzo che raffigura, presumibilmente, il volto di Pitagora di Samo, può tranquillamente recarsi al Museo Nazionale della Magna Grecia, prima della sua biennale chiusura del 1 Novembre 2009.
Quanto a noi, vorrei concludere questo nostro ennesimo appuntamento settimanale con l'approfondimento della nostra Storia con l'affermazione di una dei principi cardine del Pitagorismo: l'ignoranza è la più bieca delle colpe.

mercoledì 14 ottobre 2009

Una riflessione sul caso Venditti


Ho avuto modo di seguire sia il penoso servizio televisivo andato in onda il 13 ottobre sulle Iene, sia l'intervista radiofonica rilasciata da Antonello Venditti a Gianni Baccellieri ed andata in onda su Radio Touring. Il cantautore romano continua a portare avanti una penosa difesa ad oltranza riguardo le ormai note parole che ha pronunciato sulla Calabria.
L'artista intende scusarsi per le modalità espressive ma non, si badi bene, per il concetto in sé, in quella che - parole sue - voleva essere una dichiarazione d'amore alla nostra regione. Un approccio sentimentale, certamente scadente, nei modi e nei termini utilizzati; e, di fatto, Venditti ha fatto la fine dello spasimante respinto. A suo dire, quelle parole apparentemente ingiuriose non erano che una forma di denuncia, da parte di una personalità appassionata ai problemi cronici della nostra terra, per altro espresse attraverso una canzone-preghiera, "Stella".
Premetto che, personalmente, ho creduto sempre poco alle pretese di impegno sociale degli artisti. Ritengo infatti - e torno a precisare che si tratta di un'opinione soggettiva - che le supposte "denunce" da parte di personaggi che guadagnano moltissimo rispetto alla maggioranza silenziosa dei lavoratori, immensi sino alle caviglie negli acquitrini della routine, non siano altro che astuti stratagemmi per guadagnare consenso e quindi successo economico; se esistono le eccezioni, e mi auguro davvero che ci siano, sono conferme alla regola.
Il caso Venditti deve costituire, comunque vada, un'occasione per riflettere sull'immenso potere mediatico e propagandistico, oggigiorno in mano agli artisti. La società moderna venera cantanti, ballerini o comici come idoli tribali, specie quando si ergono a giudici ed incitatori dei mali che affliggono la società. E' chiaro che qualsiasi loro cenno influenza le azioni e le riflessioni del pubblico. Perciò questo immenso potere deve essere necessariamente gestito in maniera responsabile: se non c'è uno sfruttamento consapevole e coerente di questa specie di carisma, diventa inutile lamentarsi delle critiche quando ci si imbatte in un'uscita poco elegante o in una irrimediabile gaffe.
Caro Venditti, tale è il lato negativo del tuo lavoro e del tuo impegno sociale. Devi assumerti le responsabilità di quello che dici e, soprattutto, di come lo dici. Altrimenti dovresti lagnarti per tutti i dischi che hai venduto quando parlavi di lotta di classe, del sessantotto ecc.; e, se non sbaglio, non è la prima accusa di incoerenza che ricevi e, qualche sassaiola, l'hai buscata anche tu, negli anni Settanta, e proprio da quei movimenti di protesta di cui ti ostini a dichiararti paladino. In un altro mondo, un padre di famiglia che manda avanti la baracca con mille euro al mese avrebbe più credibilità di te davanti alle masse quando parla di problemi sociali; ma "questo è quel mondo, onde cotanto ragionammo insieme?" - domanderebbe Leopardi. Si è proprio questo.
Ma torniamo alla tua "denuncia", caro Antonello. Non riesco ancora a comprendere come un giovane calabrese possa trovare speranza e conforto nelle tue frasi disfattiste, né quale oscuro invito a rimboccarsi le maniche si nasconda dietro la tua dichiarata assenza di cultura e di arte in Calabria. A me sembra piuttosto la storiella del generale che esorta i soldati ad avere paura della battaglia o, ancora meglio, quella del medico che spaventa i suoi pazienti enfatizzando i sintomi delle patologie.
Personalmente, nessuna ulteriore arrampicata sugli specchi mi convincerà ad attribuire alle parole di Venditti un senso diverso da quella che probabilmente era l'intenzione reale dell'artista: ingraziarsi il pubblico siciliano attraverso uno squallido miscuglio di luoghi comuni e logiche campanilistiche, volte a sfruttare le tradizionali rivalità fra le due regioni. Un discorso più incline ad un derby calcistico che ad un concerto, giudicato divertente soltanto quella signora imbecille che rideva sonoramente alle battute di Venditti, comodamente sbracata nelle prime file.
Questo è il mio pensiero. Non mi sembra ci sia molto materiale per montare un caso ad personam, come il cantautore continua a sostenere, accusando la redazione di Strill.it. Per tali ragioni, è opportuno chiudere qui le polemiche. Io rimango della mia idea. Per me, Venditti è soltanto una persona che probabilmente sopravvaluta le sue reali capacità di comprensione dei problemi oggettivi del Meridione e delle modalità ottimali per la loro risoluzione. Ma un invito ai miei lettori vorrei comunque lanciarlo: diffidate sempre da queste tipologie di "artisti".

