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sabato 13 dicembre 2008

Bagnara fra Macerie e Ricordi

Fra le molteplici attività organizzate da amministrazioni pubbliche ed associazioni culturali del luogo, in occasione della ricorrenza del primo centenario (1908-2008) dal tragico sisma che coinvolse le province di Reggio Calabria e Messina, merita di essere segnalata una brillante iniziativa privata inerente l’allestimento di una mostra fotografica commemorativa che rispolvera numerose immagini d’epoca, curata da un appassionato collezionista, il sig. Carmine Dominici, gestore di una pompa di benzina presso via Don Minzoni, a Bagnara Calabra (RC).
I locali dello storico distributore di carburante bagnarese costituiscono il suggestivo sfondo per l’ esposizione di due antiche cornici, contenenti decine di fotografie che ritraggono i punti nevralgici della cittadina di Bagnara Calabra, superbamente immortalati nei giorni successivi all’apocalittico evento. “Bagnara fra macerie e ricordi”, evocativo titolo della mostra, costituisce soprattutto una preziosa fonte documentaria, ancor più coinvolgente poiché in grado di cogliere svariati aspetti di una realtà quotidiana e paesana sconvolta dagli effetti rovinosi del terremoto, mostrando inoltre particolare attenzione alle microstorie dei cittadini, ai cambiamenti urbanistici e paesaggistici, al fine di serbare un’imperitura memoria del nostro passato.
La fruizione dell’evento è gratuita e le fotografie potranno essere visionate durante i consueti orari di lavoro dell’officina fino a tutto il mese di Gennaio del nuovo anno.


sabato 22 novembre 2008

L'Enuma Elish

L’Enuma Elish è un lungo poema teo-cosmogonico in forma metrico-poetica, di cui esistono 4 diverse redazioni (paleo-babilonese, neo-babilonese e due versioni assire) pervenute in 7 tavolette, il cui nome deriva dalle prime due parole del testo (“Quando in alto….”); esso esprime la giustificazione teologica dell’ascesa di Marduk, dio-nazionale babilonese, al vertice del pantheon mesopotamico, in parallelo con l’ascesa politica di Babilonia, agli inizi del II Millennio A.C.. Per quanto concerne le fonti, si tratta sicuramente di un riadattamento di tradizioni mitiche precedenti di origine sumerica :il dio babilonese assume pertanto le stesse prerogative di una divinità sumerica, Enlil, di cui prende il posto in alcune imprese, ovvero la sconfitta di Tiamat, il mare primordiale, dal cui corpo squarciato emergono il cielo e la terra; successivamente Marduk procede all’ordinamento e alla armonizzazione del mondo, “fissando i destini”, ossia le prerogative e gli ambiti di competenza degli dei.
L’Enuma Elish, è un testo “canonico”, ossia promanato da un luogo di culto e segnato dall’autorità di una casta sacerdotale, che nel contesto mesopotamico è depositaria della elaborazione, conservazione e divulgazione del patrimonio mitico-religioso nonché del rapporto fra la rievocazione del mito e la prassi cultuale; infatti l’Enuma Elish veniva recitato in occasione della Festa di Capodanno o Akitu, al fine di chiudere l’anno precedente, inaugurare il nuovo anno e stabilire i destini di dei e uomini; così come la divinità aveva avuto un ruolo decisivo nella vicenda cosmica, stabilendo le prerogative delle divinità e il rapporto fra uomini e dei, così la rievocazione rituale del poema rinnovava per un anno la protezione divina sulla città e stabiliva il destino del re; nel mondo mesopotamico il re è infatti il depositario di tutte le forze vitali della comunità e del territorio, e l’Akitu implicava la sua detronizzazione, la sua umiliazione ed infine la ricostituzione della figura reale; in altri termini il re veniva riportato alla sua situazione originaria, caotica ed indistinta ma poi veniva investito di tutte le sue funzioni atte a garantire la vita della comunità.
L’origine nel mondo nell’Enuma Elish è strettamente connessa con l’attività produttiva dei principi primordiali, attraverso genealogie di coppie divine a partire dalla coppia delle acque primordiali Apsu-Tiamat; le divinità più giovani tentano di reagire all’egoismo degli archai, e cioè a mutare la situazione caotica-primordiale: Ea attraverso pratiche magiche (ossia scongiuri e manipolazione di sostanze specifiche) riesce a sconfiggere Apsu; sarà Marduk, figlio di Ea, a sconfiggere il mostro Kingu e Tiamat, dal cui corpo straziato sorgeranno il cielo e la terra e a procedere all’ordinamento e all’armonizzazione del mondo attuale, fissando le competenze di dei e uomini. Per quanto concerne l’antropogonia nell’Enuma Elish l’uomo è plasmato col sangue di una divinità uccisa; la sua funzione è sostituire una cerchia di divinità minori nel lavoro e nel sostentamento degli dei; emerge dunque una “colpa antecedente” che determina il rapporto attuale uomini-dei, quello cioè dell’uomo come “schiavo del dio”.

martedì 18 novembre 2008

L'appartenenza alla comunità civica nelle poleis greche


La cittadinanza ateniese si acquisiva per nascita e, dopo successivi interventi legislativi (451/450 a.C.), da entrambi i genitori ateniesi. Si diventava cittadini a pieno titolo solo dopo il compimento del diciottesimo atto di età, in seguito un iter procedurale che contemplava il giudizio dei demoti, ossia i cittadini iscritti al demo, che giudicavano ad occhio l’età e si pronunciavano sullo status di libertà o sulla legittimità del candidato. Era prevista una procedura di appello, anche perché la posta in gioco era l’esclusione dai privilegi politici di cui godevano i cittadini ateniesi a pieno titolo. Successivamente, la boulè procedeva alla dokimasia, un esame conclusivo che poteva anche annullare le precedenti decisioni prese dai demoti.
L’iscrizione avveniva nelle liste dei tenute da ogni demo e nel registro di tutti coloro che potevano partecipare all’ekklesia: mancava una registrazione anagrafica centralizzata di cittadini o stranieri residenti.
Ovviamente nella società greca non esistevano strumenti di identificazione personale, per cui diventava arduo difendersi da eventuali accuse di illegittimità. La prima forma di controllo era il riconoscimento paterno e l’assegnazione del nome; successivamente l’individuo riceveva una forma di legittimazione pubblica attraverso la presentazione alla fratria, in seguito alla quale il nuovo entrato veniva registrato col proprio nome, patronimico e col nome collettivo della fratria. L’entrata nella fratria era riconfermata durante le festività Apature, quando il giovane in procinto di passare all’età adulta offriva ad Artemide i suoi capelli tagliati e offre il sacrificio alla dea. Ad Atene ogni fratria aveva regolamentazioni diverse: presso alcune bastava il semplice riconoscimento paterno, mentre in altre si svolgevano delle votazioni, specie dopo una contestazione.
Dato che la fratria aveva competenze soprattutto sacrali, il registro aggiornato di queste ripartizioni non aveva probabilmente valore certificante nel mondo della polis. La concessione della cittadinanza ateniese agli stranieri era regolata dall’assemblea popolare, sulla base di un doppio voto. Avveniva spesso che, in caso di guerra o conflitti sociali interni, molti stranieri approfittassero della situazione per cercare di ottenere la cittadinanza, specie per gli stranieri provenienti da altre poleis che quindi non erano noti in città, oppure comprando testimonianze false.
Inoltre, Atene ospitava migliaia di stranieri residenti, attirati dalle possibilità economiche della polis: pertanto spesso venivano organizzati dei controlli rigorosi sulle registrazioni di stranieri e cittadini. Siamo a conoscenza di una prima revisione operata nel 445/444 a.C., in modo da stabilire chi dovesse essere coinvolto nella distribuzione del grano egizio. Nel 346/345 a.C. i demi cittadini procedettero ad una revisione globale per votazioni, che fu preda di manipolazioni e vendette politiche.

I diritti politici dei cittadini

Anzitutto i cittadini non erano obbligati a partecipare alla vita politica, seppure l’Epitaffio di Pericle definisca la partecipazione attiva e diretta del cittadino alla politica cittadina il fondamento della democrazia ateniese. Diversamente, nel IV sec. a.C., il non essere coinvolto nelle assemblee o nei tribunali diventa un motivo di lode.
Atene contava, prima della fine della Guerra del Peloponneso, dai 30.000 ai 40.000 cittadini; la partecipazione all’ekklesia, alla boulè, ai tribunali popolari dovette essere, specie dopo l’introduzione delle indennità, molto ampia, se si considera che un giorno sì ed un giorno no, migliaia di cittadini venivano convocati dagli organi istituzionali della polis. Va altresì considerato che non esistevano mezzi di comunicazione, percui l’unico modo per essere informati sulle attività politiche e legislative cittadine era quello di leggere le leggi esposte nell’agorà, oppure essere informati oralmente. Di conseguenza, la partecipazione alla vita politica cittadina garantiva ad un cospicuo numero di cittadini la conoscenza degli affari pubblici e una discreta preparazione politica.
I vantaggi economici dei cittadini erano quelli di possedere terre e case e sfruttare i proventi delle miniere del Laurion; godevano delle indennità per la partecipazione alle funzioni pubbliche e agli spettacoli teatrali (theorikon), successivamente estesa persino ai giorni di festa. Inoltre, i cittadini ateniesi potevano godere di alcune forme di previdenza sociale, con sussidi per gravi infermità, o in casi di carestie o guerre. Il cittadino, se accusato, poteva difendersi in tribunale senza intermediari, non poteva essere torturato, né incarcerato preventivamente.
Fra i doveri, c’era l’obbligo di pagare le tasse e di prestare il servizio militare.

