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martedì 18 novembre 2008

L'appartenenza alla comunità civica nelle poleis greche


La cittadinanza ateniese si acquisiva per nascita e, dopo successivi interventi legislativi (451/450 a.C.), da entrambi i genitori ateniesi. Si diventava cittadini a pieno titolo solo dopo il compimento del diciottesimo atto di età, in seguito un iter procedurale che contemplava il giudizio dei demoti, ossia i cittadini iscritti al demo, che giudicavano ad occhio l’età e si pronunciavano sullo status di libertà o sulla legittimità del candidato. Era prevista una procedura di appello, anche perché la posta in gioco era l’esclusione dai privilegi politici di cui godevano i cittadini ateniesi a pieno titolo. Successivamente, la boulè procedeva alla dokimasia, un esame conclusivo che poteva anche annullare le precedenti decisioni prese dai demoti.
L’iscrizione avveniva nelle liste dei tenute da ogni demo e nel registro di tutti coloro che potevano partecipare all’ekklesia: mancava una registrazione anagrafica centralizzata di cittadini o stranieri residenti.
Ovviamente nella società greca non esistevano strumenti di identificazione personale, per cui diventava arduo difendersi da eventuali accuse di illegittimità. La prima forma di controllo era il riconoscimento paterno e l’assegnazione del nome; successivamente l’individuo riceveva una forma di legittimazione pubblica attraverso la presentazione alla fratria, in seguito alla quale il nuovo entrato veniva registrato col proprio nome, patronimico e col nome collettivo della fratria. L’entrata nella fratria era riconfermata durante le festività Apature, quando il giovane in procinto di passare all’età adulta offriva ad Artemide i suoi capelli tagliati e offre il sacrificio alla dea. Ad Atene ogni fratria aveva regolamentazioni diverse: presso alcune bastava il semplice riconoscimento paterno, mentre in altre si svolgevano delle votazioni, specie dopo una contestazione.
Dato che la fratria aveva competenze soprattutto sacrali, il registro aggiornato di queste ripartizioni non aveva probabilmente valore certificante nel mondo della polis. La concessione della cittadinanza ateniese agli stranieri era regolata dall’assemblea popolare, sulla base di un doppio voto. Avveniva spesso che, in caso di guerra o conflitti sociali interni, molti stranieri approfittassero della situazione per cercare di ottenere la cittadinanza, specie per gli stranieri provenienti da altre poleis che quindi non erano noti in città, oppure comprando testimonianze false.
Inoltre, Atene ospitava migliaia di stranieri residenti, attirati dalle possibilità economiche della polis: pertanto spesso venivano organizzati dei controlli rigorosi sulle registrazioni di stranieri e cittadini. Siamo a conoscenza di una prima revisione operata nel 445/444 a.C., in modo da stabilire chi dovesse essere coinvolto nella distribuzione del grano egizio. Nel 346/345 a.C. i demi cittadini procedettero ad una revisione globale per votazioni, che fu preda di manipolazioni e vendette politiche.

I diritti politici dei cittadini

Anzitutto i cittadini non erano obbligati a partecipare alla vita politica, seppure l’Epitaffio di Pericle definisca la partecipazione attiva e diretta del cittadino alla politica cittadina il fondamento della democrazia ateniese. Diversamente, nel IV sec. a.C., il non essere coinvolto nelle assemblee o nei tribunali diventa un motivo di lode.
Atene contava, prima della fine della Guerra del Peloponneso, dai 30.000 ai 40.000 cittadini; la partecipazione all’ekklesia, alla boulè, ai tribunali popolari dovette essere, specie dopo l’introduzione delle indennità, molto ampia, se si considera che un giorno sì ed un giorno no, migliaia di cittadini venivano convocati dagli organi istituzionali della polis. Va altresì considerato che non esistevano mezzi di comunicazione, percui l’unico modo per essere informati sulle attività politiche e legislative cittadine era quello di leggere le leggi esposte nell’agorà, oppure essere informati oralmente. Di conseguenza, la partecipazione alla vita politica cittadina garantiva ad un cospicuo numero di cittadini la conoscenza degli affari pubblici e una discreta preparazione politica.
I vantaggi economici dei cittadini erano quelli di possedere terre e case e sfruttare i proventi delle miniere del Laurion; godevano delle indennità per la partecipazione alle funzioni pubbliche e agli spettacoli teatrali (theorikon), successivamente estesa persino ai giorni di festa. Inoltre, i cittadini ateniesi potevano godere di alcune forme di previdenza sociale, con sussidi per gravi infermità, o in casi di carestie o guerre. Il cittadino, se accusato, poteva difendersi in tribunale senza intermediari, non poteva essere torturato, né incarcerato preventivamente.
Fra i doveri, c’era l’obbligo di pagare le tasse e di prestare il servizio militare.

