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domenica 12 ottobre 2008

Cronaca di un passato dimenticato: viaggio al Serro di Tavola



La mia prima visita al Serro di Tavola risale ai primi dello scorso dicembre; è una tiepida giornata invernale, rischiarata da un sole curiosamente ardente, scenario ideale per una gita fuori stagione. Sono circa le nove, quando il conoscente che si è eroicamente offerto di accompagnarmi passa a prendermi sotto casa con la sua automobile: siamo armati di cartina topografica, fotocamera digitale e da riserve inesauribili di curiosità e impazienza.Conversando amabilmente, percorriamo la provinciale sino allo svincolo autostradale di Bagnara Calabra; qui ci aspetta il terzo componente della spedizione, un omone alto e robusto, esperto conoscitore della zona montana che stiamo per visitare. Insieme ci avventuriamo in quel groviglio inestricabile di tornanti che molti turisti affrontano per recarsi alla stazione sciistica di Gambarie di Aspromonte. Persino un amante del mare, come me, non può fare a meno di incantarsi alla selvaggia e intrigante bellezza di queste selve che sembrano divorare i viandanti fra le spire dei loro rami. Giunti ad un punto preciso che oggi non sarei più in grado di localizzare, la nostra guida ci invita a parcheggiare l’auto e proseguire a piedi: comincia così un breve sentiero sterrato che ci conduce direttamente alle rovine.Risparmio ai lettori l’inutile divagare sortito dal naturale entusiasmo di uno studente che vede materializzarsi dinanzi a sé la testimonianza diretta e materiale di un passato che, a fatica, ha tentato di risvegliare con le sue affannose ricerche, nel lungo nonchè appagante lavoro incastonato nelle pagine cartacee della propria tesi di laurea. Al Serro di Tavola, a più di 900 metri sul livello del mare, ci si imbatte nelle plurimillenarie rovine di un phrourion, una fortificazione attiva fra la fine del VI e i primi decenni del V sec. a.C.; la paternità di questa costruzione spetta ai greco-calcidesi della polis di Rhegion (attuale città di Reggio Calabria). Tale phrourion sorge presso uno dei più importanti assi viari interni, congiungenti la litoranea e i piani a suo ridosso con i monti aspromontani, ricchi di legname e vitali nel quadro della produzione economica locale reggina, basata essenzialmente nell’accumulo e nella commercializzazione di oli, vini, pece e formaggi.Il complesso si presenta strutturalmente come un quadrilatero di circa 49 x 44 metri, costituito per lo più da grossi e squadrati blocchi in arenaria. Secondo le recenti formulazioni della Dott.ssa Liliana Costamagna, il sito rivela due distinte fasi edilizie, che esaminerò e commenterò in maniera cursoria. La prima fase, risalente alla fine del VI sec. a.C., rivela dei muri perimetrali larghi fino al metro e ottanta e composti da pesanti blocchi di pietra squadrati. Queste caratteristiche, insieme al rinvenimento di frammenti fittili di natura votiva, consentono di ipotizzare per il fortino del Serro di Tavola una funzione di presidio territoriale, ossia di difesa militare dell’altopiano, posto a guardia di un’ubicazione straordinariamente rilevante a livello strategico. I reperti votivi documentano altresì l’esigenza di sottoporre l’area alla tutela sacrale dei numi; è un fenomeno che si riscontra spesso nel mondo ellenico, quello di esorcizzare la paura degli attacchi nemici costruendo fortezze/santuari dedicati a divinità o eroi cittadini. La cosa non mi stupisce, dato che le fonti storiografiche attestano spesso, nel corso della seconda metà del VI sec. a.C., il ricordo di scorrerie liminali occorse fra i Reggini e i confinanti Locresi, seppure il Serro di Tavola si trovi a diversi chilometri di distanza dal fiume Metauros/Petrace, tradizionale linea di demarcazione fra i territori delle due città rivali. D’altronde, contrariamente a quanto avviene oggigiorno, le vie di comunicazione della zona constavano soprattutto in arterie interne, tralasciando ovviamente i cabotaggi marittimi.La seconda fase edilizia si presenta maggiormente interessante per l’osservatore: il complesso viene verosimilmente ridotto per dimensioni e profondamente ristrutturato. I muri perimetrali non superano adesso i 120 centimetri e ad essi si aggiungono archi ed ambienti presumibilmente destinati all’immagazzinamento di merci ed animali (depositi e stalle). La rifunzionalizzazione del Serro di Tavola induce quindi a ritenere che, nei primi decenni del V secolo a.C., i Reggini non temessero più gli attacchi dei nemici da nord. Effettivamente, sulla base di recentissime indagini archeologiche, è possibile che Rhegion avesse portato a termine, nel periodo in questione, la conquista della postazione di Metauros (odierno territorio di Gioia Tauro) ai danni dei Locresi.Sono circa le tredici e i miei compagni di avventura mi distolgono dalle mie silenti meditazioni, ricordandomi che è ormai ora di tornare a casa per pranzare. Per tutto il tempo non ho fatto altro che riflettere sui suddetti dati, sordo alle domande rivoltemi dall’equipe, ai loro apprezzamenti sulle apprezzabili valenze paesaggistiche del luogo, alle loro ragionevoli critiche per la miserevole attenzione riservata dagli enti locali e nazionali circa la gestione e la valorizzazione di questa intatta testimonianza delle nostre gloriose radici greche. Così lascio il Serro di Tavola, incalzato dalle legittime esigenze alimentari dei miei accompagnatori, promettendo a me stesso di tornarci preso, munito di più tempo e di un equipaggiamento migliore, magari alla testa di un gruppo di visitatori, innamorati come il sottoscritto del potere evocativo esercitato dai troppo spesso ignorati retaggi di un passato che risorge, invocando prepotentemente il rispetto che gli spetta.

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