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martedì 7 maggio 2013

Arrivederci Professor Raso



Si è spento il professor Domenico Raso, già ispettore scolastico, antropologo di fama, ma soprattutto grande conoscitore della storia del territorio reggino.
Ebbi modo di conoscere Mimmo Raso a Reggio Calabria, nel corso della presentazione ufficiale di due opere del suo più affezionato allievo, lo scrittore Oreste Kessel Pace, che oggi piange come un figlio il suo ammirato maestro. Mi colpirono in quell'occasione, oltre alla sua sterminata cultura, l'argomentare sognante con cui parlava all'uditorio dei riti protostorici propiziatori di fecondità lungo il corso del Petrace, sulle vicende del gladiatore ribelle Spartaco allo Zomaro o dei ritrovamenti di Nardodipace. Avevo già avuto modo di leggere le sue pubblicazioni e colsi subito l'attimo per proporgli di intervenire ad un incontro dedicato all'importanza e alla valorizzazione della storia locale che si sarebbe tenuto qualche tempo dopo a Bagnara Calabra. Il prof. Raso, persona umilissima, gentile e disponibile, accettò con l'entusiasmo di un ragazzino.
Era un fresco martedì settembrino, e una sparuta platea faticosamente sottratta alla prospettiva di una visione in pantofole del turno di Champions League pendeva letteralmente dalle labbra instancabili di un relatore d'eccezione, che sebbene già ipovedente e segnato nel fisico dai segni mortiferi della malattia, mostrava il vigore intellettuale di un giovane stoico volto alla ricerca della verità.
Divulgava fantasticando Mimmo Raso, attorniato da un gruppo di giovani studiosi galvanizzati dalla presenza di un tale mentore: oltre al modesto autore di questo blog c'erano lo stesso Oreste Kessel Pace, il giovane docente Saverio Verduci, l'editore Salvatore Bellantone, il cultore di lingue Giuseppe Delfino.
Alla fine del convegno, evidentemente compiaciuto per la riuscita dell'iniziativa, il prof. Raso ci disse commosso: “Posso morire contento ora che so che ci sono tanti giovani che porteranno avanti le ricerche sulle radici storiche del nostro territorio. Mi raccomando però, mantenetevi puri, non rinunciate alla vostra libertà, alla vostra indipendenza, non scendete a compromessi con la politica o con le accademie, siate sempre voi stessi”.
Io quelle parole le porto sempre nel cuore, cercando ogni giorno, fra le mille difficoltà che offuscano la sopravvivenza dei ricercatori italiani, di farne un tesoro di dedizione e coerenza. Mimmo Raso è stato due volte maestro, come uomo e come studioso; un modello di riferimento a cui ispirarsi, nell'incessante speranza di renderlo orgoglioso. Io non ho smesso di cercare di meritarmi l'attestazione di stima che pronunciò quella sera.
Senza di lui l'ambiente culturale reggino sarà ancor più povero. Si potrà parlare del tanto, in termini di indagini e scoperte, che ha dato a questa terra, o sospirare pensando a tutto quello che ancora aveva da dare.
Il sentiero inquieto della Conoscenza continuerà ad edificare nuove prospettive partendo dalle sue intuizioni, si discuterà ancora sulla scientificità di alcune sue teorie.
In un certo senso Mimmo Raso diverrà immortale perché la Storia non smarrirà il ricordo delle sue idee. Ma non potrà fare a meno di mancarci, con il suo argomentare pacato e suadente, in tutta la sua umanità, capace di rendere indimenticabile una serata senza pretese di fine estate.
Arrivederci Professor Raso, la tua grande anima sarà già tornata alle Radici, lì dove i nostri Padri non sono più uno sbiadito ricordo del passato.