Atene non aveva regolari sistemi di tassazione diretta, percepiti dai greci come un segno di schiavitù; le tassazioni consistevano anzitutto nella eisphorà, la contribuzione basata sul patrimonio, inizialmente decisa per finanziare, in caso eccezionale, le spedizioni militari, in seguito veniva regolarmente pagata da cittadini e meteci.
Le liturgie erano destinate ai più ricchi e consistevano nel fornire servizi che lo stato non poteva garantire, quali l’allestimento dei cori per le rappresentazioni teatrali, il finanziamento per le gare sportive, la costruzione delle triremi. La liturgia si basava su una sorta di autocertificazione del patrimonio, a cura dei cittadini, che bene conoscevano le risorse dei propri vicini che, potevano ricorrere all’antìdosis, che prevedeva il carico della liturgia da parte di un altro segnalato per avere risorse maggiori. Il tribunale poteva decretare lo scambio l’assunzione della liturgia da parte dell’altro, oppure lo scambio del patrimonio. I cittadini prestavano il servizio militare dai 20 ai 40 anni, mentre fra i 50 e i 59 erano reclutati i riservisti; i meteci o gli schiavi potevano essere mobilitati in caso di grave emergenza. Dai 18 ai 20 anni i cittadini ateniesi svolgevano l’efebia, un periodo di addestramento al termine dei quali si provvedeva all’acquisto della panoplia o del cavallo, a seconda delle possibilità economiche. L’efebia sanciva anche l’ingresso del giovane nella comunità civica; il primo anno si svolgevano compiti di pattugliamento nella zona del Pireo, mentre nel secondo anno si svolgevano compiti di guarnigione nelle zone di frontiera dell’Attica. Il momento clou era la consegna delle armi, che avveniva prima della partenza per il pattugliamento, durante la quale l’efebo prestava giuramento in difesa della città, delle leggi, degli dei.
La polis remunerava l’esercito cittadino con 4 oboli al giorno per campagne di breve durata e di 6 oboli (una dracma) per campagne lunghe e lontane. Gli esclusi
Schiavi, donne e meteci erano esclusi dalla cittadinanza e dai diritti politici ad Atene; è stato calcolato che sulla base della popolazione attica, 8 su 10 non godessero di diritti politici. La donna era relegata alla vita domestica, salvo festività e matrimoni, in virtù della sua presunta inferiorità biologica.
I meteci provenivano da altre poleis o da territori non ellenici; erano perfettamente integrati nel tessuto economico della città. Si diventava meteci dopo un certo periodo di residenza, previa l’iscrizione al demo e il pagamento del metoikion, la tassa sugli stranieri, di entità piuttosto bassa. I meteci sottostavano alle leggi cittadine e pagavano le tasse e godevano di alcuni privilegi, quali l’accesso ai tribunali, seppur con alcune restrizioni, e la partecipazione alle Panatenee, l’esonero parziale o totale dalle tasse, il diritto a possedere case. Tuttavia, i meteci erano esclusi dalla vita politica, dalle feste principali, seppur la loro presenza in città venisse incoraggiata per questioni di ordine economico; non potendo possedere case, essi si dedicavano al commercio, all’artigianato, ad attività creditizie.
La prossenia stabiliva un legame fra due città volto a tutelare lo straniero: il prosseno era una sorta di console, un cittadino ateniese che rappresentava una città straniera, che gliene aveva conferito il titolo, e che quindi provvedeva a difendere i cittadini che provenivano da essa, in cambio di onori e privilegi da riscuotere in quella determinata città.
Gli schiavi erano impiegati in ogni attività produttiva; potevano essere riscattati pagando delle somme di denaro, oppure attraverso la pratica della manomissione, quando cioè il padrone, per meriti acquisiti dallo schiavo, procedeva alla liberazione dello schiavo.

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