Atene non aveva regolari sistemi di tassazione diretta, percepiti dai greci come un segno di schiavitù; le tassazioni consistevano anzitutto nella eisphorà, la contribuzione basata sul patrimonio, inizialmente decisa per finanziare, in caso eccezionale, le spedizioni militari, in seguito veniva regolarmente pagata da cittadini e meteci.
Le liturgie erano destinate ai più ricchi e consistevano nel fornire servizi che lo stato non poteva garantire, quali l’allestimento dei cori per le rappresentazioni teatrali, il finanziamento per le gare sportive, la costruzione delle triremi. La liturgia si basava su una sorta di autocertificazione del patrimonio, a cura dei cittadini, che bene conoscevano le risorse dei propri vicini che, potevano ricorrere all’antìdosis, che prevedeva il carico della liturgia da parte di un altro segnalato per avere risorse maggiori. Il tribunale poteva decretare lo scambio l’assunzione della liturgia da parte dell’altro, oppure lo scambio del patrimonio. I cittadini prestavano il servizio militare dai 20 ai 40 anni, mentre fra i 50 e i 59 erano reclutati i riservisti; i meteci o gli schiavi potevano essere mobilitati in caso di grave emergenza. Dai 18 ai 20 anni i cittadini ateniesi svolgevano l’efebia, un periodo di addestramento al termine dei quali si provvedeva all’acquisto della panoplia o del cavallo, a seconda delle possibilità economiche. L’efebia sanciva anche l’ingresso del giovane nella comunità civica; il primo anno si svolgevano compiti di pattugliamento nella zona del Pireo, mentre nel secondo anno si svolgevano compiti di guarnigione nelle zone di frontiera dell’Attica. Il momento clou era la consegna delle armi, che avveniva prima della partenza per il pattugliamento, durante la quale l’efebo prestava giuramento in difesa della città, delle leggi, degli dei.
La polis remunerava l’esercito cittadino con 4 oboli al giorno per campagne di breve durata e di 6 oboli (una dracma) per campagne lunghe e lontane. Gli esclusi
Schiavi, donne e meteci erano esclusi dalla cittadinanza e dai diritti politici ad Atene; è stato calcolato che sulla base della popolazione attica, 8 su 10 non godessero di diritti politici. La donna era relegata alla vita domestica, salvo festività e matrimoni, in virtù della sua presunta inferiorità biologica.
I meteci provenivano da altre poleis o da territori non ellenici; erano perfettamente integrati nel tessuto economico della città. Si diventava meteci dopo un certo periodo di residenza, previa l’iscrizione al demo e il pagamento del metoikion, la tassa sugli stranieri, di entità piuttosto bassa. I meteci sottostavano alle leggi cittadine e pagavano le tasse e godevano di alcuni privilegi, quali l’accesso ai tribunali, seppur con alcune restrizioni, e la partecipazione alle Panatenee, l’esonero parziale o totale dalle tasse, il diritto a possedere case. Tuttavia, i meteci erano esclusi dalla vita politica, dalle feste principali, seppur la loro presenza in città venisse incoraggiata per questioni di ordine economico; non potendo possedere case, essi si dedicavano al commercio, all’artigianato, ad attività creditizie.
La prossenia stabiliva un legame fra due città volto a tutelare lo straniero: il prosseno era una sorta di console, un cittadino ateniese che rappresentava una città straniera, che gliene aveva conferito il titolo, e che quindi provvedeva a difendere i cittadini che provenivano da essa, in cambio di onori e privilegi da riscuotere in quella determinata città.
Gli schiavi erano impiegati in ogni attività produttiva; potevano essere riscattati pagando delle somme di denaro, oppure attraverso la pratica della manomissione, quando cioè il padrone, per meriti acquisiti dallo schiavo, procedeva alla liberazione dello schiavo.

lunedì 17 novembre 2008

Le Origini del Mito


Il termine greco mito significa essenzialmente “racconto”, e designa una narrazione “tradizionale”, ossia accettata da una società/gruppo umano come “vera” e, che pertanto esprime nozioni e realtà ritenute valide a livello esistenziale. Nell’ambito di contesti religiosi di tipo politeistico, ossia implicanti un pantheon organico di personaggi sovrumani con personalità fortemente caratterizzate e dotate di specifici ambiti di competenza, si constata l’esistenza di complesse e raffinate speculazioni di carattere teo-cosmogonico, la cui caratteristica peculiare rispetto ai “miti di origine” propri delle culture cosiddette “primitive”, è appunto la presenza di riflessioni elaborate, relative all’origine del cosmo, degli dei, degli uomini (i miti d’origine prendono spesso come riferimento la figura dell’”eroe culturale”, che ha dato vita a quelli che sono gli elementi determinanti della società umana attuale, per poi ritirarsi in uno stato d’oziosità). Le caratteristiche comuni dei miti teo-cosmo-antropogonici di tali culture “alte” sono da ricercare anzitutto nella struttura iniziale di tipo caotico-evolutivo: alle origini si collocano infatti dei principi primordiali, archai, che rispetto agli dei dell’attualità non hanno una precisa personalità e, sono caratterizzati da un rapporto molto forte ed intimo con gli ambiti cosmici che presiedono. Dagli archai si passa alla creazione e all’ordinamento del mondo, realizzato spesso dalle generazioni divine più giovani, che spesso resistono ad un ultimo tentativo di ripristino dei prinicipi caotici, attraverso lotte cruente con personaggi di carattere mostruoso. Quando si fa riferimento a precise antropogonie, spesso si denota come l’uomo sia il frutto di “colpe antecedenti”, dalle quali deriva l’attuale rapporto con la divinità, come nel contesto religioso mesopotamico, dove l’uomo è creato per sostituire gli dei nel lavoro, e si configura pertanto come “schiavo della divinità”.
Gli aspetti grotteschi e cruenti delle narrazioni mitologiche molto spesso ne hanno determinato la condanna per es. da parte dei filosofi greci; i cristiani, in quanto professanti un tipo di religione che si pone come rivelazione divina per mezzo della figura storica di Gesù Cristo, ne espressero una condanna totale. Oggigiorno il mito ha ricevuto una rivalutazione, da parte di correnti di studiosi che affermano di poter ritrovare nelle narrazioni, se ben inserite nel contesto culturale e religioso dell’ambiente che le ha prodotte, delle “verità”. Gli “storicisti” ritengono di poter assegnare al mito una “verità esistenziale”, ma non “razionale”, ricadendo nel preconcetto della “stupidità primitiva”. Gli “irrazionalisti” invece auspicavano il mito inteso come unico mezzo di conoscenza valido, ossia la conoscenza irrazionale, mistica ed intuitiva; oppure un’altra tendenza è quella di accettare del mito la sola componente razionale, attraverso l’interpretazione allegorica e la ricerca di simbolismi. Probabilmente un metodo ottimale di procedimento è quello di non rifiutare nulla, né concedere troppo al mito; in altri termini ammetterne sia il riferimento alla verità esistenziale, sia la prospettiva mistica ed intuitiva, che la componente allegorica-razionale.
Un sistema interpretativo del mito assai diffuso oggigiorno, è quello proposto da Mircea Elide; per lo studioso infatti, il mito è tale quanto attinge ad una verità extra-temporale (dei primordi), che dà fondamento alle verità quotidiane; ciò permette di individuare quell’”avvenimento archetipale”, dal quale hanno preso forma le realtà attuali della società che ha trasmesso il mito. Secondo Eliade “rifarsi alle origini”, al “pre-formale”, consente all’uomo di partecipare dell’opera creatrice degli esseri primordiali, ripetendone gli atti e i riti; per es. costruendo una casa, ripetendo previamente l’antico rito di fondazione, conferisce una sorta di “respiro cosmico” a tale azione, distinguendola dal semplice atto contingente di costruire un rifugio. Se il mito illustra “com’è nata una cosa”, ogni creazione ispirata ad esso è dunque pervasa da un’aura di divino al quale si riconnette l’uomo.

Tuttavia il metodo interpretativo di Mircea Eliade è stato fatto proprio da alcuni studiosi di opposto orientamento, che considerano il mito come mezzo di evasione e superamento di una situazione esistenziale critica; in effetti Eliade delinea nel suo sistema interpretativo una sorta di “ottica magistica”: evocare attraverso il mito o il rito la situazione delle origini, può essere letto come una ricreazione magica di una situazione diversa da quella attuale. Ovviamente si tratta di una visione riduttiva, che riconduce l’efficacia del mito alla sola recitazione magica, mentre è risaputo come difficilmente i riti, anche quelli di natura “magica”, siano svincolati dalle concezione religiose.