Natale Zappalà

sabato 20 aprile 2013

RECENSIONANDO "Edward Lear e la Bovesia" di Domenico Francesco Tuscano (*)



L'opera di Domenico Francesco "Franco" Tuscano,da un un punto di vista strettamente stilistico, ha il gran pregio di trasmettere al lettore, attraverso una prosa vibrante ma lucida, le sensazioni profonde provate da Edward Lear nel corso del suo viaggio a piedi.
Un viaggio fortemente voluto, assiduamente desiderato, finalizzato da Lear alla scoperta autentica dei luoghi che si reca a visitare nel 1847. Egli dirà semplicemente che “non si può conoscere la provincia di Reggio Calabria semplicemente spostandosi in carrozza fra Napoli e Reggio”: Lear vuole percorrere le mulattiere, godere della vista mozzafiato dei panorami, transitare quei sentieri già noti ai Greci di Reggio e Locri, affidandosi a delle guide locali. Edward Lear ha dunque scelto di VIVERE questo territorio, di godere della xenìa, della squisita ospitalità degli abitanti locali, riuscendo così a carpire e ad immortalare l'anima di una terra meravigliosa nelle sue sublimi litografie.
Quello che Lear trova – ed è qui che la scrittura di Franco Tuscano raggiunge il suo picco espressivo e narrativo – è un coacervo di memoria e sopravvivenza del sangue ellenico, nonostante le mille difficoltà logistiche, la mancanza di strutture ricettive (Lear si farà di volta in volta ospitare), il contesto politico turbolento (i liberali sono in fermento e di lì a poco il fermento sfocerà in un'aperta rivolta ai Borbone, sia a Reggio che a Messina).

Nessun'altra provincia del Regno di Napoli offre tale interesse promettente o ispira tanto prima di avervi messo piede. "Calabria!", appena il nome è pronunziato, un mondo nuovo si presenta alla nostra mente, torrenti, fortezze, tutta la prodigalità dello scenario di montagna, cave, briganti e cappelli a punta, la signora Radcliffe e Salvator Rosa, costumi e caratteri, orrori e magnificenze senza fine!



Ciò che invece Edward Lear pensava a proposito degli abitanti locali lo sintetizzerà, meno di un secolo dopo, un altro intellettuale, Cesare Pavese che visse per un anno a in confino a Brancaleone (1936-37):
La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca.

Quello che Edward Lear compie in Calabria è un grand-tour, il viaggio di istruzione che i rampolli, gli artisti e in genere gli intellettuali d'Oltralpe effettuavano in Italia. Un grand-tour alla ricerca delle storie e delle tradizioni della Calabria greca.
L'idea di grand-tour nella Calabria greca, a voler ben vedere, è un fenomeno che possiede radici molto antiche. Il filosofo Platone, agli inizi del IV sec. a.C., intraprende un viaggio conoscitivo nel territorio reggino per apprendere dai pitagorici che vivevano qui, organizzati in scuole (e sappiamo che il territorio reggino diventa il principale centro di raccolta dei sinedri pitagorici nella seconda metà del V sec. a.C.), le ultime acquisizioni scientifiche, filosofiche, politiche, musicali. A dire il vero, Platone resterà alquanto sconcertato dalla frequenza e dalla lunga durata delle “mangiate” italiote, ma sulla sua alta considerazione in merito alla cultura reggina non ci sono dubbi, se è vero che dedicherà ad un pitagorico reggino, Teeteto, il primo libro delle Leggi.
La voglia di conoscere e apprendere le prodigiose radici culturali del territorio reggino, il filo conduttore che lega Platone ad Edward Lear è proprio questo.
Lear, e si tratta della peculiarità saliente che emerge prepotentemente dalla lettura dell'opera di Franco Tuscano, è mosso dallo spirito inquieto di chi desidera ardentemente scoprire quelle voci e quelle visioni che popolano, come scriveva un altro grande intellettuale, Giovanni Pascoli, questo territorio.
Non ci vuole molto per rendersi conto che, oggigiorno, all’alba del Terzo Millennio, forse i Reggini dovrebbero recuperare un po’ di quello spirito inquieto e conoscitivo nei confronti delle proprie radici, lo spirito inquieto e conoscitivo, perennemente trasudante dalla penna di Franco Tuscano, che ha contraddistinto il percorso a piedi di Edward Lear.
Perché il risorgimento culturale di questa terra dovrà passare necessariamente dalla riscoperta e dalle valorizzazione della sua identità. Senza tale condizione imprescindibile il futuro non sarà mai roseo.

Natale Zappalà


(*) Estratto dell'intervento tenutosi a Bova (RC) il 06/04/2013, presso il Palazzo Comunale, in occasione della presentazione ufficiale del volume.



giovedì 18 aprile 2013

Efcharistò Vua! - Grazie Bova!


