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domenica 9 novembre 2008

La Costituzione di Sparta


L’ordinamento politico spartano, per via della sue caratteristiche di staticità e compattezza, ebbe l’effetto di un miraggio sugli autori greci come Senofonte, Platone ed Aristotele, che ne fecero il punto di riferimento del pensiero politico oligarchico. In realtà, la costituzione spartana possiede, secondo Aristotele, degli aspetti democratici, da individuare nelle peculiarità del modo di vivere degli spartiati, l’agoghè, in cui i figli dei ricchi sono educati nello stesso modo dei figli dei poveri; d’altronde l’elettività delle cariche, la mancata partecipazione del popolo al potere giudiziario, rivelano la natura oligarchica di tale sistema politico. Non è un caso che molti autori abbiano individuato nel kosmos spartano il modello di politeia ideale, all’interno del quale le tre forme di governo, monarchia, oligarchia e democrazia, si controbilanciano a vicenda in un equilibrio di forze contrapposte dato dai rapporti fra i due re, gli efori, la gherusia e l’assemblea popolare.
L’ordinamento politico di Sparta non nacque certamente con la polis: Tucidide ricorda che la città fu turbata da conflitti sociali, staseis, in misura maggiore rispetto alle altre poleis greche; al termine di questo periodo di disordini, agli inizi dell’VIII sec. a.C., Sparta si dotò di una costituzione austera e stabile, considerata modello di eunomìa, di buon governo. Si tratta della Grande Rhetra, il responso oracolare delfico ricevuto e messo in atto dal legislatore Licurgo; una legge orale, mai codificata né divulgata, che sanciva anzitutto la costruzione dei templi di Zeus Syllanios e Athena Syllania. La Rhetra definiva in primis la struttura tribale spartana, ripartita nelle tre phylai doriche (Illei, Panfili, Dimani) e in obai, i cinque villaggi; in secondo luogo, l’esistenza di una gherusia di 30 membri eletti a vita, 28 spartiati ultrasessantenni più i due re, con funzione propositiva, le cui mozioni sono presentate all’apella, l’assemblea che riunisce tutti gli spartati adulti di pieni diritti politici, che presumibilmente non ha potere di controproposta, ma di parola, di moderata discussione. La Grande Rhetra non menziona i cinque efori, la cui lista risale al 754/753 a.C, letteralmente “guardiani”, “supervisori”; erano eletti ogni anno fra tutti gli spartiati e monitoravano l’intera vita politica spartana, svolgendo la funzione di giudici, presiedendo apella e gherusia, politica estera, ma soprattutto avevano la possibilità di censurare persino l’operato dei due re. L’organizzazione sociale di Sparta prevede una fissità del numero dei cittadini di pieno diritto politico, che la tradizione storiografica ricorda in numero di novemila, padroni di altrettanti kleroi, lotti di terreno, coltivati dagli schiavi pubblici, gli iloti, probabilmente i discendenti degli abitanti originari della Laconia. I perieci (“coloro che abitano intorno”) erano invece abitanti delle borgate periferiche, liberi-non cittadini che si dedicavano a quelle attività, artigianato e commercio, che non erano consentite agli spartiati; possedevano terre e case, avevano obblighi militari, ma in alcun modo partecipavano alla direzione politica spartana. Gli aspetti sociali si integrano con l’educazione, l’agoghè; Sparta era sostanzialmente una città perennemente sotto assedio, dal momento che gli spartiati costituivano una elite politica e militare, in un rapporto di squilibrio numerico pare di 1 su 100 iloti. Le caratteristiche peculiari erano la divisione in classi di età, la preparazione costante all’esercizio della vita militare e le limitazioni alla vita familiare. Il fine era quello di forgiare rapporti di cameratismo e solidarietà maschile necessarie per la tattica oplitica, testimoniate dalle syssitia, i pasti comuni.
Presumibilmente questa struttura così articolata non maturò in maniera organica agli inizi dell’VIII secolo a.C.; la tradizione vuole che le riforme introdotte dall’eforo Chilone nel 556/555 a.C. abbiano valorizzato maggiormente il ruolo di controllo politico degli efori, nonché prodotto quella chiusura conservatrice che coinvolge anche il clima culturale che, nel corso del VII e VI sec. a.C., aveva portato alla diffusione delle opere poetiche e musicali di Tirteo o Alcmane. Come sostiene Musti, il sistema spartano è stato acquisito storicamente, come risposta a conflitti sociali e territoriali, che tuttavia non hanno snaturato delle condizioni originarie. La politeia spartana riflette in parte condizioni originarie del mondo dorico: l’apella, l’assemblea dei cittadini soldati si ricollega al ruolo dell’esercito nella conquista, così come i 30 gherontes riflettono il ruolo delle tre tribù genetiche degli Illei, Panfili, Dimani, gli efori i 5 obaì, i villaggi dal cui sinecismo nacque Sparta. D’altra parte, l’ordinamento politico spartano nella sua forma definitiva, raggiunta nel VI secolo, riflette senz’altro i conflitti sociali fra i cittadini ai quali fa riferimento Tucidide, specie nella forma diarchia, nel senso che i due re, scelti fra i discendenti delle famiglie degli Agiadi e degli Europontidi, rappresentano un compromesso volto a garantire stabilità ed equilibrio. Allo stesso modo, con le conquiste territoriali di VIII-VII sec. a.C., Laconia, Messenia, e la guerra con Argo e gli Arcadi; Sparta raggiunge un’estensione di 8.300 km2, tre volte la superficie dell’Attica, condizione che consente alla città di risolvere i problemi demografici senza ricorrere alle spedizioni coloniali, eccezion fatta per il caso di Taranto. In questo periodo le poesie di Tirteo attestano già l’esistenza di una struttura compatta ed orientata alla disciplina ed ai valori militari. Alla fine del VI sec. a.C., Sparta esaurisce la capacità espansionistica con la formazione della Lega Peloponnesiaca e la città diventa l’essenza stessa di una statica conservazione, il miraggio di Aristotele e Platone.

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