Inoltre il metodo di Eliade può essere altresì soggetto ad interpretazioni di carattere “psicologistico”: il mito necessita infatti di una certa filosofia, di una certa concezione del mondo, da parte dell’ambiente e/o società che lo ha prodotto; in altri termini non basta indicare “perché in origine si fece così”, ma anche illustrare “in base a quale idea si fece così”. Un’altra contraddizione di fondo è rintracciabile in tutte quelle cosmogonie che presentano il mondo come il risultato della separazione dell’”uovo primordiale”, dalla cui separazione ebbero luogo il cielo e la terra; Eliade infatti, se da un lato considera il caos iniziale come qualcosa di amorfo e indistinto dal quale occorre fuggire, d’altra parte lo intinge di totalità, unicità, perfezione. Tale duplicità di interpretazione ha già portato in passato alla nascita di concezioni religiose di carattere dualistico, come l’orfismo o lo gnosticismo; la distinzione dell’Uno e la creazione della materia, in quanto rifuggono dalla “sacralità primordiale”, sono dunque da condannare; vengono concepite pertanto concezioni cicliche della storia, si ricorre alla metempsicosi, il tutto per auspicare un “ritorno all’Uno”, alla natura divina perduta. E’ necessario dunque distinguere fra le cosmogonie di ispirazione monastica, che si fondano su un Uno Indistinto e quelle di base creazionistica, dove l’Uno appare distinto in quanto Persona e trascendente il mondo.

Rassegna Stampa

Tenendo conto dell'apparente vocazione meritocratica della nostra società, la quale spesso, contrariamente alle dichiarazioni formali, manda avanti i raccomandati o i fannulloni, o semplicemente è irresistibilmente attratta dall'idea di "pagare profumatamente il forestiero" e sfruttare i giovani autoctoni perchè "devono fare esperienza", accellerando la "fuga dei cervelli" dalla nostra bella e impossibile Calabria, oltre al mio curriculum vorrei pubblicare sul blog tutti gli articoli (estratti dalla Gazzetta del Sud, Il Quotidiano e Calabria Ora) inerenti la mia persona e il duro lavoro svolto. Lo vedete, cari politici nostrani, che le persone con titoli ed esperienze li potete trovare pure vicino casa?






giovedì 13 novembre 2008

I Confini di Rhegion negli anni della Tirannide degli Anassilaidi

video

Lezione vocale integrata con presentazione multimediale nella quale vengono definiti ed analizzati, sulla base di recenti studi storici, archeologici e toponomastici, i confini della polis di Rhegion all'apice della sua prosperità politica ed economica, gli anni della tirannide degli Anassilaidi (494-460 a.C.).

Per eventuali delucidazioni sull'argomento inserite un commento al post o scrivete a nata@anaxilas.it

martedì 11 novembre 2008

La genesi del Tempio Greco

Se nella civiltà cretese-micenea il tema principale dell’architettura era stato il palazzo, sede dell’uomo, nella civiltà greca il comune denominatore era il tempio (témenos), sede della divinità, ossia dell’eterno; le strutture templari cominciano ad essere costruite fra l’VIII e il VII sec. A.C. sostituendosi ai santuari domestici. La forma deriva da quella che era stata la sala maggiore dei palazzi micenei-cretesi, ossia il mégaron, mentre l’orientamento era ad oriente. Generalmente il tempio possedeva una cella interna (naos), ove era collocata la statua della divinità; davanti era l’atrio, il prònaos, il quale poteva essere costituito da:
  • prolungamento delle pareti laterali della cella, fino a comprendere due colonne (antis);
  • una singola fila di colonne trabeate davanti al prònaos (pròstylos);
  • doppia fila di colonne trabeate sui due lati brevi (in questo caso oltre al prònaos vi era una altra facciata, posteriore, l’opìstodomos), (ampypròstylos).

Infine le forme in antis, pròstylos ed ampypròstylos potevano essere circondate su tutti i 4 lati da una fila singola di colonne (perìpteros) o doppia (dìpteros). Nel corso del V-IV sec. A.C. era possibile trovare templi a pianta circolare (thòloi). La struttura poggiava su un basamento in blocchi di pietra squadrati (stereobate), la cui piattaforma superiore (stilobate) reggeva la struttura; in sostanza il tempio era costituito da montanti (colonne) ed architravi. Le colonne sostenevano la trabeazione, suddivisa in architrave, fregio e cornice. Il tempio greco è caratterizzato da tre ordini, ossia delle disposizioni organiche delle varie parti secondo un criterio armonico tendente a costruire un insieme architettonico unitario: dorico (VII-VI sec.), ionico (VI sec.) e corinzio (V sec.).


L'ordine dorico
La colonna dorica poggia direttamente sullo stilobate, senza base; è rastremata (ossia ristretta) verso l’alto e presenta circa 20 scanalature con crinali divisori taglienti; il capitello è formato da un cuscino a pianta circolare, l’echìno, e una lastra quadrangolare, l’abaco; ad 1/3 circa dell’altezza la colonna dorica subisce un rigonfiamento, l’éntasi, al fine di attenuare la sensazione di assottigliamento che si percepirebbe alla distanza. La trabeazione (architrave,fregio e cornice) era caratterizzata da un architrave liscio che sosteneva il fregio decorato alternativamente con triglifi (rettangoli solcati in verticale, decorati con tronchi di cono, le gocce) e metope (spazi quadrangolari); la cornice era composta da un elemento orizzontale di base (gèison), da uno dello stesso tipo, sovrapposto ed inclinato (gèison inclinato), più un altro tipo sovrapposto ed inclinato (sima inclinato) ed era costituita da due frontoni. La copertura era a tegole chiuse e decorate con elementi semicircolari (antefisse); sopra la cornice correva la grondaia per lo scarico delle acque piovane, a disco o a forma di testa leonina. In sostanza, l’ordine dorico si mostra caratterizzato da semplicità e monumentalità: è immobile ed eterno come le divinità a cui è dedicato.

L'ordine ionico e l'ordine corinzio

La colonna ionica è dotata di una base costituita da rientranze e sporgenze, tori e trochili, si presenta anch’essa rastremata verso l’alto, ma le scanalature sono più numerose (circa 24) e i crinali divisori sono arrotondati e non taglienti; ciò garantisce un morbido chiaroscuro, impedendo come nel dorico l’opposizione netta luce/ombra. Nel capitello l’echìno è ornato con decorazioni ovoidali ed è separato dall’abaco quadrato da un elemento intermedio, il pulvino, che si curva lateralmente in due ampie volute con listelli. L’architrave si divide in tre fasce ed è sormontato da un fregio continuo, spesso decorato in rilievo. In pratica l’ordine ionico segna il prevalere della linea retta ionica, la maggiore eleganza di quella curva.
L’ordine corinzio costituisce una evoluzione di quello ionico; la differenza sostanziale sta nel capitello, ornato con foglie d’acanto stilizzate; tale capitello sarebbe stato ispirato da uno scultore di V sec. A.C., Callimaco, mentre osservava un cesto sulla tomba di una fanciulla.

lunedì 10 novembre 2008

Incontro sul tema "Il territorio reggino fra storia e mitologia"

Martedì 18 Novembre 2008 alle ore 17 avrò l'onore e il piacere di tenere, presso la saletta del chiostro della Chiesa di S. Giorgio al Corso di Reggio Calabria, un incontro-convegno sul tema "Il Territorio Reggino fra Storia e Mitologia".
I luoghi del territorio reggino hanno spesso costituito la suggestiva ambientazione di miti e leggende appartenenti da millenni al nostro patrimonio culturale. L'etimologia dello stesso termine greco mithos si attiene ad una narrazione portatrice di realtà esistenziali valide per il gruppo umano che la tramanda. In questa prospettiva l'analisi di vicende note e meno note inerenti il corpus delle nostre tradizioni orali e letterarie, dalla purificazione di Oreste alle cicale mute del fiume Alece, ne mostrerà i numerosi risvolti storici, aiutandoci inoltre a riscoprire e a valorizzare l'identità culturale reggina, sovente esposta alle dimenticanze di una società in continuo movimento.
Ringrazio sentitamente l'Associazione Culturale Anassilaos per l'ennesima possibilità concessami di divulgare alcuni dei più affascinanti e poco noti argomenti inerenti la plurimillenaria Storia degli Uomini dello Stretto. La mia conversazione sarà integrata da una presentazione multimediale, ed avrà una durata di circa trenta minuti, ai quali spero seguirà un costruttivo dibattito con i presenti. Invito ufficialmente tutti gli utenti interessati a partecipare ed, eventualmente, a discutere sull'argomento, a non lasciarsi sfuggire questo appuntamento.