La sensazione appagante di trovarsi lontano dal grigiore della quotidianità, confortati dall'abbraccio stringente del proprio passato. 
Il borgo di Bova è un gioiello incastonato fra le propaggini meridionali di un Aspromonte che tenta disperatamente di protendere le sue membra verso il mare. Ogni particella d'aria, ogni attimo del tempo che scorre guardando dalla sommità del Castello verso la valle dell'Amendolea, verso le cinque cime di Pentedattilo, verso il profilo inquieto dell'Etna in lontananza, sono intrisi di Storia, di fascino e mistero incapaci di appassire.
A risalire le viuzze del borgo non si prova fatica, ogni passo significa riscoprire un frammento delle proprie radici: il greco di Calabria, la cui straordinaria musicalità incute in coloro che ascoltano o leggono questo miracolo di sopravvivenza della stirpe ellenica la consapevolezza che la memoria può sopravvivere ai millenni; la squisita ospitalità dei Bovesi, portato dell’antichissima filoxenia capace di incantare tutti i viaggiatori che, nel corso delle ere, sono giunti in questo luogo baciato dagli dei per apprenderne i segreti più reconditi. 
Basta sedersi a tavola e degustare un sorso di quel vino sincero, omaggiato ed esportato in tutto il Mediterraneo in epoca antica e medievale, accompagnato con la tradizionale lestopitta, focaccia fritta a base di farina, acqua, olio e sale (diretta erede, a modesto parere dello scrivente, della maza ellenica), per adagiarsi virtualmente sul triclinio dei Padri, libando con essi in vista di un futuro che potrebbe essere finalmente radioso. 
Sì, perché Bova e l’area grecofona della provincia di Reggio Calabria meritano degnamente il tributo anche di un giorno soltanto, da trascorrere alla ricerca delle radici nostrane in questo primo sorso di primavera.
Io nella magica Bovesia ogni volta lascio di proposito il mio cuore in pegno: un’ottima scusa per ritornarci presto e riprenderlo. 

Natale Zappalà

martedì 26 marzo 2013

Raccolta differenziata: mini-guida ad uso degli inconsapevoli


Ai lettori di questo blog sono sempre stati proposti articoli di approfondimento storico con la finalità essenziale di conoscere, valorizzare e divulgare le plurimillenarie radici del territorio reggino, senza dedicare spazio alcuno ad altri argomenti. Mi sembra tuttavia opportuno, data l’emergenza-spazzatura che negli ultimi mesi sta deturpando l’ecosistema dell’Area dello Stretto compromettendone la salubrità, evidenziare la disperata necessità e la convenienza, in termini di economia ed eco-sostenibilità, della raccolta differenziata.
Non ha senso parlare di tutela o conservazione dei beni culturali, di memoria, radici o identità quando poi i centri storici di Reggio-città e della maggior parte dei comuni della Provincia si sono trasformati in immensi immondezzai in cui, spesso e volentieri, le testimonianze materiali del passato si trovano a convivere coi resti putridi della cena del giorno prima.
Questa non è la sede adatta per sottolineare le eventuali negligenze o responsabilità di questa o di quella fazione, politica o amministrativa. Ma ciò che vorrei sostenere è che la drammaticità della situazione potrebbe soprattutto costituire un momento opportuno per riflettere – e di conseguenza agire e provvedere – allo scopo di acquisire quel senso di responsabilità collettiva e condivisa utile per risolvere il problema dei rifiuti. Alla fine, con buona pace di tutti coloro che sostengono il contrario, è sempre e solo una questione di cultura e di educazione; senza questi presupposti non c'è civiltà, umanità o progresso.