domenica 11 ottobre 2009

Su Venditti e la nascita dell'alfabeto latino


Come molti miei conterranei ho appreso dalla stampa delle ingiuriose dichiarazioni rilasciate, nel corso di un concerto tenuto in Sicilia qualche tempo fa, da Antonello Venditti, per brevità chiamato artista (e cito il titolo di un recente album del suo amico De Gregori) circa l'assenza di arte e cultura in Calabria; il suddetto artista ha inoltre sarcasticamente invocato il Padre Eterno, reo, a suo dire, di aver "creato" la nostra regione.
Il pubblico meridionale ha reagito, ragionevolmente, con sdegno a queste parole. Molte personalità della politica, della cultura e dello spettacolo, insieme a migliaia di calabresi, continuano a scagliarsi contro Venditti, minacciando o organizzando boicottaggi con oggetto i prossimi tours e il materiale discografico del cantautore romano.
Il paradosso è che, due anni or sono, in occasione del concerto tenuto da Venditti il 19 Agosto 2007 a Reggio Calabria, egli stesso aveva affermato di "sentirsi onorato" di esibirsi nella splendida cornice del Lungomare Falcomatà. Si trattava probabilmente delle solite, convenzionali, frasi di circostanza, pronunciate da un classico artista ex-sessantottino, deluso dal fallimento dell'obiettivo principale della sua generazione di fenomeni: cambiare il mondo.
Il mondo non è cambiato; tutt'altro. Chissà che Venditti non giudichi la Calabria colpevole di ciò. Opinione soggettiva e, come tale, rispettabilissima, seppur non si possa sottrarre allo scherno e alla confutazione. In fondo non sono che artisti: cantano, ballano e pontificano perché masse prive di capacità critiche li ascoltano come profeti del Terzo Millennio. E' in parte colpa di tali "artisti" se i terreni della propaganda politica si stanno spostando dalle tribune elettorali alle platee del Grande Fratello o di qualche altro talent show.
Ma torniamo al cantautore romano. Personalmente, ritengo opportuno non replicare alle esternazioni del Sig. Venditti, se non altro perché credo che, in questa vicenda, sia stato proprio lui il peggiore carnefice di se stesso. Chiunque esprima tali balordaggini si imbarca spesso in quella penosa situazione in cui ogni scalzacane fa la figura del grande oratore a confutare (mi viene voglia di utilizzare il termine dialettale "stuppare", nel senso di "far rimanere senza parole", in questa frase…) le posizioni del suo interlocutore. D'altra parte, non ci vuole poi molto, nel caso dell'autore di "In questo mondo di ladri".
Il sig. Venditti preferirà dunque ad un'altra vagonata di critiche e insulti, una simpatica storiella sulla nascita dell'alfabeto latino. E' opinione comune fra gli studiosi sostenere che i caratteri utilizzati nell'Antica Roma (tutt'oggi criterio grafico per la maggior parte degli scriventi) siano una via di mezzo fra il sistema alfabetico etrusco e quello greco-arcaico. I Latini (e quindi i Romani) avevano avuto modo di apprendere la scrittura greco-arcaica dalla vicina polis di Cuma; i Cumani utilizzavano, a loro volta, una peculiare tipologia scrittoria, l'alfabeto calcidese, adottato da tutte le città greche fondate da genti provenienti da Calcide di Eubea (nella penisola ellenica), così come Reggio e Zancle (Messina).
In altri termini, il sistema di scrittura latino deriva da quello etrusco e da quello greco-calcidese. Se il lettore mi consentirà di esprimermi con sillogismi impropri e linguaggi offensivi degni del miglior Venditti, direi quasi che, sotto sotto, stà à vedè che li Romani - in base alla proprietà transitiva - se so 'mparati a scrive grazie ai Reggini. Il problema, caro Antonello, è l'esatto opposto. Non mancano arte e cultura qui in Calabria. Semmai il dilemma è valorizzare e divulgare decentemente il nostro inesauribile serbatoio di memorie. E ricorda, se la società nel suo complesso, non solo calabrese, ma anche romana, milanese - io direi "italiana" - è ridotta ai minimi termini, grandi responsabilità spettano proprio agli "artisti" come te, che troppo spesso confondono un modesto palcoscenico per il più illustre dei pulpiti.