domenica 9 novembre 2008

La Costituzione di Sparta


L’ordinamento politico spartano, per via della sue caratteristiche di staticità e compattezza, ebbe l’effetto di un miraggio sugli autori greci come Senofonte, Platone ed Aristotele, che ne fecero il punto di riferimento del pensiero politico oligarchico. In realtà, la costituzione spartana possiede, secondo Aristotele, degli aspetti democratici, da individuare nelle peculiarità del modo di vivere degli spartiati, l’agoghè, in cui i figli dei ricchi sono educati nello stesso modo dei figli dei poveri; d’altronde l’elettività delle cariche, la mancata partecipazione del popolo al potere giudiziario, rivelano la natura oligarchica di tale sistema politico. Non è un caso che molti autori abbiano individuato nel kosmos spartano il modello di politeia ideale, all’interno del quale le tre forme di governo, monarchia, oligarchia e democrazia, si controbilanciano a vicenda in un equilibrio di forze contrapposte dato dai rapporti fra i due re, gli efori, la gherusia e l’assemblea popolare.
L’ordinamento politico di Sparta non nacque certamente con la polis: Tucidide ricorda che la città fu turbata da conflitti sociali, staseis, in misura maggiore rispetto alle altre poleis greche; al termine di questo periodo di disordini, agli inizi dell’VIII sec. a.C., Sparta si dotò di una costituzione austera e stabile, considerata modello di eunomìa, di buon governo. Si tratta della Grande Rhetra, il responso oracolare delfico ricevuto e messo in atto dal legislatore Licurgo; una legge orale, mai codificata né divulgata, che sanciva anzitutto la costruzione dei templi di Zeus Syllanios e Athena Syllania. La Rhetra definiva in primis la struttura tribale spartana, ripartita nelle tre phylai doriche (Illei, Panfili, Dimani) e in obai, i cinque villaggi; in secondo luogo, l’esistenza di una gherusia di 30 membri eletti a vita, 28 spartiati ultrasessantenni più i due re, con funzione propositiva, le cui mozioni sono presentate all’apella, l’assemblea che riunisce tutti gli spartati adulti di pieni diritti politici, che presumibilmente non ha potere di controproposta, ma di parola, di moderata discussione. La Grande Rhetra non menziona i cinque efori, la cui lista risale al 754/753 a.C, letteralmente “guardiani”, “supervisori”; erano eletti ogni anno fra tutti gli spartiati e monitoravano l’intera vita politica spartana, svolgendo la funzione di giudici, presiedendo apella e gherusia, politica estera, ma soprattutto avevano la possibilità di censurare persino l’operato dei due re. L’organizzazione sociale di Sparta prevede una fissità del numero dei cittadini di pieno diritto politico, che la tradizione storiografica ricorda in numero di novemila, padroni di altrettanti kleroi, lotti di terreno, coltivati dagli schiavi pubblici, gli iloti, probabilmente i discendenti degli abitanti originari della Laconia. I perieci (“coloro che abitano intorno”) erano invece abitanti delle borgate periferiche, liberi-non cittadini che si dedicavano a quelle attività, artigianato e commercio, che non erano consentite agli spartiati; possedevano terre e case, avevano obblighi militari, ma in alcun modo partecipavano alla direzione politica spartana. Gli aspetti sociali si integrano con l’educazione, l’agoghè; Sparta era sostanzialmente una città perennemente sotto assedio, dal momento che gli spartiati costituivano una elite politica e militare, in un rapporto di squilibrio numerico pare di 1 su 100 iloti. Le caratteristiche peculiari erano la divisione in classi di età, la preparazione costante all’esercizio della vita militare e le limitazioni alla vita familiare. Il fine era quello di forgiare rapporti di cameratismo e solidarietà maschile necessarie per la tattica oplitica, testimoniate dalle syssitia, i pasti comuni.
Presumibilmente questa struttura così articolata non maturò in maniera organica agli inizi dell’VIII secolo a.C.; la tradizione vuole che le riforme introdotte dall’eforo Chilone nel 556/555 a.C. abbiano valorizzato maggiormente il ruolo di controllo politico degli efori, nonché prodotto quella chiusura conservatrice che coinvolge anche il clima culturale che, nel corso del VII e VI sec. a.C., aveva portato alla diffusione delle opere poetiche e musicali di Tirteo o Alcmane. Come sostiene Musti, il sistema spartano è stato acquisito storicamente, come risposta a conflitti sociali e territoriali, che tuttavia non hanno snaturato delle condizioni originarie. La politeia spartana riflette in parte condizioni originarie del mondo dorico: l’apella, l’assemblea dei cittadini soldati si ricollega al ruolo dell’esercito nella conquista, così come i 30 gherontes riflettono il ruolo delle tre tribù genetiche degli Illei, Panfili, Dimani, gli efori i 5 obaì, i villaggi dal cui sinecismo nacque Sparta. D’altra parte, l’ordinamento politico spartano nella sua forma definitiva, raggiunta nel VI secolo, riflette senz’altro i conflitti sociali fra i cittadini ai quali fa riferimento Tucidide, specie nella forma diarchia, nel senso che i due re, scelti fra i discendenti delle famiglie degli Agiadi e degli Europontidi, rappresentano un compromesso volto a garantire stabilità ed equilibrio. Allo stesso modo, con le conquiste territoriali di VIII-VII sec. a.C., Laconia, Messenia, e la guerra con Argo e gli Arcadi; Sparta raggiunge un’estensione di 8.300 km2, tre volte la superficie dell’Attica, condizione che consente alla città di risolvere i problemi demografici senza ricorrere alle spedizioni coloniali, eccezion fatta per il caso di Taranto. In questo periodo le poesie di Tirteo attestano già l’esistenza di una struttura compatta ed orientata alla disciplina ed ai valori militari. Alla fine del VI sec. a.C., Sparta esaurisce la capacità espansionistica con la formazione della Lega Peloponnesiaca e la città diventa l’essenza stessa di una statica conservazione, il miraggio di Aristotele e Platone.

sabato 8 novembre 2008

Iconografia e Storia della Moneta Reggina in età arcaica e classica

Presentazione multimediale visionata durante un convegno da me tenuto sul tema "Iconografia e Storia della Moneta Reggina in età arcaica e classica" il 19/07/2008 a Bagnara Calabra (RC), nell'ambito di una "serata culturale" dedicata alle tradizioni marinare del territorio reggino, organizzata dall'Associazione Turistica Pro Loco in occasione della Sagra del Pesce Spada 2008.
Per qualsiasi commento o per eventuali delucidazioni sull'argomento scrivete sul blog o contattatemi per mail (nata@anaxilas.it)
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lunedì 13 ottobre 2008

Rhegion e Zancle: Storia economica dello Stretto fra VI e V sec. a.C.