La società moderna produce prodotti e beni di consumo, che una volta divenuti obsoleti vengono trasformati in rifiuti. Una cosa è certa: gli esseri umani, sia in città che in campagna e nel corso di ogni epoca, hanno sempre prodotto rifiuti che rifiutavano di tenere dentro o vicino casa. Di norma i rifiuti venivano sempre gettati in luoghi convenzionalmente adibiti a discariche. La Bibbia, per esempio, tramanda la denominazione di una discarica celebre, la Geenna, la valle situata a mezzogiorno del monte Sion in cui venivano accatastati i rifiuti cittadini e i cadaveri insepolti usualmente dati alle fiamme. Si perdonerà all'autore una breve digressione non attinente al tema, semplicemente per sottolineare che proprio dalla Geenna deriva il concetto di “fuoco eterno” e la tradizionale iconografia cristiana con cui si suole raffigurare o immaginare l'inferno.
La quantità di rifiuti prodotta dall'uomo aumenta vertiginosamente a partire dal XX secolo, quando la fruizione di grandi quantitativi di prodotti e di beni di consumo, per effetto dei moderni metodi di produzione di massa, è ormai alla portata di tutti. Gradualmente ci si rende conto che i consueti sistemi di raccolta e smaltimento dell'immondizia, discariche e inceneritori, inquinano: nasce dunque l'esigenza di sperimentare e pianificare criteri alternativi ed eco-sostenibili.
In Italia si comincia a parlare di raccolta differenziata come sistema speculare alle discariche solo alla fine degli anni Settanta, in riferimento ad alcune tipologie di materiali riciclabili come il vetro, la carta, l'alluminio e la plastica; parallelamente, si afferma la necessità di selezionare i cosiddetti “rifiuti urbani pericolosi” (RUP) come i farmaci scaduti o le pile scariche. Alla fine degli anni Ottanta sia a livello comunitario che nazionale risalgono i primi, esaustivi disegni legislativi volti a regolamentare i rifiuti solidi urbani (RSU) che, in estrema sintesi, incoraggiano la raccolta differenziata secondo l'affermazione del principio “chi inquina paga”, sottolineando la necessità di ridurre l'impatto ambientale e favorire il riciclaggio. In Italia il cosiddetto “Decreto Ronchi” (Dlgs 5/2/1997, n. 22 in attuazione delle direttive europee 91/156/Cee, 91/689/Cee e 94/62/Cee) costituisce attualmente il punto di riferimento in materia, seppur successivi interventi legislativi abbiano complicato il quadro normativo.

La possibilità di attuare un sistema integrato di raccolta differenziata non può prescindere da una pianificazione preventiva in grado di tenere conto delle peculiarità urbanistiche del territorio, della quantità e della qualità delle tecnologie e delle risorse umane disponibili per il servizio di nettezza urbana, nonché delle abitudini dei cittadini e dei conseguenti flussi di produzione dei rifiuti in loco. Dalla valutazione analitica di queste variabili dipendono la razionalizzazione economica del sistema e il suo livello di eco-sostenibilità.
A livello metodologico occorre distinguere fra le diverse tipologie di rifiuti, i quali possono essere selezionati o combinati per materiali. Una volta stabilite le metodologie si passa al sistema operativo vero e proprio, che di solito può articolarsi in raccolta mediante cassonetti stradali, raccolta “porta a porta” o in centri comunali di raccolta (o “isole ecologiche”).
La raccolta tramite cassonetti stradali avviene per mezzo di appositi contenitori di varia forma e colore che vengono collocati in aree prestabilite. Sono i cittadini a depositare i rifiuti precedentemente differenziati all’interno dei contenitori. Il metodo di raccolta “porta a porta” consiste nel ritiro, da parte del gestore, dei sacchetti, solitamente distinti per colore a seconda della tipologia di materiale, a domicilio, secondo tempistiche e modalità prefissate. Infine, i centri di raccolta comunali o le “isole ecologiche” sono delle aree dedicate, attrezzate e presidiate dal gestore, dislocate all’interno dei centri urbani.
Se tutti e tre i sistemi operativi summenzionati non possono prescindere da una collaborazione attiva e responsabile da parte dei cittadini – basta depositare un sacchetto di rifiuti indifferenziati all’interno di un’area di raccolta per vanificare gli effetti positivi del servizio – e che la convenienza di questa o di quella forma organizzativa dipende soprattutto dalle peculiarità del contesto in cui si opera, si può comunque considerare il “porta a porta” una felice sintesi fra razionalizzazione economica ed eco-sostenibilità: la produzione di rifiuti residuali risulta inferiore, i materiali riciclabili sono di buona qualità e, coinvolgendo maggiormente gli utenti all’interno della propria abitazione, consente di abbattere considerevolmente i costi di gestione.
Le statistiche dimostrano che la percentuale relativa alla raccolta differenziata in Italia, nonostante un evidente incremento nel corso degli ultimi anni, è ancora lontana dai risultati ottenuti nel resto d’Europa (l’Austria, capofila fra gli stati “virtuosi” d’Europa, differenzia il 70% dei rifiuti), assestandosi al 31,7% nel 2011 (Fonte Istat), ma con enormi disparità all’interno della penisola: il Nord differenzia oltre il 40% dei rifiuti, il Centro-Sud intorno al 20%, mentre nelle Isole si raggiunge all’incirca il 15%.
Al di là dei vantaggi indiscutibilmente apportati all’ambiente sarà opportuno sottolineare che la raccolta differenziata consente di abbattere i costi relativi alle tasse sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani in questi tempi di crisi, a patto che i cittadini-contribuenti prendano coscienza delle proprie responsabilità, individuali e collettive, accettando di educarsi ed educare al fine di non lasciare ereditare ai propri figli il peso mortifero di un pianeta avvelenato.