lunedì 5 ottobre 2009

Il Leone Reggino


L'apparentemente inarrestabile processo di disgregazione dei nostri valori culturali, questo incessante smarrimento consapevole delle nostre radici, si evidenzia persino dagli esiti di una breve ed innocua indagine che ho condotto qualche giorno fa. Provate a chiedere ad un campione di studenti dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria cosa rappresenti il simbolo del proprio ateneo. La maggioranza di essi, diplomaticamente e furbescamente, risponderà semplicemente "è il simbolo della Mediterranea"; qualcun altro dirà che si tratta dell'antico emblema cittadino, poi sostituito con San Giorgio; infine, gli immancabili maestri delle arrampicate sugli specchi tenteranno di mostrare la vastità delle loro conoscenze zoologiche, sforzandosi di dimostrare che una volta i leoni abitavano la penisola italica ed erano gli animali sacri dei Reggini (che i leoni, un tempo, abitassero l'Italia o la Grecia è fuor di dubbio, ma non è questo il punto). Complimenti alle nostre scuole superiori che continuano a sfornare cotanti geni, addestrati con i quiz a crocette; e complimenti a quei soprintendenti, dirigenti scolastici e docenti vari che ancora si preoccupano di burocrazia, di POF, POR, PUFF, GULP, ECCI (salute!), e non della spaventosa inadeguatezza di preparazione (intendiamoci, non soltanto sul terreno umanistico…) degli studenti.
Ebbene, il leone reggino altro non è che una tipologia monetale che figurava sulle monete battute dalla polis di Rhegion nel corso del V secolo a.C. Cosa rappresenta? Si tratta di un attributo animale di Apollo, insieme ad Artemide divinità tutelare della città. Era stato proprio un responso dell'Oracolo di Delfi, la cui sacerdotessa locale, la Pizia, secondo le credenze religiose e divinatorie elleniche, era direttamente ispirata dal dio del sole, a guidare i coloni provenienti da Calcide ed Eretria, verso la costa italica. Ecco il responso, tramandato da Diodoro Siculo:

"Laddove l'Apsias, il più sacro dei fiumi, si getta nel mare, laddove, mentre sbarchi, una femmina si unisce ad un maschio, là fonda una città; il Dio ti concede la terra ausone".
Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XIII, 23

Secondo la tradizione, quando la spedizione greca giunse alla foce dell'Apsias (il Calopinace), i coloni videro una vite avvinghiata ad un caprifico, e lì fondarono Rhegion.
In realtà, come spesso accade nella Storia, in questo racconto non c'è nulla di miracoloso o sovrannaturale, c'è solo tanta propaganda da decifrare correttamente. In primo luogo, bisogna ritenere che il Santuario di Apollo a Delfi funzionasse come una sorta di banca-dati/agenzia-viaggio dell'antichità: il luogo sacro era visitato da numerosi marinai e commercianti che fornivano informazioni geografiche ed etnografiche sui luoghi oltremare; così quando una città greca decideva di fondare una nuova colonia (si tratta di un termine improprio in quanto le colonie greche, le apoikiai, non funzionavano come quelle moderne, cioè come dei centri subordinati e sfruttati dalla madrepatria, ma si trattava sostanzialmente di città libere, sin dalla loro fondazione) e si rivolgeva all'Oracolo di Delfi, mettendosi sotto la protezione della divinità, otteneva soprattutto delucidazioni sulle località ottimali per il nuovo insediamento, sui popoli che le abitavano, sulle rotte marittime da seguire. Toccava poi agli scrittori greci fingere che si trattasse di zone selvagge e disabitate; in realtà, spesso e volentieri i nuovi arrivati si sbarazzavano cruentamente delle popolazioni indigene, talvolta esiliandole sui monti o, è il caso dei Corinzi fondatori di Siracusa, facendone degli schiavi pubblici.
I Reggini, si appropriarono dei principali luoghi di approdo e delle vie di comunicazione interne, seppure gli indigeni locali, Siculi o Morgeti (ed altre etnie appartenenti genericamente alla stirpe italica-ausonia), relegati sui monti, continuarono a vivere nel nostro territorio, intrecciando rapporti eterogenei con i greci di Rhegion e Lokroi: alcuni divennero schiavi, altri braccianti, i maschi di alcune comunità libere potevano essere assoldati come truppa mercenaria nelle campagne militari.
La stessa Reggio doveva preesistere, in qualità di insediamento abitativo, all'arrivo dei Greci. Lo dimostra l'etimologia italica del termine, dal ceppo "rex", nel senso di "città regale/città dei re". Il celebre tragediografo Eschilo, che aveva tentato di ricondurre il termine Rhegion al verbo greco "divellere", nel senso di una "rottura", un evento sismico che aveva provocato la frattura fra le odierne Calabria e Sicilia, o aveva preso un grosso abbaglio, oppure faceva propaganda anche lui.
Sono sopravvissute inoltre, e fatte proprie dai Reggini, le tradizioni relative ad alcuni re divinizzati o eroizzati come Iokastos, mitico figlio di Eolo, vero e proprio fondatore della città, il cui sepolcro, ancora in età storica, si trovava presso il luogo dello sbarco del contingente dei coloni, il Pallantion o Punta Calamizzi. Non affannatevi a trovare il Pallantion quando andrete a fare shopping sul Corso, cari amici! Questo promontorio che sorgeva all'incirca nell'area della Stazione Centrale è sprofondato in mare nel 1563, in seguito ai lavori di deviazione del corso del fiume Calopinace, dall'area originaria del Tempietto a dove sfocia adesso. Complimenti agli ingegneri dell'epoca.
Quanta storia dietro una semplice iconografia! E sappiate che potrei andare avanti ancora a lungo… Queste, cari lettori, non sono che alcuni frammenti delle nostre plurimillenarie radici. Val davvero la pena ignorarle così palesemente?