Il fine di questa trattazione è stato quello di tracciare, sulla base delle fonti letterarie, archeologiche e numismatiche, una storia economica delle città Calcidesi dello Stretto fra VI e V secolo a.C. L’indagine è stata condotta secondo una duplice prospettiva che trova il proprio fondamento in una brillante intuizione di M. Gras: lo Stretto di Messina inteso come poros e porthmos, ossia territorio che collega in soluzione di continuità le due opposte sponde e, parallelamente, luogo di congiunzione, di crocevia, delle rotte commerciali che uniscono il Mediterraneo Orientale all’Occidente Tirrenico. In questa prospettiva è stato posto l’accento sia sull’importanza economica dello Stretto, così come sono state analizzate le affinità, i fattori di reciproco condizionamento e le cooperazioni politiche ed economiche che interessano Rhegion e Zancle nell’arco diacronico preso in esame.
Lo Stretto di Messina costituiva un naturale luogo di crocevia nel quadro delle rotte marittime passanti per il Basso Tirreno; si tenga presente che, usualmente, i navigatori provenienti da est solevano, una volta attraversato il Canale di Otranto, circumnavigare la penisola italica, attraversando lo Stretto di Messina e penetrando così nel acque del Tirreno. Consideriamo inoltre che lo Stretto si presenta geograficamente come il naturale luogo di passaggio di un sistema di transazioni commerciali che abbraccia le manifatture di fabbricazione greca o anatomica, l’ossidiana di Lipari, i metalli della penisola iberica e del Midi francese, l’ambra e lo stagno che giungevano dall’Europa Continentale.
L’importanza strategica dello Stretto – e qui ci muoviamo nuovamente nel concetto di territorio collegante in soluzione di continuità le opposte sponde- viene immediatamente percepita dai Calcidesi di Zancle che promuoveranno, nell’ultimo quarto dell’VIII sec. a.C., la fondazione di Rhegion sulla prospiciente costa calabra. Le due città saranno ognora interessate da una sorta di dialogo, sempre vivo nonostante l’elemento separatore del mare, che si rinsalda alla fine del VI sec. a.C., per poi cristallizzarsi in una simbiosi politica agli inizi del V sec., con l’instaurazione della tirannide anassilaide e quindi nella rifondazione di Zancle in Messene.
E’ sul finire del VI secolo a.C. che Reggini e Zanclei avviano un progetto comune finalizzato presumibilmente all’inserimento economico, all’interazione commerciale nel circuito delle poleis achee di Italia Meridionale, approfittando (510 a.C.) del vuoto creato dalla distruzione del centro più vitale della zona, Sibari, battendo monete in base alla tecnica incusa, caratteristica peculiare delle zecche di Magna Grecia.
D’altronde Rhegion e Zancle attraversano in questo lasso di tempo una straordinaria vitalità economica, favorita da una serie di circostanze storiche favorevoli, suffragate dalla documentazione letteraria, archeologica e numismatica. In primis, i Calcidesi dello Stretto si avvalgono di buoni rapporti diplomatici intrattenuti con i più prosperi popoli mercantili dell’epoca: Focei – e ricordiamo che Erodoto parla di una vera e propria talassocrazia focea nel Mediterraneo - , Cartaginesi, Etruschi, Liparei, Egizi ecc. In secondo luogo, la documentazione archeologica relativa all’area dello Stretto rivela la presenza di prodotti di fabbricazione greca o anatolica di primissima qualità; la ceramica calcidese a figure nere, prodotta presumibilmente da artigiani reggini, viene esportata in ogni dove del Mediterraneo.
L’idea di un ruolo centrale esercitato dalle città dello Stretto nel novero del panorama commerciale della fine del VI sec. – un ruolo che, si badi bene, legittimerà le mire dei tyrannoi sicelioti su Rhegion e Zancle – è suffragato altresì da motivazioni di carattere numismatico; prendiamo in considerazione le monete battute da Rhegion e Zancle nei primi anni della tirannide anassilaide: gli esemplari sono battuti in base al sistema ponderale calcidese, basato su un’unità-base di riferimento per l’argento, una dracma di 5,50-5,60 grammi. Ebbene, si tratta dello stesso punto di riferimento utilizzato alla metà del VI sec. a.C. da Creso di Lidia e poi ricalcato dai Persiani prima di configurarsi come piede microasiatico, in vigore a Cipro e presso numerosi centri del Mediterraneo Orientale. Un’altra, significativa analogia si ravvisa nel tetrobolo foceo, nominale impiegato a Focea di Asia Minore e presso le sue apoikie occidentali, come Velia/Elea o Massalia, corrispondente ai 2/3 del siglo persiano e quindi allo stesso quantitativo di dracme calcidesi.
Non soltanto i confronti ponderali, ma anche l’analisi iconografica sembra documentare una serie di rapporti culturali e commerciali congiungenti l’area del Mediterraneo Orientale all’Occidente Tirrenico con lo Stretto adibito al ruolo di naturale intermediario. Prendiamo in considerazione le serie reggine e messene battute durante il primo decennio della tirannide anassilaide, le serie identificate dalla testa di leone e dalla protome di vitello. La testa del leone è raffigurata sulle monete di elettro emesse da Mitilene a Lesbo, dove talvolta l’immagine si può ricavare dall’unione di due conii presentanti due vitelli visti di profilo, nonché sulle coeve monete di Cuma Campana, di Velia/Elea, spesso indicata come partner commerciale privilegiata di Rhegion e di Massalia, grande centro fornitore di argento del Midi francese. Inoltre, il leone reggino presenta evidenti affinità stilistiche con alcune opere etrusche, i lacunari, oltre ad essere l’emblema tradizionale di Cartagine.
Ultima considerazione da fare riguarda la circolazione degli esemplari con leone/vitello, rinvenuti in Egitto, Siria e persino nelle zone interne dell’Impero Persiano.
In definitiva, la numismatica sembra suffragare l’importanza commerciale dello Stretto, questa posizione assai rilevante assunta da Rhegion e Zancle/Messene nel novero delle interazioni commerciali coinvolgenti l’intero bacino del Mediterraneo Antico.

domenica 12 ottobre 2008

La genesi dell’Europa fra storia e mitologia: una finestra sul mondo greco

1 - L’etimologia e il mito

Il toponimo Europa deriva dal greco Ευρώπη e consisteva originariamente in un nome di donna il cui significato rimanda al significato di “grandi occhi”, “che guarda lontano”; era questo il nome della figlia del re di Tiro Agenore che, stando ad una novella mitologica risalente perlomeno all’VIII sec. a.C. (infatti Omero annovera la principessa Europa fra i numerosi amori di Zeus, mentre Esiodo fa riferimento ad un’Europa figlia della divinità marina Teti) e successivamente rielaborata da Ovidio nelle Metamorfosi. Il mito narra della principessa Europa, figlia del re dei Fenici (il cui regno si estendeva sul territorio dell’attuale Libano e comprendeva le fiorenti città di Tiro e Sidone), che scesa al mare con le ancelle incontrò sulla spiaggia un toro bianco di grande bellezza e mitezza, tanto da indurla a cavalcarlo. Ma il toro si lanciò attraverso il mare trasportando la fanciulla fino all’isola di Creta, dove assunse le sembianze di Zeus e con lei generò tre figli, tra i quali Minosse, re di Creta, e Radamanto, giudice degli inferi. Il mito continua col racconto sui fratelli di Europa, che partirono in varie direzioni per cercare la sorella: tra questi Cadmo che giunse nella Grecia continentale e qui fondò Tebe; a lui è attribuita la trasmissione dell’alfabeto dalla Fenicia alla Grecia. In generale il mito rappresenta un movimento di civiltà da Oriente a Occidente e il nome Europa, dato ai territori occidentali, riflette questo spostamento. Secondo studi recenti, i culti dei bovini e della luna (le corna del toro hanno la stessa forma della falce di luna e i due simboli venivano collegati nei riti religiosi) adombrati nel mito di Europa furono trasmessi attraverso le migrazioni dal Medio Oriente e dall’Africa alla Grecia. Già secondo Erodoto (V secolo a.C.), il mito di Europa si riferiva al costume del rapimento di fanciulle a scopo di matrimonio forzato, di cui un altro esempio – in senso speculare – era la storia di Paride ed Elena.

2 - L’idea di Europa come entità geografica

Gradualmente il termine greco Ευρώπη traslò il proprio significato originario di “grandi occhi”/ “che guarda lontano” ad “Occidente” nel senso di “dove tramonta il sole”, finendo per designare quindi, in accezione geografica, il continente europeo. Si tratta tuttavia di una speculazione maturata in ambiente siceliota fra la fine del V e l’inizio del IV sec. a.C. dall’ammiraglio e storico di Dionigi il Grande Filisto (tramite Eforo e Timeo da cui attingerà Diodoro), sulla base di una strategia propagandistica volta a fare della dynasteia del tiranno siracusano una syngheneia, uno stato europeo multietnico (esteso all’Africa Settentrionale, considerata parte del continente europeo, idea poi ripresa dai geografi romani) costituito da greci e barbari che si contrapponeva al Gran Re di Persia, signore dell’Asia.
La prima attestazione documentata della divisione geografica dell’ecumene in continenti è contenuta nelle Periegesi di Ecateo di Mileto (520 a.C. circa), in cui le terre emerse, circondate dal Fiume Oceano ed attraversate dal Mare Interno (cioè il Mediterraneo), sono ripartite in due parti, Europa ed Asia, nomenclature derivate da nomi di donna, da figure eponime attinte dalla mitologia (lo conferma Erodoto in IV, 175); è arduo precisare se Ecateo facesse riferimento all’Africa, ovviamente la parte settentrionale allora conosciuta, come terzo continente oppure come appendice dell’Asia.
Le delimitazioni spaziali inerenti l’Europa e l’Asia variano a seconda delle conoscenze geografiche degli autori antichi e del contesto storico in cui vissero; sembra che gli ionici individuassero il confine orientale con il corso del fiume Nilo a sud, e con i fiumi Fasi e Tanai a settentrione, nella regione della Colchide (la zona dell’attuale Bosforo e dello Stretto dei Dardanelli). Erodoto polemizza con tali ripartizioni in virtù della limitatezza delle conoscenze geografiche, specie in riferimento all’esatta definizione dei confini occidentali del continente europeo ( “…Dell’Europa nessuno degli uomini sa se sia circondata dal mare….”IV, 175); Tucidide (II, 97, 5) la identifica con i territori compresi fra l’Adriatico e il Ponto Eusino.
Per tutta l’età antica la divisione del mondo in continenti oscillò fra i sostenitori della ripartizione (due continenti, Asia ed Europa) e quelli delle tripartizione (Asia, Europa ed Africa): i primi includevano l’Africa all’Europa o all’Asia a seconda del contesto storico in cui vivevano (gli storiografi romani infatti non esitavano ad includere l’attuale Africa Settentrionale, ovvero l’unica regione che conoscevano di quel continente nel continente europeo) , mentre i secondi ne fissavano i confini al corso del Rodano o alle Colonne di Ercole.

3 - Il dualismo Europa-Asia

Nella concezione greca di età classica l’Europa si contrappone all’Asia non solo come entità geografica, ma anche come identità culturale, come complesso di valori; tale dualismo tende ad identificarsi nei secoli V-IV a.C. nello scontro fra la Grecia e la Persia, di cui la Guerra di Troia rappresenta l’antecedente leggendario.
In un certo senso i Greci sembrano immedesimarsi nel concetto di Europa, non però come si direbbe oggi nel senso di stemperare la propria identità greca in una più vasta identità europea, ma piuttosto nel senso di identificarsi con l’Europa, nel senso di dire “l’Europa siamo noi”. Le prove di questa affermazione sono da rintracciare nel determinismo geografico di Aristotele: i popoli che abitano nei paesi freddi hanno coraggio e sono capaci di difendere la propria libertà, mentre i popoli asiatici, hanno razionalità ma sono sudditi e schiavi per via delle caratteristiche di stabilità del proprio clima che li rende “molli”, passivi; solo gli Elleni, in virtù della loro posizione geografica intermedia hanno quindi ereditato l’eredità degli uni e degli altri: coraggiosi e liberi, intelligenti e razionali.
La prima fonte a noi nota sulle guerre persiane e cioè Eschilo, che aveva combattuto al fianco di Milziade a Maratona, nelle Persiane (rappresentate alle Dionisie di Atene verso il 472/471 a.C.) parla di “libertà dei greci” e non di “libertà dell’Europa”; la spedizione di Serse è diretta contro Atene. Va tuttavia considerato che l’unica menzione del termine Europa nella tragedia (vv. 798-799; “…Non tutta l’armata dei Barbari varcò lo stretto dell’Ellesponto, uscendo da Europa?...) riferita all’attraversamento dell’Ellesponto, costituisce la principale colpa di Serse, l’atto di superbia compiuto contro i Greci, ossia il passaggio di quello che era percepito come il confine naturale fra i due continenti.
Le Troiane di Eschilo presentano altresì alcuni elementi destinati a divenire dei topoi nella letteratura successiva, primo fra tutti la contrapposizione libertà/schiavitù: la regina Atossa chiede ai Persiani chi sia il re dei Greci, stupendosi quando questi rispondono che in Ellade non vi è alcun monarca, seppure essi, da uomini liberi, avessero sconfitto dieci anni prima l’esercito di Dario a Maratona. Successivamente il binomio libertà/schiavitù sarà ripreso nel celebre dialogo fra Serse e Demarato, riportato da Erodoto: l’esiliato spartano risponde a Serse, che chiedeva come potessero i Greci, non dovendo sottostare ad alcun padrone, non scappare davanti alle truppe persiane, dicendo che essi temevano la loro legge più di quanto i suoi sudditi temessero il Gran Re.
Del resto, è proprio con lo storico di Alicarnasso, di una generazione posteriore rispetto ad Eschilo, che inizia la contrapposizione dei valori fra Europei ed Asiatici. In primo luogo, a differenza delle Troiane di Eschilo, le spedizioni persiane hanno come obiettivo la conquista dell’Europa (dialoghi fra Serse e i suoi consiglieri); inoltre, l’interesse che lo storico mostra per i costumi orientali diviene fortemente critico quando essi sono paragonati a quelli ellenici: così Pausania, dopo la battaglia di Platea, schernisce il lusso persiano quando vede i tesori custoditi nella tenda di Mardonio.
Un’altra contrapposizione presente in Erodoto concerne il binomio povertà/ricchezza che divide profondamente l’Europa dall’Asia: la povertà della Grecia, come afferma Demarato in un dialogo con Serse, ha insegnato ai suoi figli ad essere forti e coraggiosi e superare le difficoltà, spiegando inoltre la maggiore bellicosità degli Elleni rispetto ai barbari.
Le radici della contrapposizione fra Europa e Asia risalgono al tempo del mito: così Erodoto, nel I libro delle Storie, intendendo individuare le ragioni profonde dell’epocale scontro fra greci e barbari, enumera la lunga serie di reciproci rapimenti di fanciulle, Io, Medea ed Elena, la guerra di Troia, hanno determinato l’inamicizia degli Asiatici verso tutto ciò che è europeo e greco in particolare (“Da allora, sempre , tutto ciò che è greco è da loro considerato nemico. Poiché i Persiani considerano l’Asia e i popoli che vi abitano come cosa loro; con l’Europa, invece, e con il mondo greco in particolare, ritengono di non aver nulla in comune.”)

4 - La concezione di Europa nelle fonti persiane

I Persiani distinguevano con sicurezza l’Asia, posta sotto il loro dominio da Ahura Mazda, e gli altri paesi, contro i quali muovevano solo per vendicare qualche offesa subita; ciò non significa che essi percepivano il concetto di Europa, ma mostra comunque che essa era considerata come un continente diverso dal loro. Le fonti di cui si dispone sono delle iscrizioni reali di Dario e Serse, databili fra la fine del VI e l’inizio del V sec. a.C. e presentanti spesso, insieme al nome del sovrano e dei suoi numerosi epiteti, l’elenco dei popoli tributari al Gran Re.
In base alle consuetudini geografiche dei Persiani, si soleva distinguere fra i popoli abitanti sulla terraferma da quelli “che abitano aldilà del mare”, i paradraya; con questa espressione si designano sia i popoli dell’Europa Continentale che avevano un esatto corrispondente in Asia (Ioni e Sciti), sia le regioni europee situate aldilà degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, la stessa linea di demarcazione fra i due continenti individuata da Erodoto (infatti Egizi, Libici ed Etiopi non sono indicati come paradraya). Si tratta quindi di un’espressione generica che rivela certa imprecisione del pensiero geografico persiano o, più probabilmente, nasconde la volontà politica di non delimitare mai perfettamente, per quanto possibile, i domini del Gran RE onde poter sempre avanzare nuove rivendicazioni su nuovi territori. Un’ulteriore prova a supporto di tale teoria è da ricercare nel termine con cui in un’iscrizione reale di Serse sono menzionati gli Ionii, Yauna; un termine che presumibilmente indica in genere le popolazioni elleniche, distinte in Yauna della terraferma (le città greche di Asia Minore), delle isole e Yauna paradraya, “Ioni che vivono aldilà del mare”, come sudditi di Serse (quindi l’iscrizione è di poco precedente alla conclusione della seconda guerra persiana, quando il dominio di Serse si è esteso sino all’Attica).

Recensione de "L'amore in sè" di Marco Santagata



Il libro consigliato di oggi è (a mio parere) una delle opere più interessanti sul versante della letteratura romantica degli ultimi anni; si tratta di “L’amore in sé” di Marco Santagata, docente di storia della letteratura italiana all’Università di Pisa. Anche questo romanzo, editore Guanda, è reperibile nelle migliori librerie al costo di circa 13 euro. Santagata affronta l’impervio tema dell’amore adolescenziale districandosi con metodologica abilità in un continuo conflitto fra presente e passato, dalla gioventù trascorsa fra liete vacanze estive e lo studio matto e disperatissimo del liceo classico, alle solenni lezioni ginevrine su Petrarca, tenute da un inaridito docente universitario. L’originalità di questo romanzo sta soprattutto in una delle più riuscite razionalizzazioni a posteriori del sentimento amoroso, una follia sottoscritta e forse superata dall’uomo ormai avviato verso il tramonto della giovinezza, che tuttavia non rinuncia, quando la vita sembra appassire nella avvilente quotidianità, a rimpiangerne il perduto trasporto. Il tutto abbellito da una affascinante rilettura di Francesco Petrarca, un poeta talvolta svilito dall’obbligo scolastico, dalle pedanti litanie didattiche su concezioni straripetute ma mai adeguatamente indagate (“Il Canzoniere è diviso fra rime in vita ed in morte di Laura”, “Laura che consola e distrugge” ecc.- è chiaro che poi Laura, e di conseguenza Petrarca, finiscono per rompere le scatole agli studenti …). Il finale lascia spazio a diverse interpretazioni: la consapevolezza del ricordo aiuta a vivere o annichilisce? Scusandomi per la evidente “marzullata”, vi invito a leggere il libro che, ovviamente, ha venduto diverse migliaia di copie in meno rispetto ai romanzi di Federico Moccia (sigh!)