Natale Zappalà

venerdì 8 marzo 2013

8 Marzo: Omaggio a Nosside

Nossis - Busto di Francesco Jerace


«Nulla è più dolce d’amore; ed ogni altra gioia
viene dopo di lui: dalla bocca sputo anche il miele.
Così dice Nossis: e chi Cipride non amò,
non sa quali rose siano i fiori di lei.»

Questi versi soavi e infiammati dal più folle dei sentimenti sono attribuiti a Nossis (spesso italianizzato in Nosside), raffinatissima intellettuale greca vissuta alla fine fra la fine del IV e l'inizio del III sec. a.C. a Locri Epizefiri, già annoverata dagli antichi fra le nove poetesse più illustri, in grado di competere con le Muse. Onori e dichiarazioni meritorie che riguardano molti letterati, studiosi o legislatori prodotti dal fervido ambiente culturale italiota come Ibico, Teagene, Licofrone, semisconosciuti se non ignorati dalla didattica scolastica locale.
La produzione poetica superstite di Nossis, non più di dodici epigrammi, viene spesso accostata per stile e tematiche a quella della più celebre Saffo. Sulla scia della poetessa di Lesbo, la locrese Nossis avrebbe inoltre fondato e gestito un tiaso, una sorta di centro educativo e divulgativo posto sotto l'egida della dea Afrodite e destinato all'educazione culturale delle giovani di buona famiglia.
Un omaggio dovuto ad una grande figura femminile della storia patria dunque, nella speranza che anziché soffermarsi su elementi consumistici o folkloristici come donazioni di mimose (che, beninteso, se potessero parlare implorerebbero di non essere strappate in quantità industriali) e deliri di becero maschilismo domestico gli uomini inizino a RISPETTARE la dignità della donna in quanto tale, al riparo da luoghi comuni, ignoranza e rivoltanti prescrizioni religiose di ogni idolo o bandiera.

NZ

lunedì 28 gennaio 2013

Il fango di Sybaris



Sybaris è un nome che nel mondo greco emerge prepotentemente ogni qual volta che si parla di lusso, opulenza, ozio voluttuoso: espressioni proverbiali che popolano l'immaginario degli scrittori antichi, colpiti dalla tramandata e ostentata ricchezza di una polis leggendaria, dove la vegetazione era così florida da dispensare ovunque l'ombra a beneficio di almeno centomila abitanti (altre fonti, probabilmente esagerate, parlano addirittura di trecentomila residenti), capace di controllare venticinque città e quattro popoli ancora alla fine del VI sec. a.C., quando Roma era ancora un centro pastorale su cui signoreggiavano i principi etruschi.
Foto scattata dall'autore - Settembre 2010
Sybaris è il paradigma di quella arcaica grandezza vagheggiata che si sintetizza in due parole: Megale Hellas, Magna Grecia, la primavera occidentale di una civiltà in grado di originare la ricerca scientifica, la filosofia, il concetto autentico di democrazia e cittadinanza.
La Storia non è mai stata tenera con Sybaris. Sconfitta e rifondata più volte, a partire dalla rovinosa ed epocale sconfitta del 510 a.C., sulle ceneri delle devastazioni dei Crotoniati sorsero Thurii e Copia, appendici sontuose eppure imparagonabili allo splendore primigenio. La fondazione di Thurii sul sito della vecchia città, promossa su iniziativa di Pericle nel 444/43 a.C., si avvalse dell'apporto di personaggi come Ippodamo da Mileto, celebre architetto che ne progettò l'impianto ortogonale, il sofista Protagora, che ne redasse la costituzione, oltre allo storico Erodoto, che firmava la sua opera immortale dichiarandosene cittadino.
Ripercorrendo a ritroso le vicende di Sybaris emerge una costante dai risvolti antitetici, di eros e thanathos, gli effetti alternamente salvifici o mortiferi dell'acqua e del fango portate dal Crati. C'è stato un tempo in cui al limo depositato dal fiume sulla vasta piana su cui si adagiava la città corrispondeva la straordinaria fertilità della zona. Ma si racconta anche della tremenda punizione inflitta dai Crotoniati vincitori nel 510 a.C., che deviarono il corso del Crati sulle rovine fumanti della polis sconfitta.
Ma torniamo al presente. La cronaca odierna ci riporta la notizia sconvolgente di un immenso parco archeologico, che per cinquecento ettari circoscrive le imponenti vestigia di un passato trimillenario, sepolto da quattro metri di detriti alluvionali. Le ampie plateiai concepite da Ippodamo, il grande santuario di Casa Bianca, meraviglie invidiate da tutto il mondo, giacciono sommerse dal fango.
Il Parco Archeologico di Sibari allagato
Un evento né imprevisto né imprevedibile, come spesso accade sul versante della tutela dei beni culturali italiani, Pompei docet. Un rischio che aleggiava perennemente all'occhio del pubblico in visita al parco, puntualmente segnalato dai ricercatori impegnati nella missione quotidiana dura e appagante del riesumare mosaici, santuari ed ogni sorta di prodigiosa testimonianza materiale dell'antichità. Se l'area degli scavi risulta più bassa di cinque-sei metri rispetto all'adiacente bacino fluviale del Crati ne consegue che ogni pioggia torrenziale rappresenta una seria minaccia di allagamento. Eppure nessun provvedimento in proposito è stato intrapreso, ed ora i costi legati alla rimozione del fango superano di gran lunga la cifra che sarebbe bastata per dotare il parco archeologico di un sistema utile per prevenirne l'allagamento.
Episodi del genere, se da un lato rappresentano indubbiamente delle conseguenze scellerate di negligenze specifiche e circostanziate da mettere in relazione con l'allagamento di Sybaris, d'altra parte si ascrivono a considerazioni di ordine generale, che richiamano la strafottenza sistematica nei confronti del patrimonio storico-culturale locale di cui la maggioranza dei calabresi risulta colpevole.
Una colpa dettata dall'ignoranza, dalla ormai radicata tendenza a considerare la valorizzazione della propria Storia non già in qualità di veicolo di resurrezione economica e sociale, ma come sterile strumento di masturbazione ideologica limitato ad intellettuali perdigiorno che vivono nel passato; oppure come slogan sbandierato dal politicante di turno – di qualsiasi sponda (anche se il termine corretto sarebbe “deriva”) partitica – che propagandisticamente si propone come il paladino della cultura per raccattare qualche consenso.
La verità è che i posteri non meritano l'eredità degli avi. Il peso dei millenni che separa il fulgore di ieri dagli acquitrini di oggi è il discrimine fra la civiltà che c'era e la barbarie che resta qui in Calabria. Servono misure urgenti e radicali, che coinvolgano necessariamente l'educazione delle nuove generazioni. Obbligo scolastico di studio della storia locale, de facto già in vigore nel Nord Italia, strategie di tutela, conservazione, divulgazione e valorizzazione ad ampio raggio.
Un progetto a lungo termine di alfabetizzazione etica, in definitiva, capace di restituire una parvenza di dignità ad un popolo ormai cronicamente incapace di custodire le memorie dei propri Padri.

Natale Zappalà

lunedì 24 dicembre 2012

Buone feste!


Auguri di cuore a tutti i lettori del blog. Vi auguro di poter trascorrere un sereno periodo festivo; e lo faccio nella lingua dei Padri: Kalà Kristòjenna ce kalò cinùrio chrono!.