La paura dell'Apocalisse

Gli Europei assistono passivamente ad un processo di disgregazione dei propri valori fondanti, religione, famiglia, politica. Il venir meno del senso di sicurezza ha proporzionalmente alimentato la paura, l’angoscia del futuro, l’Apocalisse moderna, appunto. E’ proprio questa paura a determinare, più dell’insicurezza economica, il crollo demografico: una coppia esita a mettere al mondo dei figli perché ha timore del futuro; un timore che è incoraggiato dal sistema informativo, che d’altra parte non esita ad almanaccare l’ipotesi di un’offensiva islamica imminente. In realtà i cittadini europei non hanno una paura specifica, ma una marcata insicurezza vitale, condivisa spesso da individui integri fisicamente ed economicamente.
Le conseguenze di tutto ciò sono da ricercare nella proliferazione del consumismo, strumento temporaneo di evasione dalla noia, in una società che dipende sempre più da alcool, droghe ed ansiolitici e che finisce per perdere il senso del limite. Il punto è che il vuoto che si viene a creare viene così colmato da cose e non da idee; i piaceri della vita, le vacanze, il divertimento sfrenato, il mercato del sesso, sono il frutto di un godimento invecchiato e precoce che stanca presto, perché non acquisito attraverso tappe graduali.
Certamente, anche in passato la paura delle epidemie, della fine del mondo, rientravano fra le ansie che opprimevano gli individui: ma allora la società aveva i suoi antidoti in dei solidi modelli di riferimento, come la preghiera, la cultura, il lavoro, la rivoluzione. Oggi la solitudine e la mancanza di valori impediscono la pianificazione del futuro ed alimentano il disagio esistenziale.
La risoluzione? Deve essere necessariamente un vasto progetto di rinnovamento etico e politico che miri a costruire un nuovo ordine civile basato su un nuovo sistema di valori.
Occorre dunque accelerare il processo di integrazione europea, sperando che un modello di rete cooperativa internazionale basata sulla reciproca e volontaria sorveglianza della legge favorisca in tutto il mondo la nascita di simili unioni regionali. Questa idea di Europa potrebbe essere il nuovo valore fondante della società di domani, un’Europa che valorizzi l’integrazione, la tolleranza, il criticismo, come fondamenti della nostra era. Sarebbe altresì opportuno servirsi di statistiche comparative per responsabilizzare e quindi armonizzare le legislazioni degli stati membri, in termini politici, economici e culturali.
Tuttavia, un proficuo progetto di rifondazione societaria non potrebbe prescindere da un’adeguata ristrutturazione del nucleo familiare e del sistema di valori ad esso correlato. Il che significa rimodulare gli strumenti di controllo tradizionali nel rapporto genitore-figlio, strumenti ispirati a quel corpus di principi morali e caritativi propri dell’educazione cristiana, senza mai trascendere in ciechi autoritarismi. E’ bene che i principali centri di aggregazione di città e paesi più piccoli, dai partiti alle parrocchie, operino al fine di una emarginazione degli stati di solitudine degli individui, e scusate l’antitesi. La metodologia principale di tale ambizioso progetto è da ricercare nell’esempio, nel senso che, a partire dall’individualità, i primissimi comportamenti controcorrente, spesso stigmatizzati, siano fonte di ispirazione per il prossimo.
Agli inizi del XXI secolo gli uomini sono ancora atterriti da ansie apocalittiche: ma non è forse l’intenzione primaria dell’autore del celebre testo biblico (S. Giovanni Apostolo? Ma questo è un altro discorso…) quella di paventare la paura della fine per scongiurare un pessimo principio? Ai posteri l’ardua sentenza.

Cronaca di un passato dimenticato: viaggio al Serro di Tavola



La mia prima visita al Serro di Tavola risale ai primi dello scorso dicembre; è una tiepida giornata invernale, rischiarata da un sole curiosamente ardente, scenario ideale per una gita fuori stagione. Sono circa le nove, quando il conoscente che si è eroicamente offerto di accompagnarmi passa a prendermi sotto casa con la sua automobile: siamo armati di cartina topografica, fotocamera digitale e da riserve inesauribili di curiosità e impazienza.Conversando amabilmente, percorriamo la provinciale sino allo svincolo autostradale di Bagnara Calabra; qui ci aspetta il terzo componente della spedizione, un omone alto e robusto, esperto conoscitore della zona montana che stiamo per visitare. Insieme ci avventuriamo in quel groviglio inestricabile di tornanti che molti turisti affrontano per recarsi alla stazione sciistica di Gambarie di Aspromonte. Persino un amante del mare, come me, non può fare a meno di incantarsi alla selvaggia e intrigante bellezza di queste selve che sembrano divorare i viandanti fra le spire dei loro rami. Giunti ad un punto preciso che oggi non sarei più in grado di localizzare, la nostra guida ci invita a parcheggiare l’auto e proseguire a piedi: comincia così un breve sentiero sterrato che ci conduce direttamente alle rovine.Risparmio ai lettori l’inutile divagare sortito dal naturale entusiasmo di uno studente che vede materializzarsi dinanzi a sé la testimonianza diretta e materiale di un passato che, a fatica, ha tentato di risvegliare con le sue affannose ricerche, nel lungo nonchè appagante lavoro incastonato nelle pagine cartacee della propria tesi di laurea. Al Serro di Tavola, a più di 900 metri sul livello del mare, ci si imbatte nelle plurimillenarie rovine di un phrourion, una fortificazione attiva fra la fine del VI e i primi decenni del V sec. a.C.; la paternità di questa costruzione spetta ai greco-calcidesi della polis di Rhegion (attuale città di Reggio Calabria). Tale phrourion sorge presso uno dei più importanti assi viari interni, congiungenti la litoranea e i piani a suo ridosso con i monti aspromontani, ricchi di legname e vitali nel quadro della produzione economica locale reggina, basata essenzialmente nell’accumulo e nella commercializzazione di oli, vini, pece e formaggi.Il complesso si presenta strutturalmente come un quadrilatero di circa 49 x 44 metri, costituito per lo più da grossi e squadrati blocchi in arenaria. Secondo le recenti formulazioni della Dott.ssa Liliana Costamagna, il sito rivela due distinte fasi edilizie, che esaminerò e commenterò in maniera cursoria. La prima fase, risalente alla fine del VI sec. a.C., rivela dei muri perimetrali larghi fino al metro e ottanta e composti da pesanti blocchi di pietra squadrati. Queste caratteristiche, insieme al rinvenimento di frammenti fittili di natura votiva, consentono di ipotizzare per il fortino del Serro di Tavola una funzione di presidio territoriale, ossia di difesa militare dell’altopiano, posto a guardia di un’ubicazione straordinariamente rilevante a livello strategico. I reperti votivi documentano altresì l’esigenza di sottoporre l’area alla tutela sacrale dei numi; è un fenomeno che si riscontra spesso nel mondo ellenico, quello di esorcizzare la paura degli attacchi nemici costruendo fortezze/santuari dedicati a divinità o eroi cittadini. La cosa non mi stupisce, dato che le fonti storiografiche attestano spesso, nel corso della seconda metà del VI sec. a.C., il ricordo di scorrerie liminali occorse fra i Reggini e i confinanti Locresi, seppure il Serro di Tavola si trovi a diversi chilometri di distanza dal fiume Metauros/Petrace, tradizionale linea di demarcazione fra i territori delle due città rivali. D’altronde, contrariamente a quanto avviene oggigiorno, le vie di comunicazione della zona constavano soprattutto in arterie interne, tralasciando ovviamente i cabotaggi marittimi.La seconda fase edilizia si presenta maggiormente interessante per l’osservatore: il complesso viene verosimilmente ridotto per dimensioni e profondamente ristrutturato. I muri perimetrali non superano adesso i 120 centimetri e ad essi si aggiungono archi ed ambienti presumibilmente destinati all’immagazzinamento di merci ed animali (depositi e stalle). La rifunzionalizzazione del Serro di Tavola induce quindi a ritenere che, nei primi decenni del V secolo a.C., i Reggini non temessero più gli attacchi dei nemici da nord. Effettivamente, sulla base di recentissime indagini archeologiche, è possibile che Rhegion avesse portato a termine, nel periodo in questione, la conquista della postazione di Metauros (odierno territorio di Gioia Tauro) ai danni dei Locresi.Sono circa le tredici e i miei compagni di avventura mi distolgono dalle mie silenti meditazioni, ricordandomi che è ormai ora di tornare a casa per pranzare. Per tutto il tempo non ho fatto altro che riflettere sui suddetti dati, sordo alle domande rivoltemi dall’equipe, ai loro apprezzamenti sulle apprezzabili valenze paesaggistiche del luogo, alle loro ragionevoli critiche per la miserevole attenzione riservata dagli enti locali e nazionali circa la gestione e la valorizzazione di questa intatta testimonianza delle nostre gloriose radici greche. Così lascio il Serro di Tavola, incalzato dalle legittime esigenze alimentari dei miei accompagnatori, promettendo a me stesso di tornarci preso, munito di più tempo e di un equipaggiamento migliore, magari alla testa di un gruppo di visitatori, innamorati come il sottoscritto del potere evocativo esercitato dai troppo spesso ignorati retaggi di un passato che risorge, invocando prepotentemente il rispetto che gli spetta.

Anaxilas, Tiranno di Reggio




Più di cinquecento anni prima della nascita di Cristo, la polis calcidese di Rhegion costituiva una delle potenze di spicco nel quadro delle dinamiche economiche che interessavano il bacino del Mediterraneo. Pur non possedendo un territorio particolarmente vasto e fertile, la città prosperava grazie al proficuo lavoro di mercanti, artisti e artigiani, godendo dei buoni rapporti commerciali e diplomatici intrecciati con Etruschi, Cartaginesi, Egizi, o con altri intraprendenti popoli marinari di stirpe ellenica; i prodotti vascolari di produzione locale, corredati da superbe incisioni a figure nere, venivano esportati in ogni dove dell’ekumene, da Marsiglia alla Palestina. Mille illustri cittadini governavano la città in base ad un codice legislativo ricordato dagli antichi storiografi per la sua moderazione.All’alba del V sec. a.C., su tali privilegiate condizioni incombono le mire dei tiranni di Sicilia, interessati a guadagnare una serie di sbocchi portuali sul Tirreno: Ippocrate di Gela conquista infatti la polis di Messina, popolata come Reggio da Calcidesi, spesso legata da rapporti di cooperazione economica con la città prospiciente. A Reggio, il profilarsi di un pericolo esterno favorisce l’ascesa politica di un personaggio in grado di fronteggiare a viso aperto le ingerenze di Ippocrate: è Anaxilas, discendente da un’antichissima famiglia di origine messenica (cioè proveniente dalla Messenia del Peloponneso, nella penisola greca) stanziatasi in riva all’Apsias (l’odierno Calopinace, il fiume di Reggio) al tempo della fondazione della polis, nel corso dell’ultimo quarto dell’VIII sec. a.C. Anaxilas diviene quindi un tyrannos, il supremo reggitore dei destini della città. Oggigiorno, il termine “tiranno” ha finito per designare forme di governo personali caratterizzate dall’esercizio di violenze o intimidazioni ai danni dei sudditi; in realtà, il termine tyrannos, nel lessico greco di età arcaica e classica, designa un regime autocratico, magari non legittimato dalla legge o da una discendenza radicata nella storia, ma non per questo dissoluto o cruento. Inoltre, le fonti letterarie, inerenti Anaxilas e i suoi eredi diretti, parlano di un uomo munifico, rispettoso del popolo e delle sue tradizioni, oltre che di un accorto leader politico.Del resto, il piano concepito dal tiranno reggino per riguadagnare una stabile egemonia sul versante dello Stretto e del Basso tirreno, contempla l’acquisizione di un controllo diretto su Messina. La prima occasione si presenta verso il 493/492 a.C., quando Anaxilas invita un gruppo di esuli provenienti da Samo, in Asia Minore, ad impadronirsi della polis peloritana, approfittando dell’assenza del luogotenente di Ippocrate, Sciite, impegnato in un assedio lontano dalle mura cittadine. Lo stesso Ippocrate riesce però a mantenere in pugno la situazione, accorrendo a Messina ed accordandosi coi Samii, ai quali concede di stabilirsi permanentemente in riva allo Stretto, e destituendo il poco prudente Sciite, reo di aver indebolito le difese cittadine.Il secondo tentativo di Anaxilas si colloca verso il 488 a.C. e stavolta è coronato da una serie di offensive vittoriose. Ippocrate è deceduto nel 492/491 a.C.: Gela è momentaneamente indebolita dalle contese legate alla successione del tiranno. Le truppe reggine possono così conquistare Messina; è in questa contingenza che la polis, anticamente denominata Zancle, prende il nome di Messene, in ricordo delle origini peloponnesiache di Anaxilas. Il tyrannos vi insedia dei nuovi cittadini venuti appositamente dalla penisola greca, che si affiancano alla componente calcidese con il fine di cementare il consenso al regime. La presa di potere viene ulteriormente consolidata da un successo militare riportato sui Geloi, i cui echi sono giunti ai posteri grazie al rinvenimento di parte del bottino di guerra, depositato dai vincitori presso il tempio di Zeus ad Olimpia. Non ancora pago della conquista di Messina, Anaxilas sconfigge in battaglia i sempiterni rivali di Reggio: i Locresi. Probabilmente, in seguito a tale, fortunata iniziativa, il territorio reggino si sarebbe esteso sino ad inglobare il centro di Metauros, oggi occupato dalla cittadina di Gioia Tauro.Se, apparentemente Anaxilas ha raggiunto gli obiettivi prefissati, restituendo ai suoi concittadini delle condizioni ottimali per incrementare il raggio dei loro commerci, la reazione dei nemici non si farà attendere. Locri si allea con Gelone, nuovo temibile tiranno di Gela, che si è frattanto impadronito di Siracusa, una delle poleis più prospere del mondo ellenico; lo stesso Gelone ha raggiunto un fruttuoso accordo con Terone, signore di Agrigento. Ogni singolo componente di questa schiera mira a modificare gli equilibri economici locali: per far ciò occorre liberarsi dei monopoli cartaginesi, nella Sicilia occidentale, e dei loro tradizionali partners commerciali, ossia i Selinuntini, Anaxilas e Terillo di Imera. Gelone e Terone combattono dapprima (dopo il 485 a.C.) una logorante guerra per la liberazione degli scali commerciali del panorama siciliano, alla quale segue (483 a.C.) la conquista di Imera ad opera di Terone.Lo scontro decisivo fra i coriacei contendenti è comunque rimandato al 480 a.C.; ciascuno dei due blocchi di potenze coinvolti non risparmia le risorse belliche a propria disposizione. Anaxilas pattuglia con l’imponente flotta reggina e messinese le acque dello Stretto, mentre un poderoso contingente di mercenari agli ordini del Cartaginese Amilcare, insieme alla cavalleria selinuntina, muove all’assedio di Imera, dove si è rifugiato Terone. In questa prospettiva, Gelone è destinato ad una mossa strategica prodigiosa quanto fortunata; riuscito ad intercettare la cavalleria selinuntina, il signore di Gela e Siracusa riesce a penetrare con uno stratagemma nell’accampamento cartaginese, posto fuori dalle mura impresi, seminando ovunque morte e distruzione. La dissoluzione dell’esercito punico consegna la vittoria al blocco geloo-siracusano-agrigentino: Anaxilas, nonostante non sia stato coinvolto direttamente nella disfatta, deve giocoforza scendere a patti con i vincitori, accettando una parziale subordinazione politica ed economica e rinunciando ai suoi sogni egemonici nel Basso Tirreno. Ciò nonostante il tiranno reggino mantiene invariato il suo controllo su Messina, continuando fino alla morte a ribaltare il verdetto sancito dalla battaglia di Imera. Egli fortifica le principali basi navali dislocate nei suoi territori (Strabone ricorderà a questo proposito la fortificazione della rocca di Scilla) e, nel 477/476 a.C., attacca nuovamente Locri, ma questa volta sul confine meridionale, presso il promontorio di Eracle, l’odierno Capo Spartivento, il cui possesso equivaleva alla totale supervisione delle rotte marittime funzionali alla circumnavigazione della penisola italica. E’ nuovamente un tiranno siciliano e, nella fattispecie Ierone, fratello del defunto (478/477 a.C. circa) Gelone, a stroncare sul nascere le iniziative di Anaxilas. Ierone infatti, minacciando l’intervento delle proprie forze navali, ingiunge al tiranno reggino di interrompere le operazioni militari sul versante del promontorio di Eracle; quest’ultimo, ormai in età avanzata desiste: una decisione che, per altro, salva le fanciulle locresi dal voto di prostituzione sacra, pronunciato in un momento drammatico per i destini della propria città.L’anno successivo (476 a.C.) Anaxilas muore, lasciando le redini del governo delle poleis dello Stretto al suo più fidato collaboratore, Micito, che assume la tutela dei figli del tyrannos defunto, ancora troppo giovani per poter raccogliere l’eredità paterna. Così si conclude la vicenda storica di un insigne personaggio, protagonista del glorioso passato che avvolge la nostra Calabria; il suo nome è oggi per lo più semisconosciuto, le testimonianze della sua remota epoca giacciono sorde e passive all’incuria del tempo e, ahimè, all’interesse dei posteri. Per tali ragioni ho deciso di riproporre, seppur in una versione piuttosto scolastica e relativamente semplice da comprendere, le vicende legate alla sua vita, calata nei fascinosi orizzonti culturali di cui si compone il passato greco che accumuna noi calabresi, sperando di aver quantomeno destato la curiosità dei miei eventuali lettori.

Bibliografia Essenziale (*)G. VALLET, Rhégion et Zancle. Histoire, commerce et civilisation des cités chalcidiennes du détroit de Messin, Paris 1958.
L. BRACCESI - G. MILLINO, La Sicilia Greca, Roma 2000.G. CORDIANO, Assetti e sviluppi storici dell’area liminale reggino-locrese lungo il fiume Halex dal VI fino alla metà del IV secolo a.C., in A.A.V.V. Ricerche storico-topografiche sulle aree confinarie dell’antica chora di Rhegion, a cura di G. Cordiano - S. Accardo, Pisa 2004, pp. 65-90.
G. CORDIANO, Il VI secolo a.C. lungo le due sponde del Metauros: tra sfortunate neofondazioni coloniali e luoghi di culto liminali, in Nuove ricerche storico-topografiche sulle aree confinarie dell’antica chora di Rhegion, a cura di G. Cordiano, S. Accardo, C. Isola, A. Brogli, Pisa 2006, pp. 